giornali, 16 febbraio 2007
Pietro Licari, 68 anni. Palermitano, «onesto e severo», ricco per aver ereditato un feudo e perché la moglie e i figli gestiscono due farmacie a Roma dove hanno pure qualche proprietà immobiliare
Pietro Licari, 68 anni. Palermitano, «onesto e severo», ricco per aver ereditato un feudo e perché la moglie e i figli gestiscono due farmacie a Roma dove hanno pure qualche proprietà immobiliare. Molto attaccato alla sua vigna e alla sua Sicilia, il 13 gennaio scorso fu rapito da un Giuseppe Lo Biundo di anni 18, bracciante, e da un Vincenzo Bommarito di 22, sesto figlio di un operaio della Forestale, piccolo imprenditore ortofrutticolo, un terreno confinante con l’azienda dell’«avvocato». Costoro, volendo comprarsi un computer e una macchina nuova e avendo in paese qualche debito da saldare, rinchiusero il Licari in fondo a un pozzo a tre chilometri dal suo casolare e telefonarono alla famiglia chiedendo un riscatto di 300 mila euro. Il 14 febbraio i carabinieri beccarono lo Biundo che chiamava i parenti da una cabina assicurando alla figlia Francesca che il rapito stava «bene» e chiedendo più volte la consegna dei soldi. Giunti alla grotta trovarono invece l’imprenditore mezzo putrefatto, il volto ridotto a scheletro, lì vicino un panino e una bottiglia d’acqua impossibili da raggiungere visto che piedi e mani erano legati. Era morto di freddo e di sete a una decina di giorni dal rapimento. All’interno di un pozzo dell’acquedotto di San Giuseppe Jato, campagne del palermitano.