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 2007  febbraio 15 Giovedì calendario

C i interessa davvero il destino dell’Afghanistan? Sembrerebbe di sì. Dopotutto, leghiamo il futuro del governo a un voto parlamentare sulla nostra presenza in un paese dell’Asia centrale che ha sconfitto prima l’impero britannico, poi quello sovietico e che rischia oggi di battere la Nato

C i interessa davvero il destino dell’Afghanistan? Sembrerebbe di sì. Dopotutto, leghiamo il futuro del governo a un voto parlamentare sulla nostra presenza in un paese dell’Asia centrale che ha sconfitto prima l’impero britannico, poi quello sovietico e che rischia oggi di battere la Nato. Essere messi in difficoltà dall’Afghanistan sembra la regola, non l’eccezione. Il punto è che qui non si sta discutendo di Afghanistan. L’Afghanistan è un simbolo, più o meno immaginario, dello scontro ideologico di sempre: fra chi si sente parte della Nato e chi vuole avervi molto poco a che fare; fra chi ritiene di dovere contribuire ad attuare le risoluzioni delle Nazioni Unite, anche con l’uso della forza, e chi pensa che usare la forza sia sempre e comunque una violazione dell’articolo 11 della nostra Costituzione; fra quanti non credono in soluzioni unilaterali – il disimpegno dell’Italia lo sarebbe – e quanti vorrebbero praticarle nei fatti. Tutto questo riguarda Roma, più che Kabul. Se si trattasse davvero di salvare l’Afghanistan, la discussione sarebbe un’altra. Sarebbe anzi, probabilmente, di segno opposto. Partiamo da un dato di fatto. La missione in Afghanistan è stata per ora condotta con poche risorse, sia militari che economiche: comparativamente, è stata una delle missioni meno finanziate nella travagliata e insoddisfacente storia del nation building. Niente a che vedere, insomma, con uomini schierati e soldi spesi nei Balcani. Non a caso, i democratici americani accusano gli Stati Uniti di avere distratto forze e risorse dalla guerra «per necessità» contro il terrorismo – l’abbattimento del regime rifugio di Al Qaeda – per destinarle alla guerra «per scelta» contro Saddam. Veniamo da cinque anni di sotto- investimenti. Secondo dato di fatto. A vari anni dalla formazione del governo Karzai e dagli Accordi di Bonn, la situazione resta molto difficile. Ciò non toglie i progressi compiuti: dalla creazione di istituzioni parlamentari attraverso il voto, alla formazione dell’Esercito nazionale, al netto miglioramento delle sorti delle donne, incluso il ritorno a scuola delle bambine. Sono progressi importanti; ma ancora parziali e sempre a ri- schio. A rischio perché le condizioni economiche della popolazione non sono migliorate in modo sufficiente; a rischio per la difficoltà di controllo del territorio a Sud e a Est del paese; a rischio per una ripresa di attivismo talebano di cui la fine dell’inverno dirà la effettiva entità; a rischio per il nuovo boom dell’economia da oppio e il narco-traffico. Se i rischi sono questi, è chiaro che un rafforzamento dell’ azione della Nato, per quanto necessario, non basterà da solo a fronteggiarli. Sono indispensabili perlomeno altre due condizioni. Sul piano esterno, un coinvolgimento positivo del Pakistan, che per ora continua in realtà a servire da retrovia della guerriglia talebana, mentre rinascono basi di Al Qaeda nella cosiddetta «cintura Pashtun». Sul piano interno, benefici economici tangibili per una popolazione che resta la più povera al mondo al di fuori dell’Africa sub-sahariana e che altrimenti continuerà a rifugiarsi, per sfuggire a disoccupazione e indigenza, nella coltivazione dell’oppio o nei ranghi delle forze anti- Karzai. Come sottolinea l’ultimo Rapporto dell’International Crisis Group sull’Afghanistan, errori di gestione internazionali e responsabilità interne si combinano negativamente. In che modo potremmo migliorare l’efficacia degli sforzi nel campo della ricostruzione civile? Proviamo a rispondere, in modo concreto, a questa domanda. Il disimpegno italiano dalla missione della Nato risponde a logiche diverse e alquanto «introverse». Se sono il destino dell’Afghanistan e la sicurezza internazionale ad interessare, proponiamo soluzioni migliori lì dove vengono discusse: nel Consiglio di sicurezza, che deve rinnovare nei prossimi mesi il mandato della missione civile dell’Onu; nell’Unione Europea, che ha appena varato una missione di addestramento della polizia afghana (la cui corruzione e incompetenza restano una delle grandi debolezze della situazione attuale); nell’organismo congiunto di monitoraggio dei donatori internazionali; nei rapporti bilaterali con il governo Karzai, chiedendo progressi molto più certi nel settore giustizia. Discutendo di questo, scopriremo rapidamente che sicurezza e ricostruzione devono funzionare insieme; o non funzionano affatto. Su queste basi, si potrà anche arrivare a una nuova Conferenza internazionale, dopo gli accordi di Bonn e la Conferenza di Londra di un anno fa circa. Soltanto idee concrete, unite alla coerenza degli impegni nazionali, ne fanno una proposta per l’Afghanistan invece che per l’Italia. direttore di Aspenia