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 2007  febbraio 17 Sabato calendario

CREMASCHI Giorgio

CREMASCHI Giorgio Bologna 27 settembre 1948. Sindacalista. Ex segretario della Fiom, leader della corrente di sinistra della Cgil • «[...] è esattamente quello che sembra: un ragazzo di sessant’anni, belloccio, narcisista, simpatico malgrado la reputazione di duro, colto quel che basta per scrivere libri che piacciono a gente dai gusti difficili come Rossana Rossanda. Riduttivo definirlo un ex sessantottino: nel 1968 ci vive ancora oggi, e ci si trova benissimo. Classe 1948, bolognese di nascita e bresciano per carriera, allievo prediletto di Claudio Sabbattini, come il suo maestro Cremaschi è un apostolo della conflittualità e della lotta di classe. [...] nella segreteria della Fiom Cremaschi non ha cariche di spicco, in Cgil non ne ha alcuna, eppure è uno dei dirigenti sindacali più noti e citati d’Italia. È l’icona perfetta del sindacalista cattivo: non a caso Alberto Bombassei, vicepresidente degli industriali, da tempo lo addita come il vero leader ombra della Cgil. Il suo potere reale, però, è inversamente proporzionale all’esposizione mediatica: la corrente che ha creato in Cgil conta cinque esponenti, in direttivo le sue mozioni ottengono normalmente appena un pugno di voti. Con Epifani i rapporti sono conflittuali, al punto che il segretario della Cgil lo ha attaccato in pubblico con nome e cognome: una trasgressione inaudita alla regola sindacale che vuole si critichino solo le idee, mai gli uomini. Anche in politica non ha molti seguaci. Dopo anni di militanza nell’ex Pci è approdato a Rifondazione comunista, dove a lungo è andato d’amore e d’accordo con Fausto Bertinotti. Poi ha cercato di allargarsi, proponendosi come pontiere con l’area dei movimenti. Bertinotti non ha apprezzato e lo ha messo nell’angolo. [...] Perfino il suo allievo prediletto, Maurizio Zipponi, ex fiommino bresciano, oggi parlamentare e responsabile lavoro del Prc, gli ha votato contro. Cremaschi non se l’è presa: “Dopo i cinquant’anni non ci sono più allievi o maestri. Con Zipponi la pensiamo all’opposto, lui e il Prc hanno compiuto una svolta a 180 gradi: l’anno scorso erano con i no global, oggi si preoccupano solo di Mastella”. I maligni sostengono che la ruggine con l’ex allievo dipenda da una storia di liste elettorali: pare che Cremaschi puntasse a un seggio, ma il partito gli avrebbe preferito Zipponi. Il diretto interessato nega: “Mai pensato di candidarmi. Alfonso Gianni nell’autunno 2005 aveva sondato la mia disponibilità ma gli ho detto di no: non mi piacciono i sindacalisti che saltano direttamente in politica. E poi, avevo da fare in Cgil”. Già, la Cgil. All’ultimo congresso avrebbe dovuto entrare in segreteria confederale: c’era un’intesa di massima con il leader della Fiom, Rinaldini, ma Epifani non ne ha voluto sapere. Così Cremaschi è rimasto ai metalmeccanici. Dove, peraltro, non ha alcun settore specifico di cui occuparsi: auto, tlc, siderurgia, le cose che contano, sono in mano ad altri. A lui è toccato l’ufficio sindacale, che gli consente di svolgere il ruolo di numero due del segretario generale, ma lo priva di un vero palcoscenico. Anche la sua area di riferimento, in Fiom, è difficilmente decifrabile: dal 2003 è in fredda con i sabbattiniani; dal 2005 anche con i bertinottiani; il recente diverbio con Zipponi lo ha indebolito sul fronte bresciano, dove l’ultimo rinnovo dei dirigenti alla Camera del lavoro ha premiato i riformisti-epifaniani, vale a dire i peggiori rivali. Restano ottimi invece i rapporti con Rinaldini: quasi un fratello minore, sicuramente un amico: è il solo con cui non litiga veramente mai. Rinaldini, del resto, non è polemico per carattere. Cremaschi, invece, vive di polemiche, sa come costruirle e poi alimentarle. Per questo i giornalisti lo adorano: ha sempre la dichiarazione giusta al momento giusto. A differenza di altri sindacalisti è brillante, telegenico, convincente e perfino spiritoso, cosicché Antonello Piroso ne ha fatto una star di La7 e Giovanni Floris lo invita spesso a Ballarò. I suoi nemici dicono che è solo un fenomeno mediatico, ma lui replica orgoglioso: “Sono l’esatto contrario del fenomeno mediatico: io sono la realtà”. Su di lui corre la stessa leggenda metropolitana che toccò a Bertinotti, e cioè che non abbia mai firmato un accordo. Smentisce: “Ne ho firmati moltissimi. E i miei non sono mai stati respinti dai lavoratori”. Il suo rapporto con le tute blu, dicono, è puramente ideologico, e molti sospettano che dei reali bisogni