Marco Pastonesi, La Gazzetta dello Sport 16/2/2007, 16 febbraio 2007
dal nostro inviato MARCO PASTONESI TREVISO INTERVISTA A ALESSANDRO TRONCON - Il rugby è una religione, ma anche una malattia
dal nostro inviato MARCO PASTONESI TREVISO INTERVISTA A ALESSANDRO TRONCON - Il rugby è una religione, ma anche una malattia. Chi l’ha convertita, o inguaiata? «Mio padre Nerio. Giocava a basket, poi all’Università di Ferrara lo invitarono a provare con il rugby. Il rugby non si prova: si fa. Da quel momento, infatti, solo rugby. Apertura o estremo. Nel Villorba. In serie B». Il suo primo pallone ovale? «Non sapevo neanche che esistesse quello rotondo. Avevo tre o quattro anni e mentre mio padre giocava, io stavo a bordo campo. Tiravo calci, mi buttavo a terra, rotolavo». Il primo comandamento? «Nel 1979, avevo 6 anni. Mi dissero: si corre davanti, si passa indietro. Per un bambino non è automatico. Poicapisci il senso». Cioè? «Hai sempre bisogno di qualcuno che ti venga dietro: in aiuto, in soccorso, in sostegno. E visto dall’altra parte: devi sempre aiutare, soccorrere, sostenere il tuo compagno». La prima lezione sul campo? «In Nazionale giovanile, under 15, contro il Galles. Ci dominarono. Non tanto perché erano più grandi e grossi, ma perché erano più intelligenti e smaliziati. Loro giocavano a rugby, noi giocavamo». Il rugby, in due parole. «Sport di combattimento. Confronto fisico e mentale. L’obiettivo è gestire il pallone: la conquista del territorio è una conseguenza». Uno sport bestiale giocato da gentiluomini: non c’è troppa retorica intorno al rugby? «Tutto parte dal contatto fisico. Che crea legami forti, solidi, duraturi. Non solo con il tuo compagno, ma anche con il tuo avversario. Con il tuo compagno perché ti devi sacrificare, fisicamente, per salvarlo. E con il tuo avversario perché fa quello che fai tu, magari meglio». Dicono: il rugby è una partita di scacchi giocata a cento all’ora. «Ha lo spirito della lotta, la gestualità del basket, la precisione del calcio, i principi dello judo. Anche qualcosa degli scacchi». Non è che ci si fa troppo male? «Circa 180-190 punti subiti sulla mia pelle. Ma sono più quelli che ho segnato agli avversari. I dolori fisici vengono fuori due giorni dopo il match. Per recuperare la fatica mentale spesso ci vuole di più». Paura? «Fisica: mai. Paura di non essere all’altezza della situazione, della responsabilità, delle aspettative mie e dei miei compagni: spesso. Per esempio sabato scorso a Twickenham, contro l’Inghilterra: erano due anni che non giocavo a quei livelli, e qualche dubbio l’avevo anch’io». Troncon, ma chi glielo fa fare? «Io. Perché di natura sono competitivo: voglio capire fin dove posso arrivare e se sono più forte del mio avversario. Perché voglio vincere. Perché mi piace arrabbiarmi. E perché ho voglia di mettermi, ogni volta, in gioco. Ecco perché sono tornato a giocare in Francia e ho chiesto di tornare a giocare in Nazionale». C’è doping anche nel rugby? «Probabilmente sì, anche se non so né dove né come. Io non ne ho mai avuto neanche la tentazione: sono già forte così». Com’è cambiato il rugby? «Come essere passati dalle 10 tavole di Mosè alle email. In 28 anni, non in 3400. Ho cominciato con due allenamenti alla settimana, adesso sono due al giorno. Prima era forza, ora è velocità. La forza è sottintesa». Se fosse ministro dello sport? «Rugby alle elementari: se non obbligatorio, almeno facoltativo. Non è solo educazione fisica, ma anche civica». Ma è vero che il rugby è lo sport giocato in paradiso? «Speriamo anche all’inferno e al purgatorio. Di sicuro lì ci sono più giocatori».