Varie, 15 febbraio 2007
ROMANO
ROMANO Andrea Livorno 10 maggio 1967. Storico. Insegna storia contemporanea a Roma Tor Vergata. Ex editor per la saggistica storica e di attualità della Einaudi. Con Mondadori ha pubblicato nel 2005 The boy. Tony Blair e i destini della sinistra, adesso Compagni di scuola. Collaboratore de La Stampa, poi del Riformista • «L’ingresso all’Einaudi è angusto dal 2 di via Umberto Biancamano. Una scaletta di moquette grigia e l’odore di Lysoform vi accompagnano sino al gabbiotto di vetro, dove una gentile portiera di mezza età chiama al citofono Andrea Romano, e annuncia la visita dandogli del tu. Per salire alla direzione editoriale, bisogna prendere una porticina e passare dall’entrata del 4 di via Biancamano, traversare il portico tutto marmi, ottoni ed ebano di quel palazzo art déco, e arrivare al terzo piano. Andrea Romano è alto, facile al sorriso, indossa un completo grigio senza cravatta su camicia a righine rosse botton down. Eleganza veltroniana. Il suo ufficio è ricavato nell’atrio, tra due pareti divisorie e la finestra che dà su corso re Umberto. ”Il muro non arriva al soffitto”, osserva ironico prima di indicare le stanze della letteratura e della grafica, alle sue spalle, e iniziare una breve visita verso il corridoio che culmina, a sinistra, nella sala delle riunioni in cui troneggia l’enorme tavolo ovale di Carlo Mollino, concepito da Giulio Einaudi, per l’esercizio conviviale della sua arte da despota. Andrea Romano è livornese. Vive con la famiglia a Roma, moglie e tre figli sotto i dieci anni, ma dal lunedì al giovedì lavora qui a Torino. Da quasi un anno si occupa di quella che in gergo viene chiamata ”saggistica Trade”, per dire libri di attualità che stanno sul mercato, come il ”Ciampi” di Massimo Giannini, per intenderci, o come l’inchiesta di Gaggi&Narduzzi sul nuovo ceto medio low cost, ma anche saggi sofisticati come ”L’infelicità araba” di Samir Kassir, manifesto per la rinascita araba lanciato dal giornalista libanese di An Nahar, assassinato un anno fa in un attentato terroristico. Mentre armeggia nel cucinino, alle prese con le dosi preconfezionate del distributore del caffè, con l’assenza di bustine di zucchero e altre piccole lacune logistiche, Romano trova il modo d’infilare tra i convenevoli una confessione: ”Lavorare all’Einaudi è sempre stato il mio sogno”. Uno dei tre, spiegherà dopo, anche se gli altri due, fare politica e insegnare all’Università, essendosi realizzati, sono andati in archivio. Che sia un uomo sensibile, un adogmatico senza settarismi, con un suo strano percorso accidentato verso la verità si scopre subito, appena ci sediamo nello studiolo deserto accanto al cucinino, fornito però di pareti regolamentari, e con la sua voce piena prende a parlare del figlio Dario, come se fosse la cosa più urgente e naturale del mondo. Il figlio primogenito, nato alla vigilia della vittoria elettorale di Tony Blair nel 1997, è da allora spastico per un banale incidente di parto, uno choc anafilattico dovuto a un antibiotico durante il travaglio. Oggi Dario non parla, non mangia, non cammina, ha problemi di postura e riesce solo a muovere gli occhi, deglutire e sorridere a quelli che riconosce, la madre, il padre, i fratellini, un maschio e una femmina, nati dopo di lui. ”Mi è capitato di pensare se la vita di Dario valesse la pena di essere vissuta” confessa il padre senza tante cerimonie ”.... e la risposta è stata sì. Prima di avere Dario forse avrei detto no”. Avere figli, spiega Andrea Romano, ”mi ha cambiato anche politicamente”. E si capisce che il suo è un rovello esistenziale, prima che etico, inesorabile, che ha sconvolto alcune sue certezze e gli ha imposto uno sguardo nuovo, più libero e più tragico, sulla bioetica, l’eutanasia, forse persino sull’aborto. Ma quando uno gli domanda come ha fatto, dove ha preso la forza per affrontare il trauma di un figlio disabile, per superarne la rabbia e l’impotenza, ”Io non sono credente” risponde Romano, senza fierezza alcuna. ”Non ho mai pensato, ringrazio Dio per avermi dato una cosa simile. Penso che sia stata una grossa ingiustizia ai danni di Dario. Ma ognuno di noi si