dei lavoratori gliene importi fino a un certo punto: quello che gli piace davvero sono le battaglie. Lo ricordano ancora a Brescia negli anni Ottanta, in piena crisi della siderurgia, protagonista assoluto di epici confronti sindacali. Al tavolo di trattativa metteva in atto una sua tecnica: appena si profilava un’intesa si dichiarava in dissenso, quindi avviava una estenuante trattativa su ogni singola parola, costringendo i colleghi del sindacato a modificare dieci, venti, trenta volte il testo. Alla fine votava contro comunque, facendo infuriare tutti. Nel giro di pochi anni era diventato l’incubo di Luigi Lucchini (che all’epoca ricopriva anche la carica di presidente della Confindustria), nonché del suo capo del personale in azienda, Ugo Calzoni, ex sessantottino a sua volta e quindi molto portato anche lui, come Cremaschi, a sviluppare tutte le infinite gradazioni del conflitto ideologico. Anni di scontri violenti e trattative incandescenti nei quali Cremaschi iniziò a costruire la propria leggenda di signor no. La stessa reputazione che lo tiene a galla oggi che di potere ne ha molto meno. Lui non nega: “È vero, dal punto di vista politico e sindacale, rispetto ai gruppi dirigenti, sono isolato. Ma non tra la gente, che mi invita a tenere duro. E poi, il bello deve ancora venire”» (Nunzia Penelope, “L’espresso” 2/8/2007) • «[...] È stato nel Pci fino allo scioglimento e ora, dopo una militanza senza tessera, è ufficialmente iscritto a Rifondazione comunista. A lungo si è parlato di lui come possibile successore di Fausto Bertinotti. È un personaggio che conta, che ha studiato (laurea in Scienze politiche a Bologna), che sta nel sindacato da più di trent’anni. Non c’entra nulla, ma ha anche sposato una sindacalista (Laura Tonoli, segretaria dei tessili della Cgil) e ha due figli. [...]» (Mattias Mainiero, “Libero” 16/2/2007) • «[...] L’amicizia che lega Bertinotti a Cremaschi è antica [...] Erano i primi Anni Settanta quando Fausto, leader della Cgil piemontese, frequentava volentieri la sezione universitaria del Pci di Bologna, l’unica che nella capitale del “comunismo d’ordine” condividesse la sua passione per Ingrao. Giorgio Cremaschi era un giovane iscritto. Che qualche anno dopo accetta la chiamata a Brescia di Claudio Sabattini, altro personaggio importante per Bertinotti. Dal ’92 al 2002 Cremaschi è a Torino. Stringe amicizia anche con Revelli, insieme scriveranno un libro per gli Editori Riuniti, Liberismo e libertà. Cremaschi e Bertinotti sono tra i pochi dirigenti della Cgil a votare contro l’accordo tra Trentin e Amato sulla fine della scala mobile. Già nell’89 hanno sottoscritto “l’appello dei 39”, embrione della sinistra sindacale che diventerà poi una corrente strutturata, “Essere sindacato”. Nel ’93 Bertinotti lascia il Pds; Cremaschi in un primo momento lo critica, poi lo segue. Quando Fausto denuncia in un’intervista alla Stampa che anche nel sindacato si nascondono i germi della corruzione e si becca una nota di censura dalla segreteria nazionale, Giorgio lo difende. Quando nel ’96 Bertinotti propone uno “sciopero anti-Lega”, solo Cremaschi appoggia la curiosa sortita così liquidata da Bossi: ”Gli operai gli daranno quattro legnate”. L’intesa è tale che nel 2001 Il Foglio ipotizza che Bertinotti lascerà la segreteria a Cremaschi per assumere la presidenza del partito. Poi, quando Bertinotti stringe l’accordo con Prodi, l’accordo con il suo vecchio amico si incrina. Il dissenso si apre su questioni simboliche. Fausto elogia “i borghesi buoni, come Marchionne”, e Giorgio lo gela:“Giudizi da talk show”. Al congresso della Cgil il capo applaude la relazione di Epifani che apre al centrosinistra, e l’ex delfino risponde che per il sindacato non esistono governi amici. Fino alle giornate di Vicenza, quando Cremaschi dice al Corriere che “uscire dal governo per Rifondazione non dev’essere un tabù”. Oggi va oltre. E sostiene che “la crisi è totale, il progetto politico di Bertinotti è fallito. Puntava a guidare un partito di lotta e di governo, ma Rifondazione non è né l’uno né l’altro. Non di lotta perché ha rotto con gli operai di Mirafiori e con la parte più radicale del movimento, non di governo perché il suo peso è puramente simbolico. Oggi — conclude Cremaschi — il partito perde voti a destra, perché accusato di destabilizzare Prodi, e a sinistra, perché accusato di non contare nulla. Un’implosione”. Un’analisi talmente dura che potrà essere solo Bertinotti, se vorrà, a dare una risposta ai suoi amici di un tempo» (Aldo Cazzullo, “Corriere della Sera” 12/3/2007).