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 2007  febbraio 17 Sabato calendario

PAVONE

PAVONE Claudio Roma 30 novembre 1920. Storico • «[...] uno dei più autorevoli storici italiani. Ha lavorato a lungo negli archivi di Stato, ha insegnato Storia contemporanea a Pisa, ha pubblicato testi che hanno fatto molto discutere. Primo fra tutti Una guerra civile (Bollati Boringhieri), libro innovativo sulla Resistenza, dove per aver detto che la lotta di liberazione fu anche, appunto, una guerra civile, ricevette da sinistra l’accusa di ”revisionismo”. Pavone è anche l’autore del saggio Sulla continuità dello Stato, in cui, sempre andando controcorrente, sosteneva che negli apparati pubblici il passaggio dal fascismo alla repubblica era stato molto meno radicale di quanto si pensasse. Ora è uscito Prima lezione di storia contemporanea (pagg. 236, euro 10) nella serie che l’editore Laterza dedica alla larga conoscenza di materie scientifiche e umanistiche affidandole a specialisti di rango. La prima lezione di Pavone è un viaggio nelle questioni aperte della storia contemporanea e della storia senza aggettivi: il metodo, la scrittura, le fonti, il rapporto con la memoria. E si chiude con un percorso lungo il XIX e XX secolo, esaminati attraverso alcuni temi: lo stato, le costituzioni, i diritti sociali, il totalitarismo. [...]» (Leopoldo Fabiani, ”la Repubblica” 17/2/2007) • «Una camionetta di partigiani che avanza all’alba con le bandiere rosse. Gli ultimi tedeschi asserragliati in un albergo vicino alla Scala. Sparatorie. Un’amica scomparsa, e affannosamente cercata dentro un cimitero, in una distesa di cadaveri. ”Il mio 25 aprile, a Milano, lo ricordo così. Un’incredibile anarchia, tra pulsioni di festa e spettacolo di morte. Esplodeva la libertà, in uno scenario luttuoso. Sì, anch’io come tanti impugnavo una pistola: ma non ebbi il coraggio di sparare”. Lo storico Claudio Pavone raramente s’è lasciato andare ai ricordi partigiani: un po’ per pudore, e per innata ritrosia. Forse perché la guerra lascia delle zone confuse che solo il tempo illimpidisce. ”Non ho mai usato le armi. Poi mi sono chiesto a lungo se fosse stata una scelta corretta. Ora, lo confesso, non mi dispiace. Anche se sparare bisognava. Tanti compagni ne sono rimasti traumatizzati”. Pavone ha scritto saggi fondamentali sulla guerra civile, la moralità nella Resistenza, il fascismo: la sua memoria di resistente ne costituisce una sorta di retroterra intimo. ”Quando ero in carcere, sono scampato alle rappresaglie per puro caso e ho sofferto a lungo di quel complesso che colpisce i sopravvissuti: perché non io? Stai lì, a sperare che il tuo aguzzino scelga un altro da ammazzare. Poi, una volta salvo, il risveglio brusco: ma io ho desiderato che venisse ucciso un altro uomo. Non se ne viene fuori facilmente”. [...] ”Avevo ventidue anni ed ero a Roma in licenza proprio l’8 settembre del 1943: potei assistere al disfacimento delle forze armate e dell’intero apparato statale. Presi contatto con il Psiup, il Partito Socialista di Unità Proletaria, persuaso che il fascismo fosse scaturito dalla debolezza dello Stato liberale. Insieme a Giuseppe Lopresti, diventai l’aiutante di Eugenio Colorni [...] Mio padre, stanco liberale, praticava una sorta di nicodemismo: ostile a Mussolini nel salotto di casa, sostanzialmente obbediente fuori. Mio zio Giuseppe, invece, era un generale repubblicano di ispirazione azionista: comandò anche un corpo di volontari nel Sud dopo l’arrivo degli alleati. Mio nonno era stato un patriota del Risorgimento: fece dieci anni nelle galere borboniche [...] ottobre del ”43: gettai manifestini antifascisti dentro un’automobile con i finestrini abbassati. Peccato che la macchina appartenesse a Guido Leto, dirigente dell’Ovra. Un tempismo che giustamente il mio amico francese Marc Ferro ha definito più grottesco che eroico!”