Grazia Longo, Elena Loewenthal, Chiara Saraceno La Stampa, 17/2/2007 Grazia Longo - Marco Accossato, La Stampa 18/2/2007 Vera Schiavazzi, Corriere della Sera 18/2/2007, 17 febbraio 2007
QUATTRO ARTICOLI, TUTTI TRATTI DALLA STAMPA DEL 17/2/2007, UNICA AD AVERE IL CASO. POI UN ALTRO ARTICOLO DELLA STAMPA, UNO DEL CDS (+INFORMATO) E I DATI SULL’ABORTO
GRAZIA LONGO
TORINO
Valentina, 13 anni, è poco più di una bambina. Eppure non voleva separarsi da chi sentiva crescere dentro di sé. Ha pianto, ha urlato, ha insultato, ma alla fine ha vinto la legge ed è stata costretta ad abortire. Lei allora ha ricominciato a piangere, a strepitare. «Me l’avete fatto ammazzare e adesso m’ammazzo io, m’ammazzo» ha detto ai genitori. Non stava scherzando, il dolore e la disperazione sono esplosi ad un livello tale da richiedere un ricovero d’urgenza al reparto psichiatrico del Regina Margherita.
l’ospedale dei bambini di Torino, dove Valentina - un corpo di donna cresciuto troppo in fretta - da una settimana è spaesata e confusa. Le hanno vietato di incontrare il suo ragazzo, uno studente di 15 anni, perché cercano di proteggerla dalle emozioni forti ma anche dal desiderio di scappare. «Io qui non ci voglio stare - continua a ripetere - non sono pazza, sto solo male come un cane per quello che i miei genitori e i giudici mi hanno obbligato a fare». Sulle sue condizioni psichiche vigilano i medici, ha iniziato una psicoterapia per imparare a ritrovare se stessa.
Mentre sua madre adesso si tormenta per aver violato il desiderio della figlia. Un desiderio sicuramente in controtendenza con quanto solitamente accade in circostanze analoghe, perché è difficile incontrare una tredicenne che voglia diventare mamma. Ad opporsi all’aborto, sono spesso quei genitori cattolici che convincono la figlia a partorire un bimbo da cedere in adozione.
Stavolta non è andata così. Valentina voleva quel bambino, lo voleva a tutti i costi. Ma a una minorenne non è concesso di scegliere: il consenso all’aborto spetta alla famiglia. Il giudice tutelare del Tribunale dei minori, contattato dal consultorio o dai servizi territoriali, interpella la minore per valutare qual è la soluzione che meglio la protegge. Esistono però ragioni del cuore e dell’anima difficili da sondare, soprattutto quando si è così giovani. E quando, come in questo caso, anche la famiglia dimostra difficoltà a gestire una situazione così complessa e delicata. I genitori di Valentina hanno meno di 40 anni, sono operai e non hanno altri figli. Quando hanno scoperto la gravidanza non hanno avuto esitazioni. «Sei troppo piccola, non puoi rovinarti la vita così». Valentina ha cercato di ribellarsi, ha spiegato e rispiegato che nonostante i suoi 13 anni, voleva andare avanti. «Non posso buttare questo bambino - ha implorato - cercate di capirmi». Nessuno le ha dato retta. I motivi sono facilmente intuibili, prima fra tutti la difficoltà per una ragazzina di 13 anni e un ragazzo di 15 di diventare genitori. Valentina frequenta la terza media, ha voglia di divertirsi, di andare a spasso con gli amici, al cinema, in discoteca. Anche ora che è in ospedale rimpiange i pomeriggi e le serate con il suo ragazzo quindicenne.
Si può, a quest’età, mettere al mondo un figlio? Valentina era (e forse lo è ancora) convinta di sì. Dopo l’interruzione di gravidanza, all’ospedale Sant’Anna, l’inevitabile il crollo. Crisi isteriche, minacce di suicidio, dolore alle stelle. Gli psichiatri dell’Asl non hanno perso neppure un attimo e hanno disposto il ricovero d’urgenza nel reparto psichiatrico dell’ospedale Regina Margherita. La ragazzina vi è arrivata in ambulanza, a sirene spiegate, una settimana fa. E il suo futuro? Il primario di neuropsichiatria infantile, Roberto Rigardetto, è preoccupato. «Valentina ha chiaramente subìto una violazione terribile - osserva - perché l’aggressione che ti condanna all’aborto è la stessa di quella che vieta di farlo. Si tratta sempre di una limitazione della libertà personale. Si è vero ha solo 13 anni, ma gli adolescenti di oggi sono diversi da quelli di 20 anni fa. Sarebbe stato meglio che non rimanesse incinta, è ovvio, ma non si dovevano trascurare le sue intenzioni come invece è accaduto».
