Sergio Romano, Corriere della Sera 17/2/2007 (Lettere), 17 febbraio 2007
Recentemente Zbigniew Brzezinski ha rilasciato una dichiarazione di fronte al Foreign Relations Committee del Senato Usa, in cui affaccia l’ipotesi di un attentato costruito ad hoc dall’Amministrazione Bush, magari sul territorio statunitense, al fine di creare l’occasione per attaccare l’Iran e far esplodere una guerra totale contro l’Islam
Recentemente Zbigniew Brzezinski ha rilasciato una dichiarazione di fronte al Foreign Relations Committee del Senato Usa, in cui affaccia l’ipotesi di un attentato costruito ad hoc dall’Amministrazione Bush, magari sul territorio statunitense, al fine di creare l’occasione per attaccare l’Iran e far esplodere una guerra totale contro l’Islam. L’ipotesi avanzata da una tale personalità in una sede ufficiale impressiona e, d’altra parte, non può essere campata per aria, considerando la necessità del sistema politico-economico che sostiene George W. Bush di non perdere le prossime elezioni presidenziali. Oggettivamente, l’unica speranza di vittoria sembra essere quella di inventare un «nemico terribile» per ricompattare l’elettorato americano su posizioni oltranziste e nazionaliste: obiettivo possibile data l’ingenuità dell’elettorato, il sostegno dei media (che hanno taciuto la dichiarazione di Brzezinski). Forse l’obiettivo di Brzezinski è quello di stanare l’Amministrazione, bloccandone le intenzioni, attraverso le sue dichiarazioni? Riccardo Galli galli.riccardo@ gmail.com Caro Galli, ho sotto gli occhi il testo preparato da Zbigniew Brzezinski per il suo intervento del 1˚ febbraio a una audizione della Commissione Affari Esteri del Senato americano. Ma forse occorrerà anzitutto ricordare ai lettori che Brzezinski è, per molti aspetti, nel mondo politico e accademico degli Stati Uniti, una sorta di sosia democratico di Henry Kissinger. Anche lui, come Kissinger, ha lasciato l’Europa per motivi politici (è figlio di un diplomatico polacco), si è laureato a Harvard, ha insegnato nella stessa università, ha fatto una brillante carriera universitaria, è divenuto consigliere per la politica internazionale di alcuni importanti uomini politici americani e, infine, consigliere per la sicurezza nazionale di un presidente degli Stati Uniti. Ciascuno dei due ha avuto una parte determinante nella soluzione di una grave crisi medio-orientale: Kissinger dopo la guerra del Kippur nel 1973, Brzezinski nelle trattative che produssero lo storico incontro di Camp David fra il presidente egiziano Anuar al Sadat e il premier israeliano Menachem Begin nel 1978. Ciascuno dei due ha scritto libri di grande interesse ed è stato, anche dopo la fine della propria carriera pubblica, una sorta di guru della politica internazionale. Ma il primo ha scelto, per la sua scalata al potere, il partito repubblicano, mentre il secondo ha scelto il partito democratico. Brzezinski ha criticato l’invasione dell’Iraq e può quindi sostenere, con il compiacimento del profeta inascoltato, che le sue previsioni erano giuste. Nella testimonianza al Senato ha detto: «La guerra in Iraq è una calamità storica, strategica e morale. Iniziata sulla base di false presunzioni, sta pregiudicando la legittimità globale dell’America; le sue vittime civili e i suoi abusi ne stanno intaccando le credenziali morali. Provocata da impulsi manichei e da un’arroganza imperiale, sta intensificando l’instabilità regionale. (...) Se gli Stati Uniti continueranno a lasciarsi impantanare in un prolungato e sanguinoso coinvolgimento iracheno, il punto d’arrivo, su questa strada in discesa, sarà probabilmente un conflitto con l’Iran e con larga parte del mondo musulmano». Brzezinski non sostiene, come lei scrive, l’ipotesi di un casus belli, architettato per giustificare il conflitto, ma descrive lo scenario «plausibile» di una collisione militare con l’Iran immaginando una possibile sequenza di sviluppi: il governo iracheno non si adegua ai criteri di sicurezza fissati nelle scorse settimane dagli Stati Uniti; il governo americano ne attribuisce la responsabilità all’Iran; una provocazione in Iraq o un attentato terroristico negli Stati Uniti vengono attribuiti all’Iran; gli Stati Uniti lanciano una azione «difensiva» contro l’Iran e affondano in un pantano sempre più largo e profondo, destinato a includere Iraq, Iran, Afghanistan e Pakistan. Per evitare questa apocalittica tragedia, Brzezinski propone un piano in quattro mosse. I) Gli Stati Uniti dovrebbero dichiarare pubblicamente che sono decisi ad abbandonare l’Iraq entro un termine di tempo ragionevolmente breve. II) Dovrebbero annunciare che stanno trattando con le autorità irachene per definire la data del ritiro. III) Dovrebbero, insieme alle autorità irachene, invitare tutti i Paesi confinanti e altri, fra cui verosimilmente Egitto, Marocco, Algeria e Pakistan, a un dialogo sulla stabilità dell’Iraq. IV) Dovrebbero compiere uno sforzo energico e credibile per la soluzione della questione palestinese. Un’ultima osservazione, caro Galli. Non so se il disegno attribuito a Bush goda di grandi consensi in quel «sistema politico- economico» che, secondo la sua lettera, sosterrebbe il presidente per non perdere le elezioni. Ciò che sta accadendo nel Paese in questi giorni sembra dimostrare l’esistenza nella società, al Congresso e nella stessa amministrazione, di un partito che sostiene spesso Bush quando manda duri ammonimenti a Teheran, ma non intende passare dalle parole ai fatti.