Varie, 19 febbraio 2007
CARCASI
CARCASI Giulia Roma 13 dicembre 1984. Scrittrice. Studentessa di medicina, nel 2005 ha scritto un romanzo, Ma le stelle quante sono: non solo ha trovato un editore, che già è un’impresa, ma ha anche venduto 140 mila copie, e allora è un piccolo miracolo italiano. Il secondo romanzo si intitola Io sono di legno, e al punto di vista di una ragazza alterna quello della madre; due storie parallele, che convergono nel tema della difficoltà di esprimere gli affetti. andato subito in classifica, su su fino al quarto posto, per assestarsi poi su vendite di gittata regolare e presumibilmente lunga. Che un’opera prima stravenda per puro tam-tam è fenomeno raro, che la seconda non sia un flop ma anzi raggiunga lettori (lettrici) diversi pure • «[...] ”Ho fatto concorsi letterari da quando avevo 15 anni, mai però a pagamento perché mi sembra ingiusto pagare per la scoperta di un talento. Il Campiello giovani, il Perla dell’Adriatico... [...] A una premiazione ho conosciuto Erri De Luca, lui ha letto un mio racconto e mi ha detto: sei condannata a scrivere. Dunque, ci potevo credere. iniziato un viaggio di scritti, da me a lui, e lui senza avvisarmi ha mandato Ma le stelle a Feltrinelli [...] Mi ha telefonato un signore: mi chiamo Alberto Rollo, ha detto. Ci siamo incontrati da Canova, abbiamo parlato del libro, mi trattava credendoci, e questo mi piace. Avevo difficoltà con la punteggiatura, usavo tre puntini e punti esclamativi per suscitare emozione, lavorando con lui sulle bozze ho capito che era un errore” [...] 20 mila copie di prima tiratura. ”Ero terrorizzata, ho detto: ma io non conosco 20 mila persone, al massimo ho duecento amici. Invece sono finite, hanno ristampato. Una serie di scatole cinesi, ognuna piena di sorprese [...] Una donna mi scrisse: io sono come te, sento come te. Mi ero sempre sentita un’eccezione, essere in due mi rendeva più forte [...] Un libro pubblicato è una parte del tuo corpo che va in giro per i fatti suoi e non la governi. Poi, nelle interviste non mi piace dover giustificare il mio modo d’essere, che non corrisponde agli stereotipi sulla mia generazione. Sono diversa, e allora? [...] Ho un confine sottile fra me e gli altri. Mi interessa il giudizio, ma le critiche brusche non mi insegnano nulla. Se strillano, non sento le parole [...] Non ho progettualità, tutto quello che è pubblico mi spaventa. Se non continueranno a seguirmi, posso sempre leggermi da sola. In casa ho vari comodini dove mettere i miei libri”» (Giovanna Zucconi, ”La Stampa” 19/2/2007).