Secondo il professor Rigardetto, inoltre, è impropria anche la permanenza in ospedale. «Valentina non è una malata psichica, la sua patologia è il dolore subìto. Starebbe meglio, prima di tornare a casa, in una comunità alloggio». Sempre che ci voglia andare.
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«La scelta della procreazione è sempre lasciata alla donna anche se è una ragazzina». Melita Cavallo è direttore del Dipartimento della giustizia minorile.
Chi decide in casi come questi?
«Per la legge 194 deve decidere la donna è solo lei che può chiedere di abortire. Anche nel caso di una ragazza minore di 18 anni, è lei che lo decide, e per farlo è chiesto l’assenso dei genitori».
Quindi nessuno può costringerla?
«Poniamo il caso che i genitori vogliano costringerla, ad abortire o a tenere il bambino perché cattolici, allora intervengono i servizi sociali, il consultorio o la struttura socio-sanitaria che presenta una relazione al giudice tutelare, e questi può decidere che la ragazzina può abortire, ma non ha il potere di costringerla».
Che cosa può essere successo in questo caso?
«La situazione di Torino è molto anomala. Nel caso che non ci sia accordo tra genitori e ragazza, la madre e il padre si rivolgono al tribunale dei minori, che però è tenuto a difendere la minore ad ascoltarne le volontà, le aspettative, le aspirazioni».
Ha mai dovuto affrontare un caso del genere?
«Non come quello di Torino. Molti anni fa mi è capitata una famiglia, non certo disagiata anzi appartenente a una fascia sociale molto alta, che nel mese di agosto si è presentata con una ragazzina di 15 anni, rimasta incinta dopo un rapporto con un compagno di scuola a una festa».
Voleva abortire?
«Lei voleva tenersi il bambino i genitori erano contrari, vennero da me per chiedermi di collocare la ragazzina in una struttura del Trentino e non volevano il piccolo. Mi resi conto della sofferenza della ragazza e decisi di darla a una famigli affidataria che stimavo molto e che aveva adottato due bambine. E’ rimasta lì fino alla nascita del bambino che è stato dato in adozione».
Anche questa decisione però può provocare traumi.
«La ragazzina è arrivata a questa decisione con molta consapevolezza, sostenuta dalla famiglia affidataria che ha anche ricucito il rapporto con i genitori. Io non avrei mai potuto costringere all’aborto: attraverso i servizi si fornisce un sostegno psicologico e se la ragazzina è troppo piccola o immatura si può convincerla a lasciare il bambino in adozione. Tutte le convenzioni internazionali tutelano il minore, che in questi casi oltre alla madre è anche il nascituro. Noi possiamo aiutare la ragazzina a comprendere quanto sia difficile fare la mamma, e convincerla all’adozione, perché magari la famiglia non l’accetta o lei è molto fragile, mai all’aborto».
E se vuole crescere il bambino?
«Se lei è determinata e magari il padre del bambino è un ragazzino responsabile che ha già un lavoro, allora l’aiutiamo, la legge impone che si aiuti la gestante. Io ho incontrato molte ragazzine distrutte dall’aborto, è un’esperienza lacerante, spesso non riescono più ad avere bambini, negli anni hanno difficoltà nei rapporti con i compagni. Credo che la ragazzina di Torino avesse prima detto sì all’aborto e poi ne sia uscita tanto distrutta da negare quell’esperienza».
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Favorevole al sì (tenersi il bambino)
Tredici anni. E’ l’età in cui appena l’orizzonte non non dovrebbe andare oltre quel banco di scuola che non si è nemmeno ancora fatto in tempo a scaldare. E’ un’età arruffata, in cui non si è né carne né pesce, non più bambini e non ancora niente. Perciò ogni tanto gioca brutti scherzi, mettendoti addosso un corpo già grande, tanto più grande di te, che lascia indietro i sogni e le fantasie, rimasti piccoli. Certo è che in quell’instabile soglia dell’adolescenza è difficile stare in equilibrio.
