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 2007  febbraio 17 Sabato calendario

C’e molto più Tony Blair che Ségolène Royal nel Manifesto del Partito democratico. E questo è un ottimo inizio

C’e molto più Tony Blair che Ségolène Royal nel Manifesto del Partito democratico. E questo è un ottimo inizio. C’è anche un po’ di retorica, come è normale in un documento di questo tipo. Ma l’aver posto merito e concorrenza al centro del manifesto è una novità importante. « Noi democratici vogliamo che l’Italia dia a ogni persona uguali opportunità di affermarsi grazie alle proprie capacità, al proprio merito. (...) Alla questione salariale che è aperta nel nostro Paese, vogliamo ricercare risposte che premino il merito. (...) Siamo convinti che l’Italia abbia bisogno di una cura straordinaria di concorrenza nei mercati e di efficienza nel settore pubblico. Una cura necessaria (...) per promuovere un maggior riconoscimento del merito, una più forte mobilità sociale, una più avanzata uguaglianza delle opportunità. Più concorrenza, anzitutto ». Merito e concorrenza, le bandiere del liberismo, sono sempre state in minoranza in Italia. I pochi che nella destra vi credono davvero – come Benedetto Della Vedova e Antonio Martino – in cinque anni di governo non sono mai stati capaci di far sentire la loro voce. E la sinistra ha sempre faticato a comprendere che una società, in cui c’è scarsa concorrenza, in cui nella scuola e nell’università si fa carriera per anzianità (quando va bene) e non per merito, è una società in cui il futuro dei giovani finisce per essere determinato dal censo. Aver posto questi temi al centro del proprio manifesto è quindi una svolta notevole. Concorrenza e merito furono i temi della relazione che Nicola Rossi svolse in ottobre al convegno di Glocus, il think tank della Margherita: evidentemente quella relazione ha lasciato un segno. E tuttavia, affermato il principio, il Manifesto è reticente nel declinarne le implicazioni e nel riconoscere che alcuni obiettivi sono difficilmente compatibili l’uno con l’altro. « Intendiamo partecipare allo sviluppo del modello sociale europeo, rilanciandone i due principi di fondo: la valorizzazione dell’iniziativa e dei meriti; la promozione di un tessuto sociale solidale, attento al benessere di tutti, in cui nessuno si perda o resti indietro ». Ideali certamente condivisibili, ma come ci si deve comportare quando per valorizzare il merito si finisce per lasciar indietro qualcuno? « Il primario ospedaliero incapace, il dirigente pubblico inefficiente, l’imprenditore che non è in grado di stare correttamente sul mercato, il lavoratore dipendente inoperoso devono essere adeguatamente sanzionati e fare un passo indietro, a vantaggio di persone più meritevoli e capaci ». Significa liberalizzare le norme sui licenziamenti, intervenire sulla discrezionalità dei giudici di reintegrare un lavoratore licenziato da un ente pubblico o da un’azienda privata? « Riteniamo importante promuovere tutti i lavori, anche nelle forme nuove, flessibili e autonome; ma vogliamo che la flessibilità non sia pagata con la precarietà ». Significa che si è d’accordo con Pietro Ichino quando scrive che «la cancellazione della legge Biagi è del tutto irrilevante, o addirittura controproducente, rispetto all’obiettivo sbandierato di combattere il precariato»? Perché il rischio, come ha scritto Ichino martedì 13 su queste pagine, è che «gli slogan facili, le scorciatoie concettuali finiscono col demonizzare chi non si rassegna a omologarsi con il "pensiero corazzato" dell’un campo politico o dell’altro e rischia così di trovarsi isolato e schiacciato tra le opposte faziosità». «Nel campo dell’istruzione superiore vogliamo dare un sostegno effettivo ai capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi ». Significa che le università saranno libere di far pagare tasse di iscrizione adeguate e tali da consentire loro di dare borse di studio vere ai capaci e meritevoli? « L’industria culturale e della comunicazione è oggi più di altri ingessata a causa di una limitata concorrenza, e in particolare a causa del carattere oligopolistico del mercato pubblicitario e televisivo che va a nostro avviso superato ». Significa che si è favore della vendita ai privati di due delle tre reti Rai? «Vogliamo un giornalismo della carta stampata libero da condizionamenti e interessi di impresa estranei all’attività editoriale». Obiettivo certamente condivisibile, ma in che modo? Ponendo dei vincoli alla proprietà dei giornali? Sull’Europa il Manifesto dà come acquisito il mercato comune e si pone obiettivi ambiziosi: « Un’Europa capace di parlare con una voce sola sulla scena internazionale e di dare alla imprescindibile solidarietà transatlantica con gli Stati Uniti d’America un carattere paritario ». E che fare quando gli europei, come nel caso dell’Iraq, hanno opinioni tra loro diverse? E se queste poi fossero anche diverse dalle opinioni dell’amministrazione americana? Il mercato unico non è un successo acquisito, tutt’altro. La direttiva europea sulle offerte pubbliche di acquisto è un passo indietro rispetto al- l’obiettivo di un mercato dei capitali unico e aperto. Nel campo del- l’energia e delle telecomunicazioni Francia e Germania continuano a opporsi alla separazione delle reti da chi gestisce i servizi. Dare il mercato unico per acquisito significa, anche in questo caso, evitare le questioni più difficili. Insomma, il Manifesto è una svolta importante, ma perché non divenga rapidamente irrilevante è necessario che il dibattito che porterà al nuovo Partito democratico non eviti di affrontare le implicazioni di ciò che sta scritto in quelle pagine.