Antonio Carioti, Corriere della Sera 17/2/2007, 17 febbraio 2007
Una nuova parola d’ordine risuona tra i critici odierni del capitalismo: «decrescita». Svanita l’illusione che un sistema alternativo potesse battere l’economia di mercato sul piano della produzione e del benessere materiale, si richiamano i problemi ambientali e le nevrosi collettive per suggerire che bisogna non solo porre un freno allo sviluppo, ma innestare la marcia indietro
Una nuova parola d’ordine risuona tra i critici odierni del capitalismo: «decrescita». Svanita l’illusione che un sistema alternativo potesse battere l’economia di mercato sul piano della produzione e del benessere materiale, si richiamano i problemi ambientali e le nevrosi collettive per suggerire che bisogna non solo porre un freno allo sviluppo, ma innestare la marcia indietro. La Jaca Book, casa editrice vicina a Comunione e Liberazione, pubblica il volume Decrescendo cantabile, un «piccolo manuale per una decrescita armonica» scritto dal pittore francese Jean-Claude Besson- Girard. Mentre «Trasgressioni», interessante rivista diretta da Marco Tarchi, pubblica un saggio in cui Alain de Benoist, capofila della «nuova destra» d’Oltralpe, individua appunto nella decrescita l’obiettivo comune su cui possono convergere una sinistra disposta a ripudiare l’eredità illuminista e una destra libera dalle suggestioni autoritarie e dalla subalternità alla logica del profitto. Ovviamente i dubbi sulla possibilità di un’espansione illimitata dell’economia non sono da prendere sottogamba, così come le preoccupazioni per i mutamenti climatici e la scarsità delle fonti energetiche fossili. Ma i paladini della decrescita non sembrano in grado di fornire una risposta plausibile a una domanda cruciale: come si fa, dall’alto dei nostri comfort occidentali, a convincere miliardi di persone ancora alla fame, o appena emerse dalla miseria più nera a costo di gravi sacrifici, che devono rinunciare alla prospettiva dello sviluppo economico materiale?