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 2007  febbraio 20 Martedì calendario

Nella bozza del manifesto per il partito democratico si legge che il partito nuovo vuole passare oltre le ideologie del Novecento, gettare un ponte fra le generazioni, aprire la strada al futuro

Nella bozza del manifesto per il partito democratico si legge che il partito nuovo vuole passare oltre le ideologie del Novecento, gettare un ponte fra le generazioni, aprire la strada al futuro. Però sul punto scottante dei rapporti fra lo Stato e la Chiesa cattolica il manifesto volta le spalle al futuro e si aggrappa al passato, con l’impegno di muoversi nel solco costituzionale fissato dal Concordato. Insieme con altri parlamentari che aderiscono al gruppo italiano dell’Internazionale Liberale (Enzo Bianco, Natale d’Amico, Cinzia Dato, Maura Leddi, Antonio Maccanico) ho dichiarato che a quell’impegno io non posso aderire; non soltanto per ragioni personali, essendo fra i pochi che nel 1984 non votarono per la ratifica del nuovo Concordato; ma soprattutto perché quello del 1984 fu definito dai suoi sostenitori «l’ultimo Concordato», oltre il quale si sarebbe aperta la via della libertà senza privilegi. Non trasmettere l’ipoteca stipulata da Mussolini Ora è di tutta evidenza che nel Parlamento non esiste la maggioranza necessaria ad abrogare il Concordato per revisione costituzionale; è altrettanto evidente che nel mondo cattolico tacciono (ma non mancano) opinioni favorevoli a superare il sistema concordatario per mutuo consenso. Però se si vuole abbattere i vecchi steccati e progettare il futuro, non si comprende perché il programma del partito futuro debba trasmettere alla nuova generazione l’ipoteca stipulata da Mussolini nel 1929; fatta propria da Togliatti nel 1947 con quell’articolo 7 che fu definito da Croce «un errore logico e uno scandalo giuridico»; e rinnovata nel 1984 da Craxi con un testo che ha rimosso le tracce dello Stato autoritario ma non ha potuto rimuovere i compromessi delle intese privilegiate. A che cosa serva oggi il sistema concordatario lo si vede di fronte all’attivismo della Conferenza episcopale, con effetti politici abbastanza paradossali. Radicali e socialisti, abitualmente anticoncordatari, criticano l’attivismo vaticano in nome del principio concordatario della reciproca indipendenza fra Stato e Chiesa: ma a differenza del Concordato autoritario del 1929 che vietava alle organizzazioni cattoliche l’azione politica, il Concordato democratico del 1984 sancisce soltanto un criterio di mutuo rispetto, troppo vago per offrire appigli giuridici a chi si illudesse di cercarli. Viceversa, mentre gli anticoncordatari si appellano invano al Concordato, una critica frontale del sistema concordatario viene dai teocon all’italiana: si è letto di recente in un’intervista di Marcello Pera che il Concordato svilisce la Chiesa in quanto la riduce dal magistero spirituale al «potere politico che tratta e contratta». Rileggere quel discorso all’Archiginnasio Se dunque si vuole pensare al futuro dei rapporti fra Stato e Chiesa nel solco della Costituzione, è all’articolo 8 e non all’articolo 7 che conviene affidarsi: non i due poteri che trattano e contrattano, ma l’eguale libertà di tutte le religioni nel pluralismo delle fedi e nella laicità dello Stato. Prevedo che questa opinione mi costerà gli addebiti di essere un vecchio liberale laicista, tre addebiti di cui farei fatica a liberarmi. Ma se sarò chiamato a discolparmi produrrò a difesa un discorso del 1986 dove si legge: «Abbiamo salutato con soddisfazione il superamento del Concordato del 1929. Nel tramonto di questo, diventano sempre più importanti le norme veramente basali e dinamiche dell’articolo 8 della Costituzione... è pensabile un’evoluzione che si faccia sempre meno privilegiaria, meno politica, meno corporativa». il discorso all’Archiginnasio di Giuseppe Dossetti, l’estensore dell’articolo sette.