Giuseppe Berta, La Stampa, 17/2/2007, 17 febbraio 2007
GIUSEPPE BERTA
Nelle nazioni dell’Unione Europea le imprese controllate da una famiglia rappresentano una quota, sul totale delle attività economiche, che varia dal 60 al 90 per cento. Negli Stati Uniti, dove è più visibile la presenza delle grandi corporation a proprietà diffusa, alla metà degli anni Novanta il 90 per cento delle imprese aveva carattere familiare. E se guardiamo alle classifiche dei maggiori gruppi del mondo stilate ogni anno da Fortune, troviamo che in un terzo di essi il peso dei nuclei familiari è rilevante o dal punto di vista della proprietà o da quello della gestione. Ce n’è abbastanza per indurre David S. Landes - forse lo storico dell’economia più noto dopo il successo su scala planetaria del suo libro su Ricchezza e povertà delle nazioni (oltre un milione di copie vendute) - ad affermare che l’impresa familiare non è affatto una realtà residuale, ma anzi costituisce la base portante dell’imprenditorialità.
Landes, che oggi ha più di ottant’anni e ha insegnato per tutta la vita storia economica alla Harvard University di Boston, ha dedicato al tema dell’imprenditorialità familiare il suo nuovo saggio, Dynasties (uscito da Viking Press alla fine del 2006), un vasto affresco sulle grandi dinastie del capitalismo mondiale. Al lettore esperto non sfugge l’intento polemico che percorre il volume: Landes ha di fronte a sé un bersaglio critico ravvicinato, un altro famosissimo storico del capitalismo americano, anche lui monumento della cultura di Harvard, Aldred D. Chandler jr., più o meno coetaneo di Landes. In alcune opere citatissime in tutti gli studi sull’evoluzione dell’impresa moderna come Strategia e struttura (1962) e La mano visibile (1977), Chandler ha sostenuto che l’artefice dell’organizzazione industriale - e dunque dell’espansione economica - è stato il manager. L’impresa di grandi dimensioni è il frutto dell’opera coordinata di schiere di manager specializzati che hanno pianificato l’attività produttiva e commerciale, sottoponendola a procedure governate dal principio di razionalità e imponendo l’adozione di codici operativi standard. chiaro che in questa visione dell’impresa è implicita la superiorità della forma di gestione manageriale, che trova il contraltare in forme di proprietà spersonalizzate.
Proprio quanto Landes pone ora in discussione. Contro l’analisi di Chandler, fredda e sistematica, dove le vicende personali hanno poco peso e prevale costantemente la dimensione collettiva e astratta degli affari, Landes rivaluta la sfera degli impulsi e delle passioni, dei sentimenti che tengono assieme o dividono le famiglie, delle motivazioni non sempre razionali che condizionano le scelte economiche. Ma soprattutto intende dimostrare che l’impresa familiare è tutt’altro che una realtà anacronistica o un stadio in via di superamento, destinata a essere soppiantata da forme più sofisticate di organizzazione economica come, appunto, la public company, in cui i manager non rispondono delle loro azioni a un proprietario definito, bensì a una massa anonima di azionisti. Secondo Landes, quello familiare è stato e sarà ancora nel futuro il modello d’impresa più diffuso e ricorrente.
Per argomentare la sua tesi, Landes si inoltra nella storia delle dinastie che hanno impresso il loro marchio sul capitalismo degli ultimi due secoli. La sua è una storia che enfatizza fortemente lo spessore dei caratteri individuali e degli assetti familiari che si sono formati attorno alle figure dei capostipiti. Il racconto risente palesemente del fascino esercitato da personalità che si sono impresse nel loro tempo, rivoluzionando l’economia.
Dynasties è diviso in tre parti, che si riferiscono ad altrettanti ambiti economici: la finanza, l’industria dell’automobile, il settore delle materie prime (a cominciare dal petrolio). Su questi fondali, Landes descrive le origini, l’ascesa, il successo, ma anche le difficoltà e i travagli interni, di famiglie famose come i Rothschild, i Morgan, i Ford, gli Agnelli, i Peugeot, i Toyoda (che nel 1936 mutarono il nome dell’azienda in Toyota), i Rockefeller, i Guggenheim. Ne esce così una narrazione mossa e non di rado punteggiata di eventi drammatici, in cui le storie private si intrecciano con l’evoluzione del capitalismo e le memorie di famiglia finiscono col mescolarsi con quelle pubbliche.
Esercitandosi su una materia così ampia, che spazia nel tempo e nei continenti, Landes si espone inevitabilmente alle critiche degli specialisti, che possono considerare troppo sommario il riepilogo di aspetti su cui la ricerca ha indagato con maggiore profondità. Non c’è dubbio che ai lettori italiani apparirà troppo sommaria la ventina di pagine del capitolo sulla storia centenaria degli Agnelli (e forse l’autore avrebbe potuto attingere in maniera più diretta al lungo e vivacissimo dialogo con l’Avvocato del quale fui testimone nel giugno 1998). Ma ciò che preme a Landes è di dimostrare, come scrive nelle considerazioni finali, che il capitalismo dinastico non è né intrinsecamente inadeguato né un residuo del passato.
La famiglia rimarrà il fondamento dell’imprenditorialità anche nel prossimo futuro. la radice familiare, infatti, ad assicurare quelle basi di fiducia e di dedizione personale che restano requisiti necessari dell’attività economica. In molte parti del mondo, conclude l’autore di Dynasties, la famiglia non è sostituibile come luogo in cui si formano capacità e competenze e in cui i legami personali consentono di raccogliere i capitali necessari all’avvio di un’attività economica.
Il capitalismo delle grandi imprese manageriali e anonime è invece quello che forgia le reti lunghe e gli assi multinazionali della globalizzazione. Quanto alle dinastie imprenditoriali, la loro sorte non è scritta a priori. Dipenderà dalla loro abilità nel trasmettere agli eredi una missione economica che è sempre a rischio: negli affari l’ereditarietà non è garantita, nemmeno dalla concentrazione della ricchezza. Landes aggiunge anche che i due stili del capitalismo - quello dinastico e quello manageriale - possono coesistere e trarre vantaggio reciproco dalla convivenza. Fondamentale diviene allora, anche se Landes non lo dichiara apertamente, identificare delle regole efficienti di corporate governance, in grado di distinguere rigorosamente le competenze e le responsabilità dei manager rispetto al ruolo di controllo che è appannaggio della proprietà delle imprese. Forse è soprattutto su questa frontiera delicata che si giocano le prospettive del capitalismo familiare nel lungo termine.