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 2007  febbraio 16 Venerdì calendario

TRE ARTICOLI

(solo quello di Girard è per FdF)
REN GIRARD
 sempre esistito il matrimonio? E in quali forme? Io non conosco esempi, prima della nostra epoca, di una possibilità di definire il matrimonio in modo diverso che come unione tra i due sessi. Ma penso che non ce ne siano proprio perché in ogni tempo e luogo si è considerato come assolutamente acquisito il fatto che il matrimonio leghi l´uomo e la donna. Il problema non si è mai posto fino ad oggi. Secondo una tradizione universalmente accettata, il matrimonio è un legame che produce figli, e che si stabilisce quindi tra individui di sesso opposto. Il resto è guardato come "non naturale", proprio nel senso filosofico del termine: contrario alla natura. Dal punto di vista della Chiesa cattolica, da quello del suo pensiero e della sua filosofia, nati da San Tommaso d´Aquino e dal tomismo, il matrimonio è riservato alla forma della coppia considerata "naturale". E´ ovvio, in tal senso, che i cattolici siano ostili a qualsiasi misura che possa condurre al matrimonio tra omosessuali.
La Chiesa sostiene che lo Stato non dovrebbe giustificare questo percorso. La soluzione proposta dai Pacs, o da quelli che gli italiani chiamano i Dico, consiste nel concedere alle coppie di fatto, omosessuali inclusi, una serie di vantaggi giuridici, ma senza usare ancora la parola "matrimonio". E´ proprio questo, invece, che in Francia, dove i Pacs sono in vigore, reclamano gli omosessuali, non soddisfatti di poter disporre soltanto dei Pacs. La richiesta arriva dagli omosessuali radicali, che vorrebbero essere considerati normali, sopprimendo la nozione di "norma" nel diritto. La Chiesa cattolica rifiuta tutto questo, reputando necessarie le abitudini giuridiche, fondate dai cristiani nell´ambito del diritto. In un paese come l´Italia, dove i cattolici sono particolarmente numerosi, e dove finora non ci sono stati neppure i Pacs, la Chiesa si oppone a tutti gli stadi dell´itinerario, dai Pacs in avanti.
Oggi l´omosessualità è entrata più o meno nella normalità, come all´epoca del declino dell´Impero Romano. Però adesso c´è un elemento in più: gli omosessuali vorrebbero dare alla loro unione uno stato di legalità. E´ questo l´aspetto completamente nuovo. In epoche in cui l´omosessualità diveniva socialmente molto rilevante, come alla fine dell´Impero Romano, furono adottate misure legali a favore degli omosessuali? Da parte loro ci furono mai richieste in tal senso? Il fatto che il matrimonio sia un vincolo stabilito per unire persone di sesso diverso si è forse modificato perché in quel periodo storico gli omosessuali erano numerosi? A me non risulta.
Non sto a chiedermi se il fatto che oggi si discuta su questo punto sia sintomo di una superiorità o di un´inferiorità morale. Mi limito a parlare della situazione storica, senza dare giudizi, perché bisogna interrogarsi sul piano storico per provare a definire ciò di cui si parla. E per quanto io sappia, quello che si sta verificando ora non ha alcun precedente né termine di confronto, o perché la volontà di unione legale tra persone dello stesso sesso non è mai esistita, o perché non è mai stata registrata. Sappiamo che ci sono state società arcaiche tolleranti verso l´omosessualità. Ma non era altro che questo: tolleranza. Non progetto di legalizzazione del vincolo.
Oggi da una parte c´è la Chiesa cattolica che vuole mantenere sia la forma che la sostanza vigenti in passato. Dall´altra c´è chi si oppone e chi no. In Francia, per esempio, non sono solo i cristiani a essere contrari al matrimonio omosessuale, ma anche alcuni politici moderati, che non parlano in nome del cristianesimo, e che vorrebbero modificare il meno possibile il diritto tradizionale in materia, riconoscendo che la nozione di sesso esiste, che nel matrimonio è irrinunciabile e che tutto questo è sempre stato vero. Intanto negli Stati Uniti una forte maggioranza preme contro il cambiamento della definizione di matrimonio, e quest´opposizione già contribuì alla sconfitta dei democratici all´epoca dell´elezione di Bush. D´altra parte in molti stati moderni si assiste a una presa di posizione a favore dei Pacs.
