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 2007  febbraio 21 Mercoledì calendario

Piero Bianucci Il bilancio annuale dell’Università di Harvard si aggira sui 20 miliardi di euro, tre volte i fondi stanziati in un anno dal ministero per l’intero sistema universitario italiano

Piero Bianucci Il bilancio annuale dell’Università di Harvard si aggira sui 20 miliardi di euro, tre volte i fondi stanziati in un anno dal ministero per l’intero sistema universitario italiano. un dato estratto dal discorso che il rettore dell’Università di Torino Ezio Pelizzetti, chimico, ha tenuto l’altro ieri al Teatro Regio inaugurando l’anno accademico. Quel dato spiega perché l’Italia nella classifica dei Paesi che esportano prodotti di alta tecnologia sia al ventitreesimo posto con l’8,6 per cento di hi-tech sul totale delle esportazioni, contro una media del 19 per l’Ue, del 24 per cento del Regno Unito e del 22 della Francia. Spiega perché molti dottori di ricerca, costati al Paese mezzo milione di euro, portino all’estero questo capitale depositato nel loro cervello in vent’anni di studi. E perché viceversa la nostra università sia così poco attraente per gli stranieri, anche ora che sono sul mercato a prezzi di saldo tanti ricercatori provenienti da India, Cina e Russia. Che cosa fa la differenza? Perché le università americane sono piene di soldi e nelle nostre si fatica ad acquistare una fotocopiatrice? Le università straniere riescono a calamitare grandi investimenti in ricerca da industrie private. Da noi il capitale è poco propenso al rischio, spesso gli imprenditori teorizzano che comprare brevetti all’estero è più conveniente che farseli in casa. Così abbiamo perso contatto con settori strategici: l’elettronica, l’informatica, la chimica, il nucleare. Eppure non è solo questione di denaro. Chi è stato in un campus americano, a Stanford o al Mit, a Yale o a Harvard, sa che i neuroni di studenti e professori interagiscono più ai tavolini dei bar che nelle aule. lì, con appunti veloci presi su tovagliolini di carta, che nascono nuove idee. Forse la nostra università non brilla anche perché manca di buoni bar, e del clima che fa di studenti e professori entità complementari, guidate da un’allegra curiosità, secondo l’equazione: studente e docente = creatività e cultura = audacia ed esperienza. L’altro ieri Pelizzetti ha voluto il nudo titolo di rettore, senza l’aggettivo «magnifico». Segnale interessante, in attesa di bar, fotocopiatrici e finanziamenti.