Ennio Caretto, Corriere della Sera 17/2/2007 (Lettere), 17 febbraio 2007
Una marchesa francese del Settecento, dama di corte, dissoluta, illuminista, affascina l’America del riflusso religioso e conservatore di George W
Una marchesa francese del Settecento, dama di corte, dissoluta, illuminista, affascina l’America del riflusso religioso e conservatore di George W. Bush. Due sue biografie, Passionate Minds («Menti appassionate») di David Bodanis e La dame d’esprit («La dama di spirito») di Judith Zinsser, pubblicate contemporaneamente il mese scorso, figurano in testa alla classifica dei bestseller. La vestale del femminismo americano Gloria Steinam vede in lei l’antesignana del movimento, la donna liberata e realizzata, «prodigio» intellettuale e culturale – così fu chiamata – oltre che sposa, madre e adultera. Al contrario, per i «teocon» la marchesa è una liberal decadente anche se istruita, un simbolo della perdita dei valori che portò la Francia alla rivoluzione. Una «Superwoman» comunque, come segnala Hollywood annunciando che le dedicherà un film. In realtà, per gli americani la marchesa Emilie du Châtelet è una riscoperta. Cinquanta anni fa, Nancy Milford, una delle più importanti autrici di biografie, le dedicò un libro, Voltaire in Love («Voltaire innamorato»), che alimentò i fermenti sociali del tempo, dal femminismo appunto alla integrazione razziale. Compagna e musa del filosofo francese per 15 anni, versata nelle scienze e nelle lettere – tradusse magistralmente dal latino i Princìpi matematici di Newton – eroina di intrighi politici e mondani, la marchesa colpì la fantasia soprattutto dei giovani e delle donne. Gli americani si resero conto che, due secoli prima delle suffragette, Emilie fu tra i protagonisti della rivoluzione illuminista, fondamento dell’Europa moderna, e che con il proprio successo propose all’Occidente un nuovo ruolo per la donna. Passionate Minds e La dame d’esprit riassumono brevemente la storia di Emilie. Nata a Parigi nel 1706, figlia del noto barone di Breteuil, maestro di cerimonie a corte, Emilie dimostrò fino dall’infanzia intelligenza ed energia senza pari, studiando in casa («Se fossi il re – protestò – fonderei una università femminile») e praticando l’equitazione e sport maschili. Damigella d’onore della regina, si sposò a 19 anni col marchese du Châtelet, un colonnello dell’armata reale a cui diede tre figli, ed ebbe numerosi amanti, dal ribaldo duca di Richelieu al matematico Mopertuis. L’incontro con Voltaire nel 1733 cambiò la sua vita. Per sottrarlo all’ira da lui suscitata nel sovrano con l’elogio delle libertà in Inghilterra, lo trascinò in provincia, nel castello di Chirey, con il consenso del marito. Nel 1747, quando Voltaire la tradì con la nipote, lo lasciò per il giovane marchese di Saint Lambert. Morì di polmonite nel 1749, a 43 anni, dopo un parto difficile. Le due biografie concordano sull’amore tra Voltaire e la marchesa ribelle, ma forniscono due ritratti diversi di lei. David Bodanis, un giornalista scientifico, si sofferma sull’appartenenza di Emilie all’ancien régime e sulla sua condotta scandalosa, pur riconoscendone le eccezionali doti di scienziata e letterata. Judith Zinsser, una docente universitaria, ne illustra invece l’opera, che non fu solo di divulgatrice della fisica e della matematica, e autrice di trattati sui massimi pensatori dell’epoca, da Descartes a Leibniz, ma anche di coautrice di Voltaire. Ricorda una paradossale battuta del filosofo, «Emilie è un grande uomo»; il suo ingresso alla Accademia reale delle scienze e «a una analoga istituzione a Bologna»; i suoi sacrifici per conciliare i troppi impegni, lavorando spesso da mezzanotte alle cinque del mattino, dormendo solo tre o quattro ore. Secondo il critico David Propson, il ménage a trois con Voltaire fu «uno sfrontato atto di sfida della marchesa alle convenzioni e alle frivolezze dell’alta società». Nel castello della Champagne, per qualche tempo, «formarono il cuore della Repubblica europea delle lettere, una sorta di Avignone laica rispetto non a Roma, ma a Parigi». Voltaire, ricchissimo, pagò ogni lusso alla marchesa, comprese le stravaganti perdite al gioco, e ne tacitò il marito con ingenti prestiti. In uno sfogo all’abate de Sade, zio del famigerato marchese de Sade, il filosofo, riferisce Bodanis, protestò: «Per stare con lei, devo dibattere persino di algebra e geometria, mentre vorrei parlare di sesso». Quando, dopo il tradimento di Voltaire con la nipote, lei lo abbandonò, il filosofo ammonì con petulanza Saint Lambert: «Lavale le mani dall’inchiostro e toglile il grembiule nero per restituirle fascino e godere del suo amore». Nel libro La dame d’esprit la partnership intellettuale tra Emilie e Voltaire trascende la salacità dei costumi e il legame passionale. La marchesa di Châtelet, tanto audace da travestirsi da uomo per entrare in un caffè vietato alle donne, non è inferiore al compagno, che nei momenti di irritazione la apostrofa come «Madame Newton Pompom», e in pubblico litiga con lei in inglese per non farsi capire dai presenti. Ma nel castello traboccante di libri, 21 mila, di serate musicali, di dissenso dall’ordine costituito, Voltaire innamorato avverte che la sua amante e ispiratrice gli è necessaria fisicamente e mentalmente, e che, come lui, propone una svolta della storia. Conclude la Zinsser che ancora oggi la formidabile figura di Emilie in volontario esilio da Versailles è molto sottovalutata, e che senza di lei Voltaire non sarebbe stato il Voltaire che si conosce.