Massimo Gaggi, Corriere della Sera 16/2/2007, 16 febbraio 2007
NEW YORK
Apparentemente la sfida è temeraria: Mitt Romney è il meno noto tra i candidati in lizza per le presidenziali del 2008, ha un’esperienza politica limitata ai quattro anni – dal 2002 al 2006 – in cui è stato governatore del Massachusetts e, soprattutto, è mormone. Di più: è stato missionario e «vescovo» (per tutto il Michigan) di una religione che impone obbedienza assoluta al suo capo, il «profeta» che guida la Chiesa dei Santi dell’Ultimo Giorno. Non è un problema da poco, visto che, nei sondaggi, il 43 per cento degli americani dichiara che non voterebbe mai per un mormone.
Ma Romney ama le imprese difficili: prima di entrare in politica ha salvato dalla bancarotta le Olimpiadi invernali di Salt Lake City. Poi è riuscito a diventare governatore dello Stato più democratico e «permissivo» d’America pur essendo un repubblicano dalle vedute abbastanza conservatrici. Infine è riuscito a mettere d’accordo democratici e repubblicani sulla riforma di un settore – quello della sanità – che dal 1993, anno del fallimento di un tentativo fatto da Bill Clinton, veniva considerato da ogni politico un campo minato dal quale girare alla larga.
Governatore assai popolare, Romney ha fatto la scelta temeraria di non ricandidarsi nel novembre scorso alla guida del Massachusetts, preferendo la corsa per la Casa Bianca. E lo ha fatto col sorriso sulle labbra, come se non avesse nulla da perdere. Un atteggiamento che probabilmente ha a che fare con la sua storia personale: Romney è un uomo rinato. Non un cristiano «born again», ma un uomo tornato in vita dopo essere stato dichiarato morto. In una notte del giugno del 1968, mentre la Parigi universitaria bruciava al fuoco della contestazione, il 21enne Mitt, allora missionario mormone in Francia, stava guidando su una strada di campagna una Citroen che si scontrò frontalmente con una Mercedes. Dopo averlo tirato fuori dalle lamiere, la polizia lo dichiarò morto. Il decesso fu riportato sul passaporto e i familiari vennero avvertiti. Ma poi, in ospedale, i medici si accorsero che Romney era in coma profondo, ma ancora vivo. E, dopo un lunghissimo ricovero, riuscì miracolosamente a riprendersi.
Un’esperienza che deve aver rafforzato la sua fede. I legami con la chiesa mormone non si sono allentati nemmeno quando, dopo aver fatto per 25 anni con successo il superconsulente aziendale e il banchiere d’affari – il fondo di «private equity» Bain Capital è una sua creatura - è entrato in politica.
Oggi, però, il problema si ripropone con maggior forza: gli americani, che quando scelgono un governatore o un sindaco badano soprattutto alle sue doti di amministratore (è il caso di Giuliani e Bloomberg, sindaci repubblicani della democratica New York), al momento di votare per il presidente ragionano in tutt’altro modo.
Con la sua aria di attore hollywoodiano dell’era di Cary Grant e Humphrey Bogart, a 60 anni Mitt Romney sta cercando di darsi un profilo più conservatore e di correggere la sua immagine di politico tollerante su temi etici delicati come l’aborto e i rapporti omosessuali. Sapendo che gli evangelici non amano, per motivi diversi, John Mc- Cain e Rudy Giuliani, i due principali candidati alla «nomination» repubblicana, Romney si è spostato decisamente a destra e ha cominciato a cercare il dialogo anche con i leader religiosi più integralisti.
Con risultati non disprezzabili: esponenti che avevano escluso di poter votare per un mormone, nell’autunno scorso, dopo un primo incontro con Romney, divennero possibilisti. Un nuovo confronto con alcuni leader religiosi avvenuto pochi giorni fa in Florida ha avuto un esito meno confortante per il candidato. A tutti quelli che lo interrogano sul suo obbligo di obbedienza al capo della chiesa mormone, Romney risponde di credere nella «religione politica» di Abramo Lincoln: il sacro giuramento sulla Costituzione e la tutela dello stato di diritto, saranno gli impegni supremi del suo mandato.
Gli elettori si fideranno di questo impegno a mantenere separata la sfera istituzionale da quella religiosa? Difficile fare previsioni. Certamente, benché poco noto, Romney ha un’immagine più accattivante dei suoi rivali e, dopo i disastri dell’Amministrazione Bush, la fama di amministratore competente può risultare una credenziale più importante rispetto al passato. Ma, saltando da una posizione all’altra, il candidato repubblicano suscita la diffidenza non solo dell’ala religiosa, ma anche degli elettori comuni. E i giornali già lo prendono in giro, mettendo a confronto (lo ha fatto l’altro giorno il Boston Globe)
due candidati: il Romney «aperto» del Massachusetts e il «Romney 2008». Il primo chiede che l’aborto sia «legale e venga reso sicuro», il secondo si dice «per la vita» salvo i casi di stupro e incesto. E sulla libertà di armarsi il primo propone moratorie, vuole mettere al bando le armi automatiche e prende le distanze dalla Nra (la lobby degli armieri), mentre il secondo si vanta di essere armato, di andare a caccia e di essere iscritto alla Nra.