Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  febbraio 17 Sabato calendario

LONDRA

Nudi davanti scrutandosi là, nudi di dietro curvi per meglio mostrare il sedere, in mezzo, giganti, due facce spiritate, malinconiche, sullo sfondo di macchie la cui natura viene chiarita dal titolo dell´opera: Il nostro sperma. Visione imponente, visto che il quadro misura 2 metri e 54 per 6 metri e 04 cm., ma anche imbarazzante, se si confrontano le immagini dei nudi con i personaggi reali, i protagonisti-artisti che sono due signori ultrasessantenni, massimamente dignitosi nel loro monopetto vecchio stile, la stessa cravatta, la stessa penna infilata nel taschino, il viso severo, uno con gli occhiali e stempiato, l´altro più basso e arrotondato, ambedue con le braccia ferme lungo il corpo immobile, mentre, intervistati da una telecronista eccitata, rispondono educatamente, prima l´uno poi l´altro, senza mai sovrapporre le voci.
Sono i celebri e per molti gli irritanti Gilbert & George, non una coppia di artisti ma, come dicono loro, un unico artista, o meglio, una "scultura vivente", cui la Tate Modern dedica (sino al 7 maggio) una grandiosa mostra retrospettiva, in questa caso grandiosissima, non solo per l´immensità delle opere (Named del 2001, misura 3 metri e 55 per 15 metri e 21 cm.) ma anche perché occupa le enormi 18 sale di tutto un piano, compresi il bar, l´area di ristoro, il book shop, non le toilette, evidentemente troppo anguste per questo tipo di gigantismo creativo.
Un onore particolare, perché gli inglesi anche celeberrimi, come Bacon o Freud, vengono ospitati alla Tate Britain, ma G&G si sono soavemente impuntati per quattro anni, perché «noi siamo artisti moderni, non artisti inglesi, e vogliamo la Tate Modern o niente». Essendo un unico artista e non banalmente una coppia come tante, la loro biografia individuale si è persa chissà dove: si sa che Gilbert, di origine italiana, nato in un villaggio dell´Alto Adige nel 1943, aveva una mamma di nome Cecilia e un padre falegname che scolpiva Madonne; e che George, nato in un paesino del Devon nel 1942, aveva una mamma di nome Hermione Ernestine. Poveri tutti e due, e in fuga appena possibile da casa e dal paese. I loro cognomi sono praticamente introvabili, perché ininfluenti al loro essere uno, come è ininfluente, piccinerie da cronista, sapere quale dei due è George (in ogni caso, quello con gli occhiali) e quale Gilbert (il più piccolo), che invecchiando ci ha guadagnato, assomigliando vagamente a Robert De Niro.
Comunque: George Passmore e Gilbert Proesch vivono e lavorano insieme da quarant´anni, si sono conosciuti nel 1967 frequentando i corsi di scultura della celebre Saint Martin´s School of Art di Londra, in un tempo in cui essere gay era ancora inaccettabile. Ed è forse per questo che nella massiccia bibiliografia a loro dedicata, nel mare di articoli che artisticamente li celebra o li deplora, di ciò non si parla, né loro stessi mai ne accennano, certo per eleganza e discrezione; più eccentrici che mai oggi quando i coming out sono una valanga, pure retrospettiva, di personaggi quasi insospettabili (il presidente Lincoln?, il generale Montgomery?, l´attore Gérard Philipe?.) Anche se poi le loro opere non parlano d´altro, come nella imponente celebrazione dell´omosessualità promiscua dello smisurato Named composto da 90 annunci di Nathan, Roberto, Markos, Spike, ecc., giovani e ovviamente belli, completi di misure, che offrono hot time, darkest fantasies, dominating service and correction: al centro di tanto ben di dio, i due anzianotti che si trattengono a vicenda, fuori di sé.
Poco più che ventenni, l´incontro di George e Gilbert fu fatale: timidi, isolati e infelici, decisero che sarebbero stati loro stessi, lo scorrere della loro stessa vita, il soggetto della loro creatività: così la mostra inizia con grandi pannelli di carta a carboncino, che li mostrano nel 1970 incerti e giovani, romantici e bucolici, in boschi selvaggi, tra ruscelli e laghetti: ma già prima si erano irritati per questo tipo di smancerie e di quel che a scuola noiosamente insegnavano, e avevano subito provveduto a scandalizzare e a farsi censurare; con i loro ritratti fotografici accostati, quelli di due giovani dandy qualsiasi, George, biondo con occhiali, che ha tra le dita una sigaretta e assomiglia a David Hockney, e Gilbert, bruno con frangetta e un´aria più ribelle, tutti e due con una rosa sul bavero della giacca. Ma in stampatello sulla foto di uno c´è scritto «George the cunt» (George la f...), su quella dell´altro «Gilbert the shit» (Gilbert la m..).