A volte mi chiedo se invece non sia proprio il cristianesimo, o meglio una prospettiva cristiana molto radicale, a rifiutare certe vecchie definizioni. Oggi un elemento supplementare nella discussione arriva dal fatto che ci sono teologi favorevoli all´omosessualità, i quali si oppongono alla condanna di Paolo nell´Epistola ai Romani, dove gli omosessuali vengono collocati tra i fornicatori. Naturalmente la Chiesa non accetta il punto di vista di quei teologi. E´ stato Paolo a offrire per primo un punto di vista cristiano nei confronti dell´omosessualità, senza considerare affatto gli omosessuali come peccatori eccezionali. Li ha semplicemente posti tra i portatori di disordine, come gli adulteri. Fornicatori come altri.
Ma il centro del discorso sono i figli. A partire dal momento in cui si dà agli omosessuali il diritto di avere bambini, diventa impossibile rifiutare loro i diritti dei genitori, perché si farebbe un torto ai figli. Giuridicamente non si può negare ai bambini, che non sono responsabili di nulla, di avere genitori uguali a quelli degli altri. E se si danno agli omosessuali i diritti delle persone sposate, è impossibile escluderli giuridicamente dal matrimonio. La nostra civiltà sembra avere imboccato tale direzione. Considerando l´evoluzione dei costumi, si può supporre che si proseguirà su questa strada fino alla fine, a meno che non si verifichi una vera e propria rivoluzione nella politica e nei costumi della nostra società.
(Testo raccolto da Leonetta Bentivoglio)

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La Repubblica, 16/2/2007
FRANCO LA CECLA
Cos´è il matrimonio? Cos´è la famiglia? Matrimonio e famiglia sono forme sociale naturali, universali? A queste domande si può rispondere appellandosi a dei principi, appoggiandosi a delle ideologie, oppure rifacendosi ai fatti empirici, a quello che fino ad oggi conosciamo delle società umane (ed è molto).
L´antropologia, fin dalle sue origini, che affondano in una curiosità comparativa, fondata su una paziente ricerca in luoghi e culture vicine e lontane, ha indagato sulla natura dei legami primari. La parentela, l´apparentarsi è una costante che si rintraccia in tutti i gruppi umani, ma le sue forme sono le più diverse. In culture diverse dalla nostra spesso la filiazione è separata dalla parentela, cioè i genitori biologici non sono coloro che allevano i propri figli. In molte culture sono gli zii, cioè i fratelli della madre a prendersi questo compito – anche da noi esisteva questa istituzione ed ogni tanto riemerge, come notava Lévi-Strauss in occasione della morte di Lady Diana. In quel caso, al funerale, il fratello di lei si era presentato come l´unico possibile tutore di figli. Ci sono culture nel sud della Cina dove la coppia convivente è costituita da fratello e sorella, che hanno "fugaci" visite notturne a persone dell´altro sesso con cui possono generare una prole che viene però allevata da fratello e sorella. Insomma il nucleo familiare, come "casa" non è una forma universale, ci sono società dove non esistono coppie fisse, ci sono famiglie poligamiche nel fondo dell´Amazzonia o in Senegal e ci sono ovviamente famiglie allargate. Siamo noi l´eccezione: la famiglia mononucleare – la solitudine di marito e moglie e dei loro figli - è una invenzione recente. C´è voluto l´avvento del capitalismo e del lavoro salariato che ha distrutto la famiglia allargata che era anche un´entità economica – gli antropologi parlano di "maison" o di "household"- e che ha creato la coppia come la conosciamo oggi. Lo spiegava in un magnifico e introvabile libro, Genere e Sesso, Ivan Illich. Quello che è nuovo è l´idea di un nucleo isolato che dovrebbe farsi carico della formazione della prole. Nelle società tradizionali europee e nelle società "indigene" di altre culture la coppia è inserita in un sistema complesso di reti di reciprocità , in un mondo in cui uomini e donne costituiscono due sfere spesso indipendenti, con lingua, maniere e obblighi differenti. La prole è affidata al gruppo più ampio. Questo consente un´elasticità maggiore della nostra, nella costituzione e nel dissolvimento della coppia stessa. Una società aristocratica e complessa come quella Tuareg ancor oggi consente una frequenza estrema di divorzi – che vengono festeggiati come se fossero matrimoni, cioè nuovi inizi – proprio perché la prole non rimane affidata mai alla singola coppia. Illich diceva che la coppia mononucleare è un mostro di cui nella storia non si era mai sentito parlare prima.
