Il Sole 24 Ore 11/02/2007, pag.29 Sergio Romano, 11 febbraio 2007
Il cugino Napoleone. Il Sole 24 Ore 11 febbraio 2007. Quando i consiglieri di Georges Pompidou, all’inizio degli anni 70, gli suggerivano di allentare i vincoli centralizzatori dello Stato francese, il secondo presidente della Quinta Repubblica li guardava negli occhi e rispondeva seccamente: Calabria
Il cugino Napoleone. Il Sole 24 Ore 11 febbraio 2007. Quando i consiglieri di Georges Pompidou, all’inizio degli anni 70, gli suggerivano di allentare i vincoli centralizzatori dello Stato francese, il secondo presidente della Quinta Repubblica li guardava negli occhi e rispondeva seccamente: Calabria. Bastava un cenno ai caotici moti di Reggio e Catanzaro tra il luglio 1970 e gli inizi del 1971, dopo l’avvio della riforma regionale, perché i suoi interlocutori capissero al volo gli umori del loro presidente. Eppure non vi sono altre Nazioni europee che, come l’Italia e la Francia, abbiano stretto rapporti così intimi e siano unite, al di là delle figure retoriche, da una sorta di consanguineità. La Francia ha avuto due regine fiorentine (Caterina e Maria de’ Medici), un primo ministro italiano (il cardinale Mazarino), un imperatore che bestemmiava in italiano (Napoleone Bonaparte), un altro imperatore che aveva fatto il suo apprendistato politico nella carboneria della penisola (Napoleone III), un grande leader repubblicano mezzo genovese (Gambetta), parecchi generali di origine italiana e uno stuolo di scrittori, artisti, attori, cantanti e musicisti che hanno passato le Alpi per contribuire alla nascita della cultura francese, da Lulli a Cherubini, da Leonardo a Cellini, dai manieristi toscani di Fontainebleau a Boldini e De Nittis, da Modigliani a Severini, da Lino Ventura a Yves Montand e Coluche. La grande opera italiana, dalla Traviata alla Bohème, è in realtà una sorta di joint venture fra musicisti italiani e romanzieri o drammaturghi francesi. Il mito iconografico e letterario di Napoleone nel mondo è stato creato con il contributo determinante di Andrea Appiani, Antonio Canova, Alessandro Manzoni, Vincenzo Monti. So che non va di moda parlare bene di Bonaparte, ma gli italiani dovrebbero ricordare che il suo nome appartiene alla loro storia nazionale e che la sua furia riformatrice ha creato le condizioni del Risorgimento. Dal Settecento in poi i rapporti di scambio si rovesciano e l’Italia importa complessivamente più cultura di quanta ne esporti. Vi fu addirittura un momento, verso la metà del secolo, in cui, secondo Bruno Migliorini, sembrò sul punto di diventare francofona. Per alcuni decenni, sino agli inizi del Novecento, il francese fu la lingua di cui ci servimmo per comunicare con l’Europa, il tramite attraverso il quale leggemmo buona parte della letteratura politica europea. Molte personalità dell’Ottocento (Cavour anzitutto, ma anche Enrico Cernuschi, Pellegrino Rossi, Giuseppe Ferrari) furono, politicamente e culturalmente, italo-francesi. Lo Statuto del Regno sabaudo, voluto da Carlo Alberto nel 1848, fu ispirato dalla Carta di Luigi Filippo, adottata dopo la rivoluzione del 1830. Nei primi decenni dello Stato unitario le maggiori influenze culturali vennero dalla Francia e furono spesso il risultato di innesti francesi su movimenti italiani o interessanti contaminazioni italo-francesi. I democratici, i repubblicani e i massoni avevano rapporti di grande familiarità con i radicali francesi. Il cattolicesimo liberale fu influenzato da Lamennais e Montalembert. I liberali leggevano Guizot e Tocqueville. I socialisti guardavano soprattutto alla Germania, ma gli anarcosindacalisti erano tutti nipoti di Sorel. Mussolini aveva letto Sorel, Blanqui, Lagardelle e naturalmente i russi in traduzione francese. I cattolici democratici conoscevano i Cercles Catholiques d’Ouvriers fondati da Albert de Mun e leggevano la rivista democratico-cristiana «Le Sillon». I modernisti furono tutti figliocci di Alfred Loisy. Luigi Federzoni e gli intellettuali dell’Associazione nazionalista conoscevano l’Action Française di Charles Maurras e Léon Daudet. Il giornalismo italiano scandalistico e satirico fu largamente influenzato, nel bene e