Ancora più difficile dev’essere stato, per gli adulti che aveva intorno, prendere la decisione di interrompere la gravidanza di una tredicenne, andando contro il suo volere e sfidando il suo dolore. Sfidando le illusioni e la sventatezza di chi s’era decisa a diventare madre, malgrado i suoi tredici anni. Certo, la maternità è un impulso indomabile, è persino indescrivibile. Ma è pienamente tale soltanto quando sa quel che l’aspetta - non nel senso del futuro per filo e per segno, ovviamente. Piuttosto in quel presagio chiaro come il sole che concepire un figlio, desiderarlo e metterlo al mondo significa prima di tutto assumere un’amorevole, ma abissale responsabilità. A 13 anni no. Quello deve restare il tempo della beata incoscienza (ELENA LOEWENTHAL)
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Favorevole al no (non tenersi il bambino)
Il diritto all’aborto è importante proprio perché è un diritto squisitamente soggettivo e basato sulla decisione libera della donna. Imporlo, anche alla propria figlia tredicenne, anche per amore e preoccupazione per il suo futuro, nega proprio quella libertà, quella capacità di dire su di sé. E’ vero che nel caso di minorenne per l’aborto occorre il parere del giudice. Ma è un obbligo a difesa della minore: per aiutarla a prendere la sua decisione, senza dare per scontato che i genitori siano sempre i migliori consiglieri in questa situazione. E rispettando la libertà della ragazza di confidarsi o meno con loro. In questo caso, invece, il giudice sembra aver preso le parti dei genitori contro la ragazza, capovolgendo il senso della norma. E non si può evitare di chiedersi in base a quale criterio un giudice possa avere disposto un intervento così invasivo sul corpo di una ragazza, senza il suo consenso, visto che non sembra fosse in gioco la sua sopravvivenza.
Essere costrette ad avere un figlio quando non lo si desidera è una enorme violenza, sempre, ma soprattutto quando si è quasi appena uscite dall’infanzia. Ma lo è anche essere costrette ad abortire, oltretutto dai propri genitori (Chiara Saraceno)
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La Stampa, 18/2/2007
MARCO ACCOSSATO
GRAZIA LONGO
TORINO
«Non puoi tenere questo bambino. Con quali soldi lo faremo crescere? Devi abortire, e papà non lo dovrà mai sapere».
Il dramma di Valentina, 13 anni comincia qui. Dalle parole della mamma. Una nuova pagina di una vita già distrutta, mentre dentro di lei ne stava crescendo un’altra. Adottata, ha vissuto il trauma della separazione dei nuovi genitori. stata affidata alla madre, con la quale ha però un rapporto talmente difficile e conflittuale da esser scappata più volte da casa. Fino alla scelta inevitabile: «Non puoi tenere il bambino».
Di fronte alla psicologa Sara Randaccio, dell’ospedale ginecologico Sant’Anna di Torino, Valentina ha accettato, forse suo malgrado, di abortire. La madre sempre al suo fianco, e quel segreto da mantenere «Papà non deve sapere». Ma Valentina è disperata, poco prima dell’interruzione di gravidanza finisce all’ospedale Mauriziano in stato confusionale: ha assunto droga e alcol. Da qui viene trasferita all’ospedale Sant’Anna dove, poi, è stato eseguito l’intervento.
A firmare il consenso è stata lei. Insieme alla madre. Per legge, però, mancando il consenso del padre, si è dovuto richiedere l’intervento di un giudice tutelare. E il giudice, Giuseppe Cocilovo, le ha dato il permesso di prendere autonomamente una decisione. «Non c’è stata alcuna imposizione da parte della magistratura» dice una nota del Tribunale di Torino. Tribunale che ieri ha sequestrato le cartelle cliniche, mentre Valentina resta ricoverata nel reparto di psichiatria dell’ospedale infantile Regina Margherita.
Un ricovero urgente, una settimana fa, per la disperazione e il dolore dopo l’aborto. Il senso di colpa la perseguita. Quella firma che ha accettato di mettere è un dramma più grande di lei. L’aiuterà la psicoterapia a cui è sottoposta.
La dottoressa Sara Randaccio è la psicologa dell’ospedale ginecologico Sant’Anna: «Quando è arrivata da noi - ricorda - la pratica era già seguita dai servizi territoriali. Valentina ha grossi problemi familiari, anche di fronte a me non si è opposta all’aborto. Ma certamente non è stato un passo facile da compiere. E le conseguenze, probabilmente, sono anche il frutto di tutta la sua difficile situazione».
Adesso, per la ragazzina si sta cercando una sistemazione più adatta. Per aiutarla a superare questo momento così devastante. Le è stato impedito di vedere il suo ragazzo, per proteggerla da emozioni troppo forti, mentre la madre le fa visita tutti i giorni. «Il ricovero ospedaliero era assolutamente inopportuno - ribadisce il professor Roberto Rigardetto, direttore della Neuropsichiatria del Regina Margherita -. Valentina non è pazza, è andata in crisi di fronte a un evento che non riesce ad accettare». E’ necessario, prosegue Rigardetto, «che i servizi sociali e neuropsichiatrici territoriali le diano un supporto e aiutino anche la sua famiglia».