misura coi risultati del proprio lavoro, con le opere che lascia. E da calvinista, io penso che lo slogan dell’Opus Dei, la soddisfazione del lavoro ben fatto, sia un’ottima risorsa politica e morale”. il suo modo, discreto e rigoroso, puntuale e determinato, sofferto ma senza fronzoli di circoscrivere il campo del possibile e quindi del fattibile. Lo stesso modo che sembra seguire quando, lasciando il dramma personale per l’operosità, Romano tira fuori alcuni saggi recenti che ha curato per le Vele, gli Struzzi, l’Einaudi Storia, le tre collane di cui è responsabile, o quando mostra la ”Storia del Gulag” di Oleg V. Chlevnjuk, spiegando che tiene anche un occhio sulla Biblioteca di cultura storica, rimasta con la saggistica di studio nelle salde mani di Carlo Alberto Bonadies. Il suo arrivo all’Einaudi è avvenuto a passi felpati, ma dev’essere stato vissuto con non poca apprensione dalla vecchia guardia torinese, che oggi parla di curiosità. Il livornese, è vero, ha preso il posto lasciato vacante da Lorenzo Fazio, passato alla Bur, e non ha scalfito le gerarchie ufficiali, il responsabile del programma editoriale Ernesto Franco, il presidente Roberto Cerati. Ma in poco tempo ha mostrato le sue doti. ”La velocità è una dote. Lui ce l’ha”, dice Walter Barberis, un veterano che siede oggi al posto di Giulio Einaudi nel consiglio di amministrazione e non nasconde l’apprezzamento verso il nuovo arrivato: ”Ha ritmi lievemente diversi da quelli un po’ accomondanti del mondo editoriale. Con lui di un libro si decide in una settimana. A differenza di altri redattori, poi, coglie immediatamente l’implicazione politica di un testo, cosa che per la sua generazione non è scontata”. Cooptato per chiara fama dall’amministratore delegato, l’ingegnere filosofo Enrico Selva, e dal direttore della divisione libri Mondadori, il professore e manager Gianarturo Ferrari, il nuovo editor dell’Einaudi in effetti rinnova la tradizione che sin dall’origine ha segnato la casa editrice torinese. Quella di intellettuali e uomini di cultura con fortissimo imprinting politico, venuti dal Partito d’azione, come Leone Ginzburg e Franco Venturi, reclutati dal Pci come Carlo Muscetta o Elio Vittorini, o approdati dal variegato mondo dei compagni di strada, come Cesare Pavese e Italo Calvino. Come loro e dopo di loro, anche Romano può vantare un pedigree di militanza politica a sinistra, e proprio nel partito nato dalle ceneri del Partito comunista italiano. E come molti dei suoi predecessori, anche lui è passato attraverso la delusione politica, avendo vissuto in prima persona un conflitto mal sopito con la macchina del partito e la sua classe dirigente. Oggi, Romano si considera ”un compagno di strada”, ma racconta di aver preso la tessera dei Ds nel ”94, all’indomani della batosta elettorale di Achille Occhetto e della sua gioiosa macchina di guerra, quando erano in molti a puntare sulla segreteria di Massimo D’Alema e il suo sogno di ”un paese normale” per uscire dalle secche della superiorità morale superando la gravosa eredità di Berlinguer. La tessera dei Ds Romano dice di averla rinnovata sino al 2002, poi basta. E le due date segnano per lui l’inizio e la fine di una breve ma intensa carriera politica, o meglio a servizio della politica: dall’esordio come storico dell’Urss all’epilogo come intellettuale politico, in organico alla Fondazione Italianieuropei. Ma andiamo per ordine. Fine anni Ottanta: in tutta Europa la Guerra fredda è già finita da dieci anni nelle teste, prima che nei fatti. I francesi hanno scoperto il dissenso, dando voce a Aleksandr Solgenicyn e Milan Kundera, salvato i boat people, riconciliando il vecchio Jean Paul Sartre e Raymond Aron, si sono messi a studiare il catechismo rivoluzionario cercando nel giacobinismo le tossine del leninismo. I polacchi si sono inventati Solidarnosc, il più grande movimento operaio del XX secolo, per contrastare in nome della vera fede la fede totalitaria nella dittatura sovietica. Crolla il Muro di Berlino, Michail Gorbacëv tenta gli ultimi passi di danza per riformare l’irriformabile. A Livorno, avamposto della Toscana rossa, dove persino i bastioni evocano