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 2007  febbraio 17 Sabato calendario

ROMA – «Ognuno di noi arriva a questo momento cruciale, la decisione sulle unioni di fatto, con difficoltà

ROMA – «Ognuno di noi arriva a questo momento cruciale, la decisione sulle unioni di fatto, con difficoltà. Ognuno di noi si porta dietro la propria storia. Il proprio carico di esperienze, e di sofferenze». Emilio Colombo – deputato alla Costituente, ministro del Tesoro e degli Esteri, presidente del Consiglio, senatore a vita – è nel suo studio di via Veneto, sotto le fotografie con Jean Monnet e con Giovanni Paolo II. Ha atteso dieci giorni per esprimersi sul disegno di legge del governo che, se approvato dal Parlamento, istituirà i Dico; si è interrogato, ha letto, ha avuto contatti con entrambi gli schieramenti. «Passarono dieci giorni dal momento in cui le Camere approvarono la legge sul divorzio a quello in cui la firmai, come presidente del Consiglio. Dieci giorni per me molto tormentati. Ma io non potevo fare come re Baldovino: dimettermi per un giorno e poi tornare in carica. Firmai quella legge. Non avevo scelta, ma oggi sento che cominciò allora quel processo di disgregazione della società che si è accentuato negli ultimi tempi e i cui frutti sono evidenti a tutti». Ora il tempo del potere è lontano, ma il suo voto in Senato potrebbe essere decisivo. «Ho appoggiato il governo finora. Però non mi sento di votare questa legge. Se ripenso al mio tormento di allora, e guardo la società di oggi, proprio non me la sento». Perché? «Devo riconoscere che queste due signore, la Bindi e la Pollastrini, hanno lavorato bene. Ho apprezzato in particolare l’assunzione di responsabilità e la capacità di mediazione di Rosy Bindi, che ha prodotto risultati positivi, soprattutto per quanto riguarda la definizione del fondamenti dei diritti che derivano ai singoli dalla convivenza. Mi sembra però che il ministro della Famiglia abbia risentito di un’impostazione, come dire, romantica. Un conto sono il significato e il valore dell’innamoramento: due persone si incontrano, si amano, costituiscono una coppia di fatto. Ma l’innamoramento non è la vita. La vita è fatta di consuetudine, di durata nel tempo; e con il tempo arrivano i figli, la maturità; qui non servono i Dico, serve il vincolo, per garantire l’educazione dei bambini e la continuità del rapporto. Tra la legittima richiesta di diritti che nasce dalla forza dell’innamoramento e i diritti della famiglia, la politica deve alzare lo sguardo e scegliere i secondi. Mi diranno che sono una persona d’altri tempi. Ma anche in altri tempi ci si innamorava. Temo che ora la nuova legge istituisca un matrimonio di seconda classe. Che non risolve i problemi dell’educazione dei figli e dell’assistenza reciproca». Rosy Bindi dice che la legge è rivolta alle persone deboli e discriminate. «Neppure io sono insensibile alle sofferenze, alle solitudini. Anzi, mi sento comprensivo verso queste realtà sociali largamente esistenti nel Paese. Ma nell’Italia di oggi è anche la famiglia a essere debole. I giovani non trovano casa, non hanno lavoro stabile; quindi rimandano il matrimonio, e scelgono l’unione di fatto; o magari si sposano e subito divorziano, cosa per me incomprensibile. Prima di occuparsi di chi non vuole o non può sposarsi, la Bindi e Prodi avrebbero fatto meglio a varare una grande legge per la famiglia, che garantisse un sostegno economico e affrontasse il tema dell’educazione dei figli». Sui Dico si è aperto uno scontro senza precedenti tra un governo repubblicano e la Chiesa. Che può apparire ingiustificato, se si confronta la legge italiana con i Pacs francesi o il matrimonio omosessuale voluto da Zapatero. «Ma la Chiesa spagnola ha reagito con grande durezza – ricorda Colombo ”. Contro Zapatero i vescovi sono persino scesi in corteo. Non credo che in Italia si arriverà a tanto. E non credo, se conosco un po’ la Chiesa, che si arriverà a un