. Leto non la prese bene. ”Tirò fuori la pistola e agitandola intimò ai suoi uomini: ”Portatelo al commissariato e, se cerca di scappare, sparategli’. Mi chiusero in una cella fetida, ricordo ancora i morsi delle cimici. Poi un lungo interrogatorio, e il carcere di Regina Coeli: nel VI braccio, insieme a Leone Ginzburg, Carlo Muscetta, Franco Antonicelli, Giuseppe Saragat, Manlio Rossi Doria: non potevo certo immaginare che Manlio sarebbe diventato mio suocero... E con carcerieri italiani [...] i miei persecutori sono sempre stati italiani. E forse non bisogna tanto frugare nell’inconscio per capire perché abbia concentrato le mie curiosità storiografiche sulla guerra civile... [...] Nuovo interrogatorio, io continuo a negare - così mi aveva insegnato Ruggero Zangrandi - ma incorro in contraddizione. Due agenti in borghese, alle mie spalle, mi sorprendono con due potenti schiaffoni. Poi in cella: la mia posizione era aggravata”. Per questo venne trasferito nel carcere di Castelfranco Emilia? ”Sì, probabilmente. Fu prima di Natale. Di quella galera ricordo il freddo e la fame: vi rimasi fino all’agosto del 1944 e l’inverno era stato molto rigido. E poi c’era la minaccia delle rappresaglie [...] C’era stato un attentato partigiano a Modena. Arrivano i fascisti e annunciano di voler giustiziare venti detenuti politici. Eravamo in venticinque. Ebbi fortuna [...] Il nazifascismo è stato anche questo: metterti di fronte a scelte crudeli. Non se ne parla mai, ma molti di noi hanno coltivato per anni sensi di colpa [...] una volta ci arrampicammo su una finestrella in alto e da lì vedemmo una scena raccapricciante. I partigiani in fila da una parte, preceduti da un prete con la croce in alto: ammazzati uno dietro l’altro, appena usciti dalla porta. I corpi poi abbandonati a lungo”. [...] è uscito dal carcere [...] ”Per una serie di fortunate coincidenze, tra cui l’interessamento di uno zio industriale che operava a Milano con la Resistenza. Era rimasto a Roma il mio incartamento, e decisero di inviarmi nell’esercito di Graziani. Ricordo anche la sfrontatezza con cui affrontai il direttore della prigione. ”Ho saputo che è stato firmato l’ordine di scarcerazione. Ma se lei mi fa deportare in Germania, o mi consegna alla prossima rappresaglia, i miei compagni fuori di qui gliela faranno pagare’. Tremavo per la paura, ma il tipaccio sembrò intimidito: ”Per carità, dottore, si accomodi’...”. Poi Milano. ”Stavo in una formazione dal nome altisonante, Partito Italiano del Lavoro, con radicamento a Sesto San Giovanni e in Romagna. Soprattutto operai, intellettuali, ex ufficiali. Eravamo estremisti, alla sinistra del Pci. Ma scegliemmo di astenerci - se non in caso di assoluta necessità - da azioni armate. Facevamo un lavoro più teorico, di propaganda, a sostegno d’una futura rivoluzione: ma non volevamo confonderci con trockisti e bordighisti” [...] il 25 aprile [...] ”Ci convocò il nostro capo nella sede clandestina di via Uberti. ”Dovete andare in fabbrica, a Sesto San Giovanni’, ci intimò severo. ”E lì dovete convincere il padrone a riprendere un nostro compagno licenziato’. Noi partimmo, armi in pugno. Bandiere rosse ovunque: sulle ciminiere delle officine, sui cancelli. Sembrava l’Ottobre Rosso. Spavaldi entrammo nell´ufficio del dirigente, il quale ci freddò con una bella ramanzina: ma che vi siete messi in testa, questi sono metodi fascisti. Ce ne andammo con la coda tra le gambe: in fondo non cambiava niente. Forse la tesi sulla continuità dello Stato fascista - da me sviluppata in diversi saggi - è nata allora”. Poi venne piazzale Loreto. Cosa provò davanti a quei corpi appesi? ”Osservai la folla, mossa da sentimenti di curiosità, odio e disprezzo. Nella mia intransigenza giovanile, pensai che molti di coloro che erano lì non si meritavano quello spettacolo. Non ne coglievano la gravità, l’immane tragedia. ”Lo splendore del supplizio’, direbbe Foucault. Era l’epilogo della dittatura e della guerra, il rito espiatorio d’un paese che non aveva mai visto un regicidio. Mi colpì il commento di una signora elegante: ”Ma che belle gambette aveva la Petacci’... [...] L’orrore va sempre condannato. Ma uccidere il dittatore era l’unico modo per voltare pagina [...]”» (Simonetta Fiori, ”la Repubblica” 26/4/2005).