Questa sarà l´unica volta in cui si fotograferanno sorridenti, e la prima e l´ultima in cui si accennerà nella loro arte a qualcosa collegabile con la femminilità. In tutte le 200 opere esposte, non c´è una sola immagine di donna, l´artista duplice non conosce, non vede, con capisce, non solidarizza, non sogna, non depreca, non soffre che per un mondo totalmente maschile. Indisponenti e divertenti, conservatori e anarchici, rivoluzionari e thatcheriani, sporcaccioni e severi, blasfemi e socialmente impegnati, è da quarant´anni che si fotografano e sono protagonisti dei loro quadri, fotografano le parolacce sui muri («cunt, fuck, suck, queer, lick, spunk») titolano con le emozioni di massa («paura, terrore, malattia, bombe, rabbia, morte, pazzia, fede armata»), fotografano neri e arabi e ubriaconi e pazzi e ribelli, poi, sempre da soli, senza l´aiuto di nessuno, lavorano sui negativi, aggiungono sprazzi di colori violenti («il marrone della cacca, il giallo dell´urina, il rosso del sangue»), compongono pannelli sempre di uguale misura e accostati, si lasciano andare, con estremo controllo, alle loro disperazioni e terrori. Dicono: «Siamo più infelici di chiunque altro conosciamo. molto importante essere infelici, non crediamo che sia possibile progredire se si è allegri. Non si contribuisce alla civiltà stando sdraiati su una spiaggia con un gin and tonic». E poi: «Il nostro soggetto è il mondo, la sofferenza. Solo pensare al mondo procura sofferenza. Totalmente, ogni giorno, ogni secondo. La nostra ispirazione sono tutte quelle persone che vivono oggi sul pianeta, nel deserto, nella giungla, nelle città. Ci interessa la persona umana, la complessità della vita».
Quindi loro in mutande di cotone bianco, su o scese alle caviglie, accanto a se stessi con il solito identico completo anni Sessanta, che si tengono per mano sullo sfondo della mappa del loro quartiere, in Spit Law del 1997 (2 metri e 54 per 5 metri e 28 cm.). O in Bloody Mooning del 1996, George abbigliato seriosamente accanto al sedere nudo di Gilbert e simmetricamente viceversa, sullo sfondo di due piastrine di sangue probabilmente infetto (3 metri e 38 per 5 metri e 68 cm.); «Volevamo fare arte imbarazzante, arte che ci imbarazzasse. Lo facciamo ancora. Certe volte siamo molto molto imbarazzati, ed è una bella sensazione. Quando ci fa male per noi è perfetto».
In Down to earth del 1989, sullo sfondo di un cimitero in cui tra i fiori, pare di scorgere peni turriti, i faccioni angosciati e dipinti di rosso di G&G divorano l´altro miniaturizzato (2 metri e 26 per 3 metri e 17 cm.): «Poi venne il disastro dell´Aids, la morte che precipitò nel sangue dei nostri amici. Stavano tutti morendo e vedevamo questa fine della vita davanti a noi, ogni giorno, e fu quell´orrore a influenzarci». Diventati subito celebrità internazionali nel 1970, quando in una galleria di Dusseldorf, ancora giovani e carini, presentarono la "scultura canora" cioè loro due su un tavolo a cantare per otto ore una vecchia canzone popolare inglese, sono da allora avidamente richiesti ovunque, anche in Italia: all´ultima Biennale d´arte veneziana, del 2005, occupavano il padiglione della Gran Bretagna con una serie di vetrosi e coloratissimi loro ritratti come frullati da un caleidoscopio: solita sospettosità dei critici, solito entusiasmo del pubblico per la capacità di provocare un incomprensibile buon umore. Alla tartinata in loro onore, signore subito innamorate per l´urbanità britannica dei loro modi. Domanda femminile osè: «Siete fratelli o compagni?» Risposta acuta: «Non siamo fratelli».
 stata quella di Venezia una delle rare occasioni in cui Gilbert e George si sono allontanati non si dice dall´Inghilterra o da Londra, ma dal loro quartiere. Da quarant´anni vivono in una palazzina georgiana acquistata quando era ormai decomposta, in Fournier Street, la cupa stradina dove alla fine dell´800 fu trovato il cadavere di una delle vittime di Jack lo Squartatore. in pieno East End, la zona dove vivono pakistani, indiani, arabi, neri, musulmani, indu: non hanno bisogno, dicono, di girare il mondo, visto che il mondo li circonda: «Apriamo la porta, fuori piove, qua c´è una pozzanghera, là il vomito da un takeway cinese, un piccione se lo mangia, c´è un mozzicone di sigaretta e questo è tutto». Di faccia un centro fondamentalista, dall´altra un negozio di stracci africani: quando tornano dal ristorante kurdo dove solitamente cenano, hanno raccontato qualche anno fa a Le monde, George è il solo inglese dell´autobus.
Le loro opere si vendono da 400 mila dollari in su, dicono che la loro è un´arte democratica accessibile a tutti, però nei musei. Non lavorano per le istituzioni pubbliche, assaliti da partiti perché si occupino delle loro campagne elettorali, da divi e da stilisti perché lavorino per loro, rifiutano sempre. Non si vedono mai a una sfilata o a un ricevimento mondano, evitano celebrità, fuggono dai giornalisti.
Nel 1990 alla Tate Britain, avevano presentato con grande successo un opera intitolata C´è molta merda nel mondo dell´arte. Molti colleghi e critici non li hanno ancora perdonati. Si sono ben guardati dall´approfittare della legge inglese che consente la registrazione delle coppie conviventi, e chissà, forse per questo loro atteggiamento aristocratico potrebbero essere benedetti dalle gerarchie ecclesiastiche: se non fosse per certe opere di assoluta crudele irriverenza religiosa che ci si augura sfuggano alla curiosità vaticana.
Appositamente per la mostra, l´infaticabile duo ha creato una serie di pannelli (Six Bomb Pictures) per ricordare l´atto di terrorismo del luglio del 2005 a Londra: Gilbert e George mostrificati dall´ansietà e dalla paura, emergono rossastri da uno sfondo fatto dagli strilli dell´Evening Standard che per giorni mantennero nel terrore la città.