Daniele Genco - Enrico Martinet, La Stampa20 febbraio 2007, 20 febbraio 2007
DANIELE GENCO, ENRICO MARTINET
AOSTA
Mi chiamano Gaetano l’ibernatore, ma non sono un mostro. Sette anni fa... sì, era febbraio. E papà Olmo, Olmo Sivieri, era in camera sua, seduto sulla poltrona. Eravamo in quell’alloggio piccolo di via Consolata, 58 metri quadrati da dividere in tre, papà, mia moglie Adriana e io. Papà era malato di tumore alla prostata e di Alzheimer. Era alla fine, sa? E quel giorno... Piango adesso come allora, scusi... Quel giorno ero solo, gli avevo appena finito di dare la colazione. Da solo non poteva fare più nulla. E lui chiude gli occhi e scivola. L’ho preso tra le mie braccia e ho sentito il suo ultimo respiro. Morte naturale, io non l’ho ucciso, lo giuro, come ho già detto al giudice domenica. Papà era lì abbracciato a me e io credevo di impazzire dal dolore, poi il panico. Che faccio? Sa, avrei perso... avremmo perso, io e mia moglie e mio figlio Marco quei 2.500 euro al mese di pensione, l’anzianità dell’acciaieria Cogne dove papà aveva lavorato una vita, l’indennità per la silicosi. Avevo bisogno di quei soldi, tanto... Non avevo lavoro, e non ce l’ho neanche oggi. Venivo fuori da un fallimento...».
«Papà sembrava dormire»
«Così mi viene in mente che posso mettere papà nel suo letto. Lo corico, gli tiro su le coperte. Sembrava dormisse. Poi incomincio a chiedermi cosa fare. Mia moglie era al lavoro, mio figlio anche. Penso che se dichiaro la morte di papà perdo tutto, niente più assegno. Non c’è la reversibilità. Nel 1997 mio padre mi aveva dato la procura per ritirare quei soldi, eravamo andati dal notaio. Tutto in regola. E allora mi dico, devo nasconderlo e penso al freezer. Mia moglie Adriana torna e le dico che papà sta male, è a letto, dorme. Aggiungo che adesso basta, devo portarlo in quella clinica di Nervi. Marco si offre di accompagnarmi e io rispondo di no, che posso farlo da solo. A Nervi ci sono gli infermieri che aspettano, ci ho già parlato, è tutto pronto, non ci sono problemi. Insomma faccio loro capire che ho preparato tutto e non hanno nulla di cui preoccuparsi».
«L’indomani vado a comprare il freezer. Lo metto giù nel garage. Prendo papà e con l’ascensore vado nell’interrato dei box auto. Non incontro nessuno, lì non si vedeva mai nessuno... Piego papà, lo avvolgo nel nylon e lo metto nel freezer. Resta lì per sette anni. Per tutto questo tempo ho continuato a ripetere la storia che mi ero costruito per coprire il mio dramma».
«Ho mentito per sette anni»
«I miei volevano andare a trovarlo, ma io dicevo che l’Alzheimer ormai gli aveva tolto ogni interesse per la vita, non riconosceva nessuno. Andavo io, loro non dovevano preoccuparsi, faceva troppa pena. E mia moglie ogni mese preparava un pacco con i medicinali da mandare a ”nonno Olmo”. Io tutte le volte uscivo di casa per andare alla posta e lo buttavo via. Poi fingevo di andare laggiù in quella clinica che non ho mai visto ma che sapevo che c’era. Tornavo e raccontavo che i dottori e gli infermieri erano bravi, che Olmo era trattato proprio bene, ma che peggiorava. Gli anni passavano e io continuavo a chiedermi ”come farò?”».
«Già, quando poteva andare avanti questa storia? Poi cancellavo il pensiero e pensavo ai soldi, maledetti, senza la pensione era impossibile. Tutto per quel fallimento degli Anni 90. Avevo una piccola azienda informatica. Mi hanno pugnalato alle spalle. Chi mi aveva dato fiducia, mi ha tradito. Ho dovuto vendere l’alloggio che avevamo sempre ad Aosta, in via Saint-Martin de Corleans. Ci abitavamo tutti insieme, anche mio padre. Era grande, valeva parecchio. L’ho venduto e sono riuscito a pagare i debiti del fallimento. E noi ci siamo trasferiti in quel buco della Consolata».
«Ora spero di morire presto»
«Proprio in questi giorni avevo deciso che dovevo trovare una soluzione, che quel freezer dovevo assolutamente spostarlo in un altro garage. Non riuscivo più a trovare pace, avevo paura che mi scoprissero perché avevamo deciso di vendere l’alloggio alla Consolata. Mio figlio Marco ci aveva vissuto per un po’, dopo la morte di mio padre. E noi siamo venuti qui. Non aveva più senso tenerlo, Marco ormai vive altrove. Ma non gli avevo mai dato le chiavi di quel garage. Come potevo, con il freezer... Trovavo sempre una scusa, dicevo che c’era roba mia e poi che bisogno ne aveva? Eppure sabato scorso le ha trovate, ha aperto... Chissà come ha fatto? Non lo so proprio. Meglio così. Sono anni che non riesco più a riposare, a pensare, a stare sereno. Sempre il pensiero a quel freezer, a papà... Un incubo. Ora sono finito, nulla ha più senso. Sto morendo anch’io, il male mi sta divorando. Ho un tumore, mi hanno già tolto un polmone... Spero che le metastasi riprendano a camminare, così la faccio finita». L’indagine contro Gaetano Sivieri ha portato ieri ad alcuni accertamenti in vari uffici pubblici di Aosta: tra pensione da ex dipendente Cogne e assegni di accompagnamento, Olmo Sivieri, classe 1914, aveva diritto a circa 2.500 euro al mese, che sarebbero finiti nelle tasche del figlio . Da qui l’accusa di truffa. Oggi, ad Aosta, è prevista l’autopsia sul cadavere. Secondo Siro Caimandi, l’avvocato di Gaetano Sivieri, quello del suo cliente «è stato il gesto di una mente turbata».