Al fondo di tutta questa materia giace una domanda importante: cos´è che lega le società, cosa fa sì che non si sfaldino? La nostra povera risposta oggi è: la coppia.
La risposta di altre società è sempre stata: un legame che consente il passaggio di sostanze, siano esse liquidi, latte, acqua, lagrime, nutrimento, emozioni, parole, esperienze, visioni, eredità nel senso più ampio e nel senso più specifico. La sostanza che una generazione passa all´altra è simile e diversa dalla sostanza che uomini e donne incontrandosi si scambiano. Si tratta di affetto, di amore, beni, ma soprattutto di "kinship" cioè di un legame di parentela che è una invenzione culturale che cambia da luogo a luogo, ma che è importantissimo. Noi siamo una strana società che privilegia l´amore-passione rispetto al legame di parentela. In moltissime società, anche moderne, come l´India, come il Giappone il matrimonio non corrisponde all´amore-passione, anche se può prevederlo. I matrimoni sono combinati perché il legame sia stabile e non fluttui con i cambiamenti delle emozioni. In India dicono che il loro tipo di matrimonio è come mettere il fuoco sotto una pentola di acqua fredda, mentre il nostro occidentale sarebbe come spegnere il fuoco sotto una pentola di acqua calda. Ed è vero che la nostra società, nonostante i richiami delle Chiese e dei nuovi fondamentalismi fa una fatica enorme a non sfaldarsi continuamente. Oggi la parola coppia è svuotata di gran parte del significato che anche da noi poteva avere fino a vent´anni fa. I Pacs e i Dico e anche i matrimoni tra persone dello stesso sesso affrontano un problema giuridico, legato alla eredità e alla comunanza di beni, ma non affrontano la sostanza impoverita della coppia. Perché in qualunque società il legame tra due persone è qualcosa che crea una circolazione di sostanze da passare ad altre generazioni (altrimenti non ci si "sposa", e nella culture primitive e tradizionali l´amore passione esiste quanto e spesso più che da noi). Se ci si "sposa" è per costituire una "kinship", un legame che consenta il passaggio di sostanze. Una delle sostanze principali in tutte le culture è il genere. Non è un caso che di dica "generare", cioè installare la prole nel genere, in un genere maschile o femminile – ci sono casi di terzo sesso, ma non di terzo genere, sono per lo più casi di uomini considerati culturalmente donne e viceversa. La questione di che tipo di sostanza di genere passano genitori di uno stesso sesso alla propria prole esiste. E´ una domanda imbarazzante per chi si batte oggi per i Pacs o per i Dico, ma occorre rispondervi.
Non basta avocare la creatività di un transgender o di un queer- gender per evitarla. Michel Foucault, che era un omosessuale convinto e praticante, litigava ferocemente con chi pensava che inventare un nuovo genere fosse come fare un happening. Per lui gli omosessuali erano uomini con gusti sessuali differenti.
In Francia è all´interno stesso del dibattito femminista che si è posta la questione. E´ stata Marcela Iacub, una antropologa argentina del diritto, a far notare che non si può parlare tanto di rispetto delle differenze sessuali e poi ignorare l´importanza in una cosa così seria come la generazione della prole. Il fatto è che qui, intorno alla famiglia, si gioca il destino della nostra società, non nel senso che essa sia oggi "degenerata" come vorrebbero alcuni, ma nel senso più specifico che qui non si tratta di diritto individuale, ma di trasformare il diritto perché sia capace di proteggere davvero i legami che le persone producono durante la loro vita. Sappiamo ormai di essere monogami nel presente e poligami nel tempo (il tasso altissimo di separazioni lo dimostra). Perché non accettare di essere una società dai tanti amori che però assicura e protegge i passaggi di sostanza che questi amori producono, figli, parenti acquisiti, amici, beni? E´ possibile, basta fare un passo più avanti della pura politica. (Franco La Cecla)

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La Repubblica, 16/2/2007
....fin dalla sua origine la riflessione politica occidentale ha assegnato un posto di rilievo alla famiglia. Marginalizzata, se non abolita, nel modello della repubblica platonica, a favore di una pubblicizzazione integrale della sfera politica, essa già con Aristotele rientra nella linea genetica che porta dalla dimensione naturale a quella del governo. Riconosciuta anche nel mondo romano come cellula primaria della convivenza, essa allarga progressivamente il proprio ambito di significato, cominciando a rappresentare, oltre che il gruppo ristretto della coppia genitoriale e dei figli, anche l´insieme delle persone che dipendono da una casa – famulus è il servo adibito ai rapporti domestici all´interno della sfera dell´oikos.