la scissione del Partito socialista da cui nacque nel 1921 il Partito comunista, il figlio ventenne di un marittimo di simpatie socialiste, capitano di una nave mercantile, e di un’infermiera che vota Dc, vive il crollo dell’Urss e decide di mettersi a studiare lo stalinismo. Ha l’ambizione di capire ”come nasce, come si struttura, e a spese di chi” il regime che sta scomparendo. Iscritto a Lettere all’Università a Pisa, dove insegna il fior fiore dell’antifascismo militante, Claudio Pavone, Raffaele Romanelli, Paolo Pezzino, scarta subito la storia del movimento operaio, gli studi sul partito, vanto della sovietologia italiana, scarta il Gulag e le vittime del bolscevismo, ”tema quantomai splatter” – dice oggi – per scegliere l’Armata rossa come punto di osservazione straordinaria della contesa tra contadini e bolscevichi, negli anni della rivoluzione staliniana. Chiede la tesi a Ettore Cinnella, bluffando sul russo, e parte per Mosca con un programma di full immersion e di clausura negli archivi ex sovietici parzialmente aperti. Il risultato è una tesi di laurea, una borsa della Fondazione Einaudi, un dottorato con Nicola Tranfaglia, Aldo Agosti, mentori dell’accademia filocomunista torinese, e infine un libro (’Contadini in uniforme. L’Armata Rossa e la collettivizzazione delle campagne nell’Urss”, Leo Olschki 1999), che tratta in tono minore la Grande carestia studiata da Robert Conquest, e non riconosce la tesi del celebre storico secondo il quale fu un’operazione di sterminio deliberato voluta da Stalin per piegare la resistenza dei contadini. ”Conquest è superato. E il revisionismo mi è sempre parso una retorica ideologica”, risponde oggi Romano per spiegare l’indifferenza al tema. ”Mai pensato che l’Urss fosse una cosa buona, nemmeno a 14 anni”. A parlare, però, non è più il compagno di strada, ma il libero battitore riformista, convertito dalle circostanze, dalla critica della rivoluzione e dal corpo a corpo con l’autonomia della politica. Approdato nel 1993 all’Istituto Gramsci, come archivista esperto sovietologo, Romano viene subito arruolato da Giuseppe Vacca, nella redazione di ”Europa Europa”, un trimestrale di politica internazionale dedicato alla transizione postsovietica e alla fine della Guerra fredda. Passano cinque anni e dopo un breve passaggio al gabinetto di Massimo Brutti alla Difesa, entra nello staff del sottosegretario agli Esteri del governo D’Alema, Umberto Ranieri, che ha delega sull’Europa centrorientale e sui Balcani e lo nomina capo della sua segreteria particolare, facendone di fatto il suo advisor politico- culturale. Sono gli anni del governo dell’Ulivo, gli anni tormentati e carichi di promesse di Massimo D’Alema a Palazzo Chigi, quando la crisi nei Balcani porta a schierare per la prima volta a fianco dell’America di Bill Clinton un governo guidato da un ex comunista, e la guerra nel Kosovo rinsalda l’Alleanza atlantica nell’intervento militare contro uno stato nazionalista ex comunista, la Serbia di Milosevic, senza nemmeno l’avallo delle Nazioni unite. ”La nostra fu una collaborazione intensa”, dice oggi l’ex sottosegretario Ranieri a proposito di quello studioso riservato, che viaggiava al suo fianco in tutto l’Est Europa e redigeva note su note, tenendo ben distinta la direzione politica dalla funzione diplomatica. In realtà, alla scuola della prassi che è la Farnesina, Romano s’apre al riformismo, diventando un blairiano convinto, sempre più sensibile alle prospettive strategiche aperte dalla vittoria del New Labour di Tony Blair, vicino alla Terza via di Anthony Giddens, ma sempre più insofferente ai riti stanchi della politica, alla ricerca del consenso, e in parte scettico sulle reali potenzialità dei gruppi dirigenti diessini. ”Dopo i viaggi con Ranieri”, ricorda oggi pensando a quei mesi, ”dovevo andare in giro a spiegare la linea nelle sezioni, ma litigavo sempre. Il mio era un approccio etico, non pragmatico. Pensavo che la sinistra non potesse fare finta di niente, continuare a ignorare i massacri etnici, le dittature. Avevo in mente le pagine di George Orwell e Alfred Koestler contro l’appeasement, e consideravo una barbarie politica