Varie, 20 febbraio 2007
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Bertolani Paolo
• Serra di Lerici (Spezia) 26 gennaio 1931, 18 febbraio 2007. Poeta • «[...] Come un cane che nasconda la tenerezza col digrigno, sapeva mescolare in giuste dosi umorismo e malinconia, due monete che nascevano allo stesso conio di una Liguria (di levante) aspra e sanguigna. Perfettamente domiciliata nei suoi luoghi di viottole e di siepi, di stagioni in transito tra vigne e salino, l’opera comprende narrativa (con il Racconto della contea di Levante ebbe nel ’79 il premio Comisso) e anche poesia in lingua (Incertezza dei bersagli uscì da Guanda nel ’76). Ma la sua voce più vera è quella che si esprime nel dialetto nativo e materno della Serra: Seinà (Einaudi, 1985), ’E góse, l’aia (Guanda, 1988), Avéi (Garzanti, 1994), Libi (Interlinea, 2001), Raità da neve (ancora Interlinea 2005). Scarnificando i dati della realtà fino a coglierne l’ultima “fatéssa”, l’ultima figura, Bertolani ha guardato alla realtà con una consapevolezza d’occhi magari sempre più “vèci” (vecchi), ma anche sempre più “ciai” (chiari). Restando sul confine di un’ambiguità irriducibile, ha saputo bilanciare la denuncia di una scomparsa epocale con l’annuncio dell’esserci (ancora e nonostante tutto), ha trasformato le lezioni degli amici Sereni e Bertolucci, Giudici e Soldati in un filato ben suo, ha trasformato i suoi “siti” in assoluto, s’è fatto vestire dal suo dialetto come dal più naturale e inderogabile dei travestimenti. Mirando all’energia della voce ha espresso con il minor scarto possibile la maggiore delle prossimità, la più nuda e cruda delle trasparenze. Ed è proprio qui, in questo transito di vita-morte, di presenza-assenza che la sua scrittura ha incontrato la sua lingua romita e marginale. Non voci di carta, ma voci di carne. Non libri (che pure ha letto numerosi), ma cose viventi: “Nó quei ca vedo chì,/ missi a paéde, issà pe i muri,/ ma quei fati de strade site e ciàe,/ de oci, man, frescùe dré ae cane,/ de fòge ’nter libio d’òo de l’aia” (Non quelli che vedo qui, messi a filari, alzati lungo i muri, ma quelli fatti di strade silenziose e chiare, di occhi, mani, frescure dietro le canne, di foglie nel libro d’oro dell’aria). Se è vero che “A poesia l’è ’n bófo/ de góse ’nter bordèlo,/ n’andàssene via” (La poesia è un soffio di voce nel frastuono, un andarsene via), il poeta se n’è andato senza fare rumore, lasciando alla poesia il compito di segnare la traccia del suo volo» (Giovanni Tesio, “La Stampa2 20/2/2007).