Questa integrazione di carattere comunitario, tipica dell´ordine premoderno, si spezza a partire dal XVII secolo, allorché il mondo delle passioni e degli affetti inizia sempre di più a specializzarsi rispetto all´ambito più vasto della ragione economica. Da allora la famiglia, intesa nel senso stretto che ancora adesso conferiamo all´espressione, tende a fuoriuscire dal discorso pubblico per collocarsi in uno spazio strettamente privato. Mentre ancora Hegel riprende, sia pure modificato, il modello aristotelico, individuando nella famiglia il primo elemento di una dialettica che porta alla società civile e poi allo Stato, la tradizione liberale, interessata ad una dimensione essenzialmente individualistica, la ascrive decisamente nell´ambito privato. Se il liberalismo dissolve la struttura familiare nella pluralità discreta degli individui, il marxismo la integra nella composizione di classe – fino a farne, con la scuola di Francoforte, la matrice di una possibile mentalità autoritaria.
Da allora, a partire dagli anni sessanta e settanta, l´istituto del matrimonio diventa l´obiettivo polemico dei movimenti di liberazione, a partire da quello femminista fino a quello omosessuale. In questo modo la famiglia, sia pure per una via molto diversa rispetto a quella classica, torna ad insediarsi all´interno dell´arena politica, finendo per precipitare al centro di aspri scontri ideologici. Prima la battaglia per il divorzio e poi quella per l´aborto segnano, in particolare nel nostro paese dove il radicamento della tradizione cattolica è particolarmente forte, i primi, cospicui, sintomi di una profonda trasformazione culturale, sociale, antropologica. Ma la piena politicizzazione della questione esplode in anni ancora più recenti, quando l´intera estensione del bios viene assunta prepotentemente dentro gli obiettivi e i linguaggi della politica.
Un drammatico annuncio di questo passaggio epocale è già ravvisabile nell´organizzazione degli Stati totalitari – in particolare di quello nazista e fascista – allorché non soltanto la questione della razza, ma anche, più in generale, dei corpi viventi, della loro riproduzione controllata e del loro uso economico-militare, entra a pieno nelle strategie politiche dei governi. L´attenzione ossessiva all´aumento del tasso di popolazione riporta la questione del matrimonio al centro delle preoccupazioni del potere. Mai come in quel caso ogni forma di congiunzione irregolare, o tra individui etnicamente eterogenei, viene scoraggiata, se non punita con la morte, perché non funzionale o contraria alla politica razziale.
Poco o nulla assimila la situazione delle nostre democrazie liberali alla folle eugenetica di quei regimi. Ciò non toglie, tuttavia, che la compenetrazione tra pubblico e privato si fa sempre più stringente. Nel momento in cui la vita biologica – la nascita, la morte, la malattia, la modificazione genetica – diventa il luogo su cui si misurano non solo prospettive culturali alternative, ma anche i rapporti di forza tra gli schieramenti politici, sarebbe impensabile che il matrimonio resti fuori dal conflitto. Sia la sua struttura monogamica, sia il suo assoluto primato rispetto ad altre forme, meno tradizionali, di convivenza, costituiscono il luogo arroventato di uno scontro frontale tra laici e cattolici o, più precisamente tra due diverse interpretazioni del laicismo e del cattolicesimo. Ciò che in tale scontro è in gioco è la sua medesima definizione. Cosa può essere il matrimonio in una società ampiamente secolarizzata, ma ancora bisognosa di saldi legami? Dove, in quale orizzonte di senso, esso può radicarsi in un mondo di individui sempre più soli, ma proprio per questo timorosi di ulteriore disgregazione? Come può rispondere alle sfide aggressive di altre culture politiche e religiose senza perdere i propri valori fondanti, ma senza smarrire i contatti con una società che cambia? Chiunque immagini di fornire risposte semplici, o piattamente rassicuranti, a simili domande è destinato a una cocente delusione nei confronti di una realtà che non si fa ingabbiare in blocchi di senso predefiniti (Roberto Esposito)

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Biografie degli autori di questi articoli

René Girard è uno storico e filosofo francese. Franco La Cecla insegna antropologia all´Università San Raffaele di Milano. Roberto Esposito insegna all´Istituto italiano di Scienze umane e all´Università San Raffaele di Milano.