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 2007  febbraio 16 Venerdì calendario

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE

WASHINGTON – Bacchettando gli alleati che come l’Italia rifiutano di mandarvi altri soldati e di impegnarli in battaglia, il presidente Bush ha annunciato l’escalation della guerra in Afghanistan, con un aumento delle truppe americane e una massiccia offensiva antitalebana in primavera. Si sono uniti alle critiche del «ventre molle» della Nato, come lo chiama il Pentagono, il capo della Commissione Esteri della Camera Tom Lantos e l’ambasciatore americano a Kabul Ronald Neumann. Bush ha dapprima elogiato l’Italia per l’«invio di aerei» al fronte, «l’apertura di un Centro di insegnamento giuridico» a Kabul e «l’eliminazione di cellule terroristiche» sul nostro territorio, ma poi, senza più nominarla, l’ha richiamata con altri all’obbligo di «fornire uomini e abolire le restrizioni al loro impiego». Lantos, un democratico, è stato più esplicito: « semplicemente inaccettabile che i comandi in Afghanistan debbano implorare truppe da Paesi come Francia, Italia e Spagna».
Coordinando le loro pressioni, i poteri esecutivo e legislativo e la diplomazia Usa hanno posto quasi un ultimatum ai «reticenti o per cattiva conoscenza o per ignoranza della situazione», come ha detto Neumann. L’intervento potrebbe essere controproducente, soprattutto in Italia, dove divampa il dibattito sull’Afghanistan. Ma dal discorso tenuto da Bush all’American Enterprise Institute, un serbatoio di cervelli neocon, secondo il Pentagono l’aggravamento della crisi afghana lo ha reso necessario. Il presidente ha annunciato un aumento permanente delle forze americane di oltre 3.200 uomini da 23 mila a 27 mila circa – il massimo livello dal 2002 – con la 173ª brigata aerea di stanza a Vicenza, diretta in origine in Iraq, e ha chiesto 11 miliardi 800 milioni di dollari e due anni di tempo per stabilizzare l’Afghanistan.
Bush ha ammonito che «la Nato deve riempire i vuoti di sicurezza, deve fornire ai comandanti sul campo le truppe e gli equipaggiamenti di cui hanno bisogno per sconfiggere il nemico». Ha proseguito definendo i talebani «un nemico che pensa ed è duro»: «Combattendo in Afghanistan, i membri dell’Alleanza proteggono i propri popoli». Sulla sua scia, dopo avere denunciato «il fiasco afghano» e proposto lo spostamento in Afghanistan dei 21.500 soldati mandati a Bagdad, Lantos ha criticato «i cosiddetti alleati europei che non collaborano»: « un oltraggio che combattano solo le truppe americane, inglesi, canadesi, olandesi e danesi» ha sostenuto. A Kabul, Neumann aveva enunciato lo stesso concetto: «Alcuni dei nostri partner fanno molto, ma altri fanno molto poco. Noi vorremmo invece vedere tutte le nazioni della Nato mettere insieme le forze di cui c’è bisogno contro l’insurrezione talebana nel Sud».
Nel discorso, Bush ha tracciato un quadro roseo del futuro dell’Afghanistan, contrapponendone i progressi «all’incubo talebano» e ha presentato il nuovo sforzo militare come il frutto di «un profondo riesame strategico». Ha quindi enunciato un «Piano di vittoria» in cinque punti: il rafforzamento dell’alleanza, l’addestramento di 60 mila soldati e 20 mila poliziotti afghani in più, la ricostruzione economica, lo sradicamento dell’oppio, la lotta alla corruzione in particolare tra i giudici. Il presidente si è soffermato sul problema delle frontiere tra il Pakistan e l’Afghanistan, il rifugio di Al Qaeda e dei talebani, «più selvagge del selvaggio West».
Da un sondaggio della tv
Cnn, il 52 per cento degli americani si oppone alla guerra in Afghanistan mentre il 63 per cento si oppone a quella in Iraq – dove nella notte sarebbe stato ferito dalla polizia locale in uno scontro a nord di Bagdad il leader della cellula irachena di Al Qaeda, Abu Ayyub Al Masri; ucciso il suo luogotenente. A differenza di quello iracheno, contro cui la Camera dovrebbe passare oggi una mozione non vincolante, il conflitto afghano è però ancora appoggiato dalla maggioranza del Congresso. Se l’offensiva di primavera, basata su bombardamenti a tappeto delle postazioni nemiche, dovesse fallire, questo appoggio però finirebbe. Di qui le pressioni di Bush sulla Nato, che prevede di portare a termine la sua missione al più tardi nel 2009.