nel male, dai modelli parigini: Crapouillot, Candide, Le canard enchaîné. Sino ai primi decenni del Novecento il francese fu la cipria con cui la borghesia italiana si imbellettava per uscire di casa. I testi della letteratura russa vennero tradotti dal francese. Croce raccomandava all’editore Laterza di non pubblicare generalmente libri francesi: era convinto che i lettori colti, affezionati alle collane della casa editrice, potessero leggerli nel testo originale. Ma fece lui stesso una importante eccezione quando volle pubblicare con una sua prefazione le Réflexions sur la violence di Georges Sorel e contribuì così a fare di lui un intellettuale «piùitaliano che francese». Esiste un capitolo importante della nostra storia letteraria composto da autori italiani che hanno scritto alcuni dei loro libri o buona parte della loro corrispondenza in francese: Casanova, Gorani, Goldoni, Manzoni, d’Annunzio. Marinetti e Ungaretti crebbero nell’ambiente francofono di Alessandria d’Egitto e il primo fece i suoi studi a Parigi. Il manifesto dei futuristi fu scritto in francese e apparve per la prima volta sul «Figaro». I francesi d’altro canto ci hanno sempre ripagato con grandi trasporti ed effimere infatuazioni. A questa straordinaria cuginanza culturale corrispondono relazioni politiche, a seconda dei momenti, cordiali, fredde, ostili, ora ispirate a una grande sintonia, ora a una sorta di reciproca indifferenza. Se potessi collocare i rapporti italo-francesi su un grafico disegnerei una curva particolarmente sinuosa con una straordinaria frequenza di punte alte e basse. La più intensa delle amicizie può trasformarsi in diffidenza e ostilità. Accadde durante il Risorgimento. Metà dell’unificazione fu fatta grazie alla Francia, l’altra metà contro la sua volontà. Ricordiamo la Francia per l’incontro di Plombières fra Cavour e Napoleone III e per la battaglia di Solferino. Ma non possiamo dimenticare che la Repubblica romana morì per colpa della Francia, che i garibaldini furono fermati a Mentana dai fucili francesi e che la conquista di Roma divenne possibile soltanto quando i prussiani sconfissero la Francia a Sedan. Dopo la Seconda guerra mondiale, la Francia tentò un colpo di mano sulla Valle d’Aosta e pretese due comuni piemontesi, Briga e Tenda. Ma dopo questo sgradevole esordio divenne il migliore amico dell’Italia nella fase più critica del dopoguerra. Stipulò con il governo De Gasperi una unione doganale, desiderò che l’Italia partecipasse sin dall’inizio alla politica d’integrazione europea e fu il suo avvocato difensore a Washington quando gli Stati Uniti sembravano contrari al suo ingresso nel Patto Atlantico. Lo fece perché le conveniva, naturalmente. Ma le migliori alleanze (penso in particolare alla Gran Bretagna e agli Stati Uniti) sono quelle in cui gli interessi coincidono con le affinità. Una decina d’anni dopo, con il ritorno al potere del generale de Gaulle, i rapporti si raffreddarono e i due Paesi imboccarono, fra molti malintesi e incomprensioni, strade diverse. Mentre la Francia diventava una Repubblica semipresidenziale, marcata dallo stile e dall’autorevolezza dei suoi presidenti, l’Italia sceglieva le regole fumose della democrazia consociativa, delle convergenze parallele, dei compromessi storici. Fu quello il momento in cui i due Paesi cominciarono a capirsi e a comunicare con difficoltà. de Gaulle amava la cultura italiana e considerava l’Italia una grande nazione europea, ma disprezzava il suo sistema politico. Pompidou non nutriva sentimenti diversi. Valéry Giscard d’Estaing, l’avrebbe esclusa dal club delle maggiori democrazie industriali se gli Stati Uniti non fossero intervenuti per darle una mano. Vi fu un netto miglioramento quando Bettino Craxi, divenuto segretario del Partito socialista, cercò d’imitare la strategia con cui François Mitterrand era riuscito a invertire il rapporto di forze tra socialisti e comunisti. La ritrovata amicizia non impedì al presidente francese di dare ospitalità in Francia ai terroristi italiani. Ma si parlò allora di «socialismo mediterraneo» e i due Paesi, grazie alla politica europea dei loro governi, divennero nuovamente cugini. Sergio Romano