diktat come quello che spaventa Elia e Scalfaro; a maggior ragione dopo che intellettuali cattolici importanti hanno espresso le loro perplessità. ovvio che la Chiesa può intervenire nei temi etici, e i parlamentari cattolici traggono profitto da un intervento che ribadisca certi valori. Ma un documento che pretenda di vincolarli lederebbe il principio costituzionale per cui ogni parlamentare rappresenta la nazione e non è soggetto a vincolo di mandato». E se il suo no ai Dico contribuisse a mandare in crisi il governo? «Si è presa una china pericolosa, e secondo me sbagliata. Il merito della questione andrebbe sganciato dalla tenuta del governo Prodi. Invece c’è il pericolo che la sinistra estrema tiri la corda e renda la legge ancora più difficile da accettare per i cattolici. Per il divorzio si seguì una norma di civiltà democratica: su un tema di particolare rilievo come il vincolo matrimoniale, prevalse il principio della libertà di coscienza sulla disciplina di governo e anche sulla disciplina di partito. La maggioranza che mi sosteneva si divise, ma mio il governo non ne risentì; e lo stesso accadde otto anni dopo per l’aborto». Sul divorzio si è riaccesa in questi giorni un’antica disputa tra Cossiga e Andreotti: se il referendum del ’74 sia stato o no il frutto di una richiesta del Papa. Per una volta, Colombo è d’accordo con il suo affezionato rivale Andreotti: «Non ci fu un mandato di Paolo VI. Ci fu l’iniziativa di un gruppo di cattolici intransigenti, che Fanfani appoggiò perché era sicuro di vincere. E non era il solo». Cossiga ha ricordato una riunione in cui soltanto Rumor espresse perplessità, troncate da Moro con una pacca sulle spalle: «A Maria’, ma a noi chi ce li dà i voti?». «Il clima era quello – concorda Colombo ”. La discussione tra noi è sempre stata accesa. sbagliato pensare la Dc come l’esecutore di decisioni prese altrove. Io ero con De Gasperi quando disse no a Pio XII sull’alleanza con i missini a Roma. Da vicepresidente dei giovani dell’Azione cattolica, mi opposi a fare dei comitati civici un blocco di destra. Ero con Moro quando aprì ai socialisti. E appoggiai anche l’apertura al Pci, dopo che Moro mi aveva assicurato che il dialogo con Berlinguer si sarebbe interrotto se lui avesse incrinato la nostra politica estera. Le assicuro che quelle svolte non furono affatto sollecitate dalla Chiesa; anzi, per compierle si dovette fare una complessa opera di convincimento, e superare non pochi ostacoli». Il senatore a vita vede i segni della «disgregazione sociale» anche in Parlamento. Da destra condannano qualsiasi apertura alle coppie di fatto politici che ne hanno costituite più d’una. «Ma non mi permetto di intervenire in questioni personali. La storia di ognuno di noi segue ragioni imperscrutabili, che non sempre si possono giudicare dall’esterno. Indipendentemente dal disagio dei singoli, la politica si deve occupare di principi. A volte però in Senato sento, soprattutto a destra, un linguaggio tale che mi induce a pensare: cosa ci faccio lì?». Il suggerimento che viene da Colombo al governo è lo stesso di Andreotti: «Per ora mi sento soltanto, avendo l’età e l’esperienza che ho, di dire: fermiamoci un momento. Prendiamoci un pausa di prudenza e di riflessione. I parlamentari cattolici sapranno dialogare con gli altri. I vescovi troveranno il modo di comunicare la loro opinione, come hanno sempre fatto. La mediazione in politica è una virtù, che consente di perseguire il bene quando è possibile, e in alternativa il male minore». Ma all’Andreotti che ricorda come Dante collocasse i «sodomiti all’inferno», Colombo replica: «Le diversità ci sono. Possono essere sgradevoli per questo o per quello. Ma tutte le diversità vanno rispettate. In una società democratica, in un paese civile, il principio di discriminazione non dev’essere introdotto, non dev’essere fatto valere. Come Andreotti sa, sarebbe contrario anche alla nostra cultura di cattolici liberali».