Paola Mastrocola, La Stampa20 febbraio 2007, 20 febbraio 2007
Leggendo l’intervista all’ispettore capo Giuseppe Coco, collega di Raciti, apparsa su La Stampa del 16 febbraio, credo di aver finalmente capito perché la sorte dell’ortografia nelle nostre scuole è oggi così miserevole
Leggendo l’intervista all’ispettore capo Giuseppe Coco, collega di Raciti, apparsa su La Stampa del 16 febbraio, credo di aver finalmente capito perché la sorte dell’ortografia nelle nostre scuole è oggi così miserevole. L’ispettore dice che «questo non è un Paese serio» e che il nostro è uno Stato «di cinici e buffoni»; e fin qui, d’accordo, poteva essere il sacrosanto sfogo di un giusto dolore. Ma poi Coco continua, rivelando che i poliziotti sono «un esercito con le armi spuntate»: non possono usare gli idranti contro gli ultras e devono incassare gli insulti più sanguinosi perché il reato di oltraggio al pubblico ufficiale non è più perseguibile d’ufficio. Confesso che qui sono caduta dalle nuvole. Non sapevo nulla di tutto ciò. Ma come? L’Italia vuole dunque una polizia che non faccia la polizia sul serio, che mantenga l’ordine, sì, ma fino a un certo punto? qui che ho capito: a scuola sta succedendo la stessa cosa. Da alcuni anni mi chiedo: ma come mai i ragazzi oggi arrivano al liceo, E poi all’università, infarcendo serenamente di orripilanti errori ortografici i loro scritti? Perché scrivono tacquino anziché taccuino, c’è né anziché ce n’è, scieliere e magnoglia? Possibile che non gli abbiamo insegnato niente? Possibile, certo. Ma forse c’è una spiegazione diversa: gli insegnanti hanno sì insegnato le regole ortografiche e forse hanno anche diligentemente e per anni corretto gli errori con la loro mitica matita rossa e blu, ma senza mai sanzionare veramente nulla, senza dare un bel due o un bel quattro, o senza poi far media con quei votacci, arrivando a rimandare e bocciare. Col risultato che gli errori sono sempre risultati innocenti, non passibili di alcuna pena e dunque irrilevanti. Il messaggio finale è questa perpetua irrilevanza degli errori. come se dicessimo: sì, caro ragazzo, hai sbagliato, ma non importa, sono solo errori formali, non è grave, non farlo più. su questo benevolo e paterno o materno «non farlo più» che sta crollando la formazione dei nostri cari ragazzi. Abbiamo anche noi le armi spuntate. Con la differenza che, forse, ce le siamo autospuntate da noi. Forse non crediamo seriamente al nostro ruolo, non vogliamo andare fino in fondo, non desideriamo trovarci davanti alle conseguenze di un gesto. Ci sembrerebbe di esagerare, e ci raccontiamo che in fondo le cose importanti sono altre. Sono sempre altre, quali non si sa. Anche come genitori oggi pensiamo che sia bene arrivare solo a un certo punto: rimproverare, guidare, ma poi lasciar correre. Meglio essere amici dei nostri figli, dare una bella pacca sulle spalle e lanciare il nostro rassicurante: non farlo più. Se ora veniamo al presente dibattito sui Dico, il quadro si completa. Quel che ci disturba oggi è che la Chiesa esprima con tanta veemenza e con frequenza pressoché quotidiana il suo totale disaccordo. Va bene, possiamo a nostra volta non essere in sintonia con le sue posizioni. Ma dovremmo accettare che lei, la Chiesa, stia facendo la Chiesa: che dica, cioè, quel che deve dire, in totale coerenza con la sua sostanza dottrinaria. Anzi, dovremmo ammirare molto il fatto che sia ormai rimasta l’unica a essere così salda e imperturbabile, a fare da scoglio immoto alle onde delle nostre pur lecite tempeste. Così come dovremmo ammirare che le forze dell’ordine vogliano essere messe in grado di fare il loro mestiere, anziché essere ostacolate in ogni modo dalle preoccupazioni della politica. E così, insomma, mi sembra di vivere in un Paese ben strano, dove si vuole che nessuno faccia più la sua parte: la scuola non deve fare la scuola, la polizia non deve fare la polizia, i genitori non devono fare i genitori e la Chiesa non deve fare la Chiesa. D’altronde, chi ce lo fa fare? La verità è che, se andassimo fino in fondo, creeremmo un enorme disturbo: procureremmo dolore a tutti, ai nostri allievi e ai nostri figli, ai tifosi del calcio e ai nostri elettori. Meglio lasciar perdere. Per amore di pace o di consenso, lasciamo le cose a metà. Un po’ facciamo sul serio e un po’ no. Ci barcameniamo. Sorvoliamo. Siamo adulti sorvolanti e leggeri: tanti variopinti deltaplani che punteggiano un bel cielo azzurro domenicale.