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 2007  febbraio 20 Martedì calendario

ROMA – Il nome Predator ha messo in allarme alcuni esponenti della cosiddetta sinistra radicale. Se in Afghanistan mandiamo aerei Predator, hanno detto, significa che siamo pronti a compiere azioni d’attacco

ROMA – Il nome Predator ha messo in allarme alcuni esponenti della cosiddetta sinistra radicale. Se in Afghanistan mandiamo aerei Predator, hanno detto, significa che siamo pronti a compiere azioni d’attacco. Un aereo con quel nome, ha incalzato Marco Rizzo, del Pdci, «non può essere un mezzo di pace». Al ministero della Difesa replicano che i due Predator inviati a Herat hanno l’unica funzione di garantire una maggiore sicurezza ai militari italiani. Un Predator è un aereo senza pilota. Tecnicamente si chiama drone. Con il suo occhio elettronico e camere a raggi infrarossi è in grado di individuare dall’alto qualsiasi movimento sospetto. Perciò hanno ragione alla Difesa quando dicono che è uno strumento capace di rendere più sicura l’attività dei soldati. Gli attacchi subiti dalle colonne di mezzi militari sono stati messi a segno con ordigni piazzati ai bordi della strada. Se il percorso viene monitorato, tenuto sotto continua sorveglianza attraverso un visore insospettabile, è chiaro che i militari potranno muoversi con maggiore tranquillità. C’è tuttavia un problema. Mettiamo che l’occhio del Predator avvisti un gruppo di terroristi in azione, che scopra una base di talebani, cosa succede a quel punto? Il contingente italiano è tenuto a informare subito il comando della missione Isaf che poi decide quali iniziative prendere. Le forze internazionali che operano in Afghanistan fanno tutte parte della stessa missione, possiamo dire che sono schierate sotto la stessa bandiera, scambiano fra loro un flusso continuo di informazioni. La notizia della scoperta di un covo di terroristi non potrebbe mai rimanere confinata nell’ambito del contingente italiano. Ma questo indipendentemente dal Predator. Anche una pattuglia di italiani in perlustrazione potrebbe ottenere informazioni sulla presenza di forze ostili. Sarebbe poi compito del comando centrale decidere se attaccarle e con quali mezzi. I due Predator inviati in Afghanistan sono già stati utilizzati dagli italiani in Iraq. Il ministero della Difesa ha acquistato dagli Stati Uniti cinque velivoli Predator, le cui dimensioni sono poco più di 8 metri in lunghezza e oltre 14 metri di apertura alare. Vengono lanciati da una normale pista e manovrati dall’interno di un container munito di speciali antenne. Le mani esperte di un pilota muovono un joystick, come in un gioco elettronico, e comandano gli spostamenti del velivolo, mentre sui monitor arrivano le immagini di ciò che gli strumenti di bordo avvistano a terra. Alcuni tipi di Predator montano missili Hellfire che possono essere sganciati quando viene avvistato un obiettivo nemico. Ma i velivoli in dotazione dei militari italiani non sono predisposti per portare missili. Oltre ai Predator viene inviato in Afghanistan un C130 che farà la spola sul tratto Kabul-Herat. Il C130 è un aereo da trasporto dotato di mezzi di difesa contro attacchi missilistici. Più volte contro i C130 italiani sono stati lanciati missili che hanno mancato il bersaglio grazie agli strumenti di difesa.