Perangelo Sapegno, La Stampa 16/2/2007, 16 febbraio 2007
Gli dissero: «Vai a Vicenza dove ci sono gli yankees». E Phil Maselli entrò dentro questa caserma il 5 ottobre del 1955, venti giorni prima che aprisse
Gli dissero: «Vai a Vicenza dove ci sono gli yankees». E Phil Maselli entrò dentro questa caserma il 5 ottobre del 1955, venti giorni prima che aprisse. Allora c’erano le grandi camerate, come si usava negli eserciti italiani, e viali e sentieri che tagliavano prati sporchi e bassi edifici. Dovevano costruire tutto: la cappella, le scuole, l’ospedale, le mense, le palestre, gli spacci. Avevano già assunto mille dipendenti civili. I militari andavano a dormire a Recoaro, «perché c’era il sindaco che era un ex colonnello dell’aeronautica e gli aveva aperto tutte le porte». Adesso la caserma della Ederle sembra un altro mondo. Le camerate non ci sono più. Solo stanze singole, con l’Hifi, il computer, la tv e persino la playstation e il poster di Catherine Zeta-Jones. I prati sono tagliati all’inglese, lungo i viali anche il vento non porta le foglie. Dalla sua camera vedeva solo questo pianoro anche Matthew Steyart, l’ultimo americano di Vicenza morto: è saltato in aria su una bomba a Shan Wali Kot, in Afghanistan, nel 2005. Invece, Leiff Nott, cadetto di West Point, ufficiale del 10° Cavalleria, era nato a Vicenza. L’hanno ucciso in Iraq. Suo padre era un amico di Phil Maselli. Ma Phil li conosce tutti questi ragazzi, avrà visto anche il sergente Edward Murphy che è morto l’anno scorso per una tempesta di sabbia in Afghanistan, mentre viaggiava su un elicottero Chinook. Phil è l’anima di questo posto, sa tutto ormai. E’ nato a New York nel 1927, da genitori italiani che vendevano il ghiaccio e il carbone a Long Island, ha sposato una ragazza di Vicenza, ha fatto tre figli ed è rimasto qui. Ha un diario, dove ci ha scritto tutto quello che è successo in questi cinquant’anni di americani a Vicenza. Dal primo appunto, quel 5 ottobre, «ore 6,25» quando «il colonnello William Hawke guida un convoglio di 47 veicoli e 217 uomini che procede verso la casermetta Ederle. Ore 17,30 arrivo. Saluti dal generale J. H. Michaelis». Fino a quello che ci racconta adesso, mentre spiega che «sono tutti tranquilli alla Setaf, perché i soldati americani sono abituati alle contestazioni, non si fanno problemi. In America c’è Jane Fonda. Qui Beppe Grillo, è lo stesso». Però, dice, forse in nessun posto in Italia si sono trovati bene come in questo. Agli americani che nascono qui, Vicenza consegna questa targa ricamata che lui fa vedere adesso, born in this City on..., ecco, leggi: «La città di Vicenza possa sempre onorarsi di essere stata la tua culla; possa il suo nome illustre rimanere sempre vivo nella tua memoria». Un tempo erano tantissimi i matrimoni misti: 10 al mese. Poi sono diminuiti con il benessere, mentre esplodeva il Nord-Est. Ma c’è sempre stato lo stesso chi come Mildreed Monegan, moglie del caporale Eugene di Chicago, ha chiamato le sue figlie Vicenza e Verona: e Phil mostra questa foto da lontano Sud, con una donna nera e il suo vestito a fiori grandi, seduta su una sedia di paglia con in braccio le sue piccole. Sono stati 50 anni vissuti separatamente, ma in armonia. Certo, anche con qualche tensione, come dimostrano i richiami ai primi processi, ai primi deferimenti alla corte marziale. Però, dice, «da qui partirono gli aiuti al Vajont (142 ore di volo, 4350 persone tratte in salvo), a Genova 1970, al terremoto del Friuli (176 ore di volo, 1830 tende, 6 mila dollari di medicine), all’Irpinia». Dal suo diario, Phil tira fuori pure la storia di Luigino Frizzero, un bimbo che aveva problemi al cuore. Lo portarono negli Usa a spese loro, per operarlo a Houston. Facevano le collette dentro la base per mandargli giù i soldi. E il papà scriveva dall’America, con una grafia fitta e minuta: «I medici mi hanno spiegato che l’operazione è stata più grande delle altre. Lo devono tenere qualche giorno in più per stabilizzare il sangue e controllare il funzionamento della valvola». C’è un po’ di questo nella marcia di domani. Perché quando non si è più dei vinti, anche questa generosità potrebbe sembrare solo una colletta. In fondo, il problema oggi è tutto qui. Da fuori, Giorgio Benedetti e quelli del Comitato ripetono che loro non ce l’hanno con gli americani: «Ce l’abbiamo con la guerra». Dall’America il comunicato ufficiale del Pentagono avverte: da Vicenza partiranno solo per l’Afghanistan. In effetti, con l’Italia che s’è ritirata dall’Iraq, era un po’ strano mandarli lì. Fra gli uni e gli altri, in ogni caso qui dentro aspettano tranquilli. Nei 371 appartamenti del villaggio ci sono solo militari scapoli. Hanno la mensa dove si mangia all’americana, pollo fritto e insalata, mais, il burro di arachidi e le pannocchie. Hanno una sede interna dell’Università del Maryland e del Central Texas College. Ascoltano la loro radio, l’Afn, l’American Forces Network, fatta da giornalisti laureati nella scuola dell’esercito. Sembra tutto così diverso da noi. Ma poi il mondo è paese, e anche Phil ne ha fatta di strada per fermarsi semplicemente da dove venivano i suoi avi. Dalle sue parti, a Long Island, c’è tornato solo in vacanza. Lo vedi come va la vita.