far finta di niente. C’è anche chi viveva il Kosovo come emergenza legale, come prova di atlantismo. Ma per me, si trattava solo di un tiranno da abbattere”. Non per niente, è un altro parlamentare diessino, perfido, a dire l’imbarazzo del segretario particolare del sottosegretario nell’illustrare la nuova linea politica alle sezioni del Mezzogiorno, la sua insofferenza di fronte alla mediazione necessaria per ottenere consenso: ”Romano ha sempre interpretato in modo rigoroso la sua vicinanza al blairismo”, dice oggi Nicola Latorre. ”Fu questo il punto di maggior dissenso durante il periodo di direzione della Fondazione Italianieuropei”. Eh sì, perché all’inizio del 2000, quando nasce la Fondazione voluta da Giuliano Amato e Massimo D’Alema, per innovare la cultura della sinistra, aprirla all’impresa, e inventare una funzione nuova del riformismo, Romano lascia la Farnesina per andare a dirigere quel laboratorio da cui molti si aspettano la produzione di soluzioni politiche. ”Il modello era quello anglossassone”, dice Romano, ”un think tank partigiano che fosse al servizio della politica e cercasse finanziamenti privati”. E quando Amato torna a Palazzo Chigi, avvicendandosi con D’Alema alla guida del governo, è D’Alema a trovare Romano a Palazzo Borghese. ”Amato mi aveva scelto, D’Alema mi trova. Io ero un dalemiamo di fede, non di professione. Mi sentivo come una groupie che ha sposato una rock star”, confessa oggi con l’entusiasmo del vecchio gruppettaro che nella tarda adolescenza, tra l’86 e il ”90, suonava la batteria ”in un gruppo post punk e molto dark” – per la cronaca il DeltaTauChi, dal nome della fraternity americana di John Belushi in Animal House… che aveva come solista Luca Faggella, premio Tenco nel 2003. Parla di groupie, vuol dire che con D’Alema era l’idillio? ”No, l’idillio con D’Alema è difficile”, ammette con ritrosia. ”Solo sua moglie ce lo può avere, forse. una persona, come la vediamo, che ha un linguaggio non idilliaco sul lavoro. Ma con me ebbe un rapporto molto corretto e trasparente”. Difficile tirargli fuori di più. Chi volesse sentire evocare qualche litigata epica, qualche scontro all’ultimo sangue, resta deluso. E per avere un’idea di come i rapporti di forza cambiarono specie dopo l’11 settembre che rivelò altre sfide all’orizzonte, bisogna affidarsi all’asettico Latorre: ”D’Alema ha sempre pensato che il tema del conflitto in Iraq, della difesa dei valori occidentali, si potesse coniugare con l’iniziativa unilaterale degli Usa, mentre in Fondazione l’atteggiamento prevalente era blairiano in politica economica e sociale, ma non in politica estera, troppo filoamericana e non sufficientemente europeista”. E infatti sullo stesso tema, il diretto interessato si trincera nel riserbo: ”Ho l’impressione che D’Alema abbia vissuto l’11 settembre come un avvenimento che ha fatto del male a tutti, che ha inferto un colpo molto serio a quel tipo di ragionamento. Gli anni Novanta ci apparivano complicati, ma noi oggi li guardiamo con rimpianto. Da una parte c’era Clinton, dall’altro gli stupri etnici. Oggi c’è Bush, un’Europa indebolita, un nemico come il fondamentalismo che complica le cose ancora di più, perché getta la sinistra nell’antiamericanismo, rafforzando il rischio di cedere all’antioccidentalismo”. Così, in questa diversa idea della politica estera, Andrea Romano matura la decisione di andarsene dalla Fondazione dalemiana, e abbandonare la politica per ritornare a produrre idee. Ma per capire sino in fondo la sua scelta, bisogna leggere attentamente la sua recente biografia di Tony Blair, e decriptare tra le righe la parte che contiene di autobiografia indiretta e la parte di critica senza indulgenza, e in forma di elogio rovesciato, alla sinistra riformista e alla sua leadership. E poi, bisogna avere soprattutto la pazienza di aspettare il nuovo libro che l’editor Einaudi sta scrivendo per la Mondadori, una storia di gruppi dirigenti dei Ds, che s’annuncia un atto d’accusa ben più severo e che lui stesso presenta come ”un ritratto della loro decadenza, e del loro fallimento nel creare una nuova classe dirigente”» (Marina Valensise, ”Il Foglio” 5/5/2006).