Tra le ragioni per cui Valentina è stata ricoverata dopo l’aborto in un reparto psichiatrico, ci sono le minacce di volerla far finita. Ora sta lentamente uscendo dalla crisi, i medici hanno ridotto i sedativi, ieri pomeriggio in reparto sono entrati i clown che fanno visita ai piccoli pazienti per distrarli qualche ora dalle terapie. Valentina ha assistito ai giochi di prestigio. Un sorriso appena abbozzato, qualche chiacchera con gli altri bambini senza però aprirsi mai più di tanto. Intorno a lei un clima di attenzione, di coccole, soprattutto di protezione: l’ospedale la difende da qualsiasi intrusione, niente giornali e niente tv.
«In questa vicenda - commenta l’assessore comunale alle Politiche sociali, Marco Borgione - c’è un aspetto sottovalutato: la grande sofferenza che ha portato la giovane a pensare di compiere atti contro se stessa dopo l’aborto».
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Corriere della Sera, 18/2/2007
TORINO – A tredici anni, Valentina, il nome è di fantasia, ha subito così tanti traumi che i medici sono preoccupati per lei e temono che possa farsi del male. Prima i maltrattamenti e l’orfanotrofio nel suo Paese d’origine, poi, a otto anni, un’adozione difficile in Italia, la ribellione, le fughe, la gravidanza, l’aborto e il crollo psicologico che l’ha portata nel reparto psichiatrico dove si trova adesso. Ma non c’è stata alcuna costrizione, né un provvedimento del giudice per obbligarla ad abortire. «Siamo intervenuti – ha chiarito in serata l’ufficio del giudice tutelare di Torino – perché i genitori sono separati e il padre non era informato. Sul piano legale, questo caso così doloroso è uguale a quello di qualsiasi minorenne che voglia interrompere la gravidanza senza il consenso dei genitori: valutiamo la situazione, i suoi motivi, e se sono validi la autorizziamo a decidere autonomamente».
Orfana dalla nascita, sballottata tra adulti e istituti dove subiva violenze, Valentina avrebbe potuto trovare un po’ di serenità in Italia. Ma i suoi problemi si sono rivelati troppo difficili per la famiglia adottiva che, specie dopo la separazione e le sue ribellioni da pre-adolescente in crisi, non è più riuscita a seguirla. Intelligente e vivace nonostante i suoi drammi, la ragazzina cresciuta troppo in fretta ha iniziato a frequentare le superiori e ha incontrato un ragazzo italiano, quindicenne, con una storia simile alla sua. Come naufraghi, i due hanno cominciato a frequentarsi fino a quando è arrivata la gravidanza.
Valentina e la madre adottiva, in un clima di grandissima tensione, hanno chiesto ancora una volta aiuto. Ma il «sistema» che dovrebbe tutelare una ragazza- bambina forse non ha funzionato a dovere. Rimbalzata, ancora una volta, da un servizio pubblico a un altro, Valentina è approdata al Sant’Anna, il grande ospedale ginecologico di Torino, annesso all’infantile Regina Margherita dove si trova ora. Qui ha parlato con medici e psicologi, che hanno cercato di fare il meglio per lei, informandola di tutto e cercando, senza riuscirci, di farla restare il minimo indispensabile nel reparto dove, il 7 febbraio scorso, le è stata praticata l’interruzione di gravidanza prevista dalla legge 194. Il Regina Margherita non l’ha accolta e soltanto pochi giorni fa, quando ormai il suo malessere psicologico si era trasformato in una crisi acutissima, le ha aperto le porte.
Ora che la notizia è stata fatta trapelare, le polemiche a Torino si sprecano: da un lato il ginecologo radicale Silvio Viale, che chiede un’immediata inchiesta per chiarire ogni dubbio e punire chi ha violato la privacy di Valentina, dall’altro l’assessore comunale Marco Borgione (della Margherita) che sottolinea la necessità di sostenere di più i minori in difficoltà.
Intanto, la ragazza-bambina venuta da lontano è a rischio di suicidio, e per lei si cerca una comunità che sia in grado di accoglierla davvero.
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ULTIMI DATI SULL’ABORTO
Nel 2005 (ultimi dati disponibili) le interruzioni volontarie di gravidanza sono state 129.588. Un anno prima erano state 138.123, il 44,8 per cento in meno rispetto al 1982.
Solo lo 0,2 per cento delle donne che abortiscono ha meno di quindici anni (circa 250 in un anno), l’8 per cento ha un’età compresa fra i 15 e i 19 anni. La maggioranza è tra i 25 e i 29 anni. Seguono le donne tra i 30 e i 34 anni e quelle tra i 20 e i 24.
Gli aborti in Italia sono in forte calo. Nel 1982 erano oltre 248 mila (+ 44,8 per cento rispetto a oggi).