Il Sole 24 Ore 11/02/2007, Giuseppe Scaraffia, 11 febbraio 2007
Il cuore selvaggio di Emile. Il Sole 24 Ore 11 febbraio 2007. Gli amici erano perplessi: a quarant’anni Emile Zola, all’apice del successo, sembrava un vecchio
Il cuore selvaggio di Emile. Il Sole 24 Ore 11 febbraio 2007. Gli amici erano perplessi: a quarant’anni Emile Zola, all’apice del successo, sembrava un vecchio. Si lamentava senza sosta di una sfilza di disturbi, dai calcoli alle palpitazioni. Se cambiava argomento, era solo per rievocare la fine della madre. Non si poteva fare a meno, sentendolo descrivere il vuoto che aveva lasciato in lui, di percepire il suo timore della morte. Quando finalmente passava al lavoro, era solo per dire che temeva di non vivere abbastanza a lungo per fare tutto. Apparentemente la sua vita era quasi perfetta. Viveva in un quartiere tranquillo con la moglie, due cani e un gatto. A parte pochi colleghi, vedeva solo, di tanto in tanto, amici d’infanzia. «Esco il meno possibile. Mi sono staccato da tutto per lavorare con la massima tranquillità». Ogni mattina si metteva al lavoro come un qualsiasi artigiano. Scriveva in media tre pagine al giorno. Correggeva raramente. «Ho un solo vizio, mi piace mangiar bene». Essendo molto nervoso, la fatica prolungata lo stroncava e gli faceva battere «selvaggiamente» il cuore. Allora era costretto a smettere per un po’. Ma nelle notti insonni, Zola pensava alla morte. Alla luce della veilleuse che non veniva mai spenta, guardava Alexandrine, la moglie. Dormiva o si stava chiedendo anche lei chi dei due sarebbe stato chiuso per primo in una bara? «Ho un bell’amare la vita, torno sempre al pessimismo». Mentre preparava un libro, Pot-Bouille sull’eterna accusata, la borghesia, la cinica classe da cui la morte precoce del padre l’aveva bruscamente estromesso, scrisse una serie di articoli di costume per il «Figaro» (qui accanto pubblichiamo per la prima volta in italiano quello del 28 febbraio 1881), stigmatizzando «l’incoscienza del misfatto nei borghesi... Parlare della borghesia significa redigere il più violento atto d’accusa contro la società francese». Bisognava «mostrare la borghesia a nudo... e mostrarla abominevole, lei che si definisce tutta ordine e onestà». Alla riprovazione morale di Zola si mescolava il senso di inadeguatezza che continuava a provare rispetto alle dissipatezze dei colleghi scrittori. Aveva un bell’inventarsi un’adolescenza corrotta. «Non ho il minimo senso morale. Sono stato con le mogli dei miei migliori amici». In realtà tutti sapevano che era stato solo con la prostituta che l’aveva iniziato e con la moglie. In campo morale, Zola si occupava, come il suo secolo, quasi solo dell’adulterio femminile, l’unico in grado di insidiare le basi della società e l’unico punito dalla legge. «Emancipare la donna è una cosa eccellente, ma bisognerebbe prima di tutto insegnarle come usare la libertà». Nel 1887 venne attaccato, con le sue stesse armi naturaliste, da cinque esordienti: «Da giovane, Zola era molto povero e timido, e la donna che non ha conosciuto all’età in cui bisogna conoscerla, lo ossessiona con una visione evidentemente falsa. Poi lo squilibrio derivante dalla sua malattia ai reni contribuisce senza dubbio a turbarlo esageratamente su alcune funzioni, spingendolo a ingrandire la loro importanza». Per reagire al crescente senso di invecchiamento, Zola si mise a dieta. Alto un metro e settantadue, pesava novantasei chili. Mangiò soltanto verdure e carne alla griglia. Tre mesi dopo aveva perso quattordici chili. Sembrava ringiovanito di almeno dieci anni, mentre Alexandrine, incapace di sorvegliarsi, pesava sei chili in più. Paradossalmente, il successo aveva sgretolato le certezze del romanziere. «Il lavoro mi ha mangiato la vita». Quando vedeva passare una bella ragazza, si domandava: «Non è meglio di un libro?». Giuseppe Scaraffia