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 2007  febbraio 21 Mercoledì calendario

BRUNO VENTAVOLI

INVIATO A VIENNA
Ludwig Eichrodt e Adolf Kussmaul erano animati dalle peggiori intenzioni quando inventarono il nome, anzi il cognome «Biedermeier». Gottlieb Biedermeier era un omino di fantasia, destinato a una feroce rivista satirica. Faceva l’insegnante ed era perennemente soddisfatto della sua esistenza, perché la natura l’aveva munito di intelligenza limitata e non si guardava mai intorno. Era il 1855. E l’epoca che in seguito venne definita Biedermeier, e che aveva fatto della stabilità e dell’ordine un culto assoluto, si era ormai spenta nel sangue. Ma il termine sopravvisse per indicare spregiativamente un modo di essere della piccola borghesia pavida e miope. Oggi non è più così: pienamente rivalutato e studiato, connota una visione del mondo, uno stile di vita che parte dalle corti e infonde l’intera società centroeuropea d’inizio Ottocento. A Vienna è stata allestita una mostra meravigliosa per capire e finalmente vedere insieme tutti gli aspetti di quell’epoca, Biedermeier. L’invenzione della semplicità (all’Albertina, fino al 13 maggio). La prima di questa dimensione, ricchezza e completezza. Quasi 500 pezzi, dai quadri alle cuffiette all’argenteria. Nata dalla collaborazione con il museo di Milwaukee, andrà a Berlino e al Louvre. Ma chi è interessato a vederla dovrebbe farlo in questa città, perché uscendo dal museo troverà nelle pietre e nelle strade il ricordo di ciò che ha scrutato dentro le bacheche.
Vienna fu infatti il centro dell’Europa dopo la bufera napoleonica. Il principe Metternich, poliziotto severo, nemico convinto degli orgogli nazionali, dei cambiamenti che portano lacerazioni, ne fece la garante dell’ordine continentale. Organizzò il congresso che restaurò il vecchio equilibrio. Chi era stanco delle ghigliottine, dell’instabilità, delle guerre poteva fidarsi della potenza absburgica. vero che la sicurezza era imposta col pugno di ferro, ma decine di artigiani operosi celebravano sinceramente la restaurazione con le loro opere, dalla pittura alla scrittura, dalle sedie ai corsetti femminili irrigiditi con stecche di balena.
Il biedermeier che si irradia fino al Nord di Prussia o Danimarca, che va dal 1815 al ”48 della Primavera dei Popoli, è il culto della semplicità, dell’essenzialità, della purezza formale. Cancella la pompa francese dell’Impero, guarda all’antichità classica greco-romana per apprendere la perfetta semplicità delle forme. La stanza dell’imperatrice Sissi è simile a quella di un anonimo mercante viennese. Il centro è la Wohnzimmer, il salotto da «vivere» con isole dedicate a varie attività, il divano, il pianoforte, il tavolo per la scrittura. Le fanciulle riempiono con grazia quegli interni dove il tempo si è fermato. Eccole che si pettinano o ricamano nei quadri di Georg Friedrich Kersting. O conversano nei giardini di von Engert. I bambini di Friedrich von Amerling sono il germoglio di un futuro felice. Hanno gote tonde, succose, come gli acini d’uva riprodotti con precisione fotografica. I mobili devono essere solidi, confortevoli, pratici. I falegnami si ispirano ai modelli inglesi. Forme geometriche essenziali, niente ornamenti, se non i disegni delle venature del legno. Sulle pareti, sui sofà, nelle stoffe, si segue la teoria di Goethe dell’armonia dei colori. Tutti possono sostenere questa moderna eleganza senza pretese. Gli arredi della corte sono uguali a quelli della nuova borghesia. E mobilieri come Danhauser o Thonet ne faranno un produzione di massa, riempiendo le case dell’impero come un’Ikea ante-litteram.
La natura ordinata, creazione di Dio, è fonte di ispirazione e scoperta. Linneo la cataloga, i pittori biedermeier la riproducono nella sua perfetta semplicità. Il romantico Friedrich cercava il sublime nei labirinti di rocce e ghiacci. Thomas Ender o Mattäus Loder o Franz Steinfled dipingono Alpi austriache amichevoli. Invece dell’anima del mondo raccontano la realtà, come fosse una cartolina. Non a caso molti degli artisti si guadagnano il pane con litografie per i libri, e immagini di viaggio da appendere alle pareti borghesi. Eduard Gurk gira l’impero a dipingere acquerelli, commissionati da Ferdinando I, che poi se li riguarda tridimensionali in una delle macchine ottiche del precinema. un omaggio alla grande casa comune dei popoli mitteleuropei. Ogni scorcio è rassicurante. La gente sorride, i militari conversano. I poliziotti sorvegliano. La realtà, naturalmente, era diversa. La ferrea censura di Metternich, o degli Stati tedeschi, lasciava poco spazio. Heine, Büchner o il giornalista Karl Marx dovettero migrare. Ma nel popolo che danza o coglie il fieno in Gauermann non c’è traccia d’inquietudine, di rivendicazione, di rivolgimento sociale. Nelle vedute di Wilhelm von Kobell ogni essere è colto in un’immobilità pulita, graziosa e ridente.
Moreau, pittore dalla biografia talmente modesta e riservata da essere quasi sconosciuta, ci ha lasciato un uomo che guarda fuori dalla finestra. Ha appena spazzato la stanza. Ha ancora in mano la scopa. In terra c’è la paletta. E sorride soddisfatto alla sua Vienna piena di luce. Sorridono paghi i nobili, i mercanti, gli attori che si fanno ritrarre da Ferdinand Georg Waldmüller. Ha una luce beata negli occhi il suo barone von Odkolek che appoggia la mano sulla spalla nuda della moglie, la contempla affettuoso anche se non è una gran bellezza, orgoglioso dei figlioletti. E sfoggia un sorriso bonario il suo vecchio soldato che coccola tre bambinetti, al cospetto di un gatto pigro, braccio armato dell’imperatore, ma ottimo nonno nell’intimità.
Il biedermeier è tutto questo. Uno stile di vita imposto dall’alto e accolto sinceramente da una buona parte della popolazione. Perché a Vienna avvenivano miracoli, persino i balli francesi rivoluzionari si trasformavano in valzer. Ma l’illusione non poteva durare. Il confine che separava le vedute dei paesaggisti austriaci dal kitsch era labile. In quelle case ordinate Freud scopriva fantasmi e nevrosi. Stifter, uno degli autori più misurati del biedermeier, infaticabile forgiatore di serenità e purezza, alla fine dell’esistenza si suicidò. I popoli dell’impero, ungheresi in testa, fecero capire con la rivoluzione che la casa comune mitteleuropea non funzionava come negli acquerelli. E Darwin raccontò che la natura è violenta, è il prodotto di una lunga, interminabile, sanguinosa lotta per la sopravvivenza. Va avanti così da milioni di anni, tra fiori, insetti, mammiferi. E l’uomo non è da meno.