Varie, 14 febbraio 2007
SISI
SISI Vincenzo Filogaso (Vibo Valentia) 8 ottobre 1953. Terrorista, leader della cellula torinese delle Nuove Brigate Rosse, fu arrestato il 12 febbraio 2007. Accusato di aver preparato il delitto del giuslavorista Pietro Ichino, nel giugno 2009 fu condannato a 14 anni e tre mesi, pena ridotta a 13 anni e 10 mesi nel giugno 2010 • «[...] Firmatario di un documento contro la linea Tav [...] delegato sindacale della Filcem, dipendente della Ergom, è stato, in passato, alla Fiat uno degli ”autoconvocati del ”93”, la frangia della Fiom che non si riconosceva nei vertici di allora. Nell’orto di questo sindacalista anonimo la Digos ha dissotterrato un Kalashnikov di produzione jugoslava e documenti sulle BR. [...]» (Alberto Custodero, ”la Repubblica” 13/2/2007) • «Al cambio di turno, l’operaio Pasquale, addetto allo stampaggio, ha una ruga di preoccupazione che gli solca la fronte. ”Chissà che fine hanno fatto le mie marche della pensione. A Vincenzo le avevo date la settimana scorsa, adesso saranno in qualche scatolone della Digos. Ma dimmi se doveva capitare proprio a me...”. Zona industriale di Borgaro, prima cintura torinese, ore 14. Ai cancelli della Ergom non si parla d’altro che del compagno Sisi, delegato sindacale modello finito in galera con imputazioni piuttosto pesanti ed anacronistiche. Ma la discussione tra i suoi colleghi di lavoro che alle 14 lasciano la fabbrica non riguardano i destini della classe operaia, e neppure la valutazione delle gesta di Sisi. Stefania, che è quasi sua coetanea, dice che venerdì si erano lasciati in questo parcheggio scherzando sulla pensione imminente. ”Io volevo andare in mobilità, e gli avevo chiesto consiglio. Mi sa che dovrò aspettare”. Non c’è urgenza, in questo giorno dopo, e neppure dramma. Soltanto uno stupore venato di indifferenza, dove quel che emerge più spesso sono preoccupazioni che riguardano le pratiche lasciate in sospeso da Sisi, ”il più affidabile, il più serio”. Per il resto, sono affari suoi, come dice Tania Nicchi, che in tasca ha la tessera della Cisl, e teneva Sisi sulle scatole ”perché voleva sempre imporre lo sciopero, ma dove vuoi andare con lo sciopero, che siamo nel 2007, gli dicevo io”. A passare qualche ora davanti a questo fabbrica di paraurti, cruscotti, plance, serbatoi capofila dell’indotto Fiat, proprietà di Franco Ciminelli, più noto alle cronache come ex proprietario ed affossatore del Torino calcio, si ha la sensazione che i tempi sono davvero cambiati, e forse l’unico che non se n’era accorto era proprio Sisi, ”ideologo” di queste nuove Brigate rosse, accusato – tra le altre cose – anche di ”proselitismo”, almeno nelle intenzioni. Non qui, di sicuro. ”Ma se era così moderato che sembrava se la facesse con i padroni” dice Tania Ficara, vent’anni in Ergom divisi tra lo stabilimento di Chivasso e questo. Mai un volantino, mai una parola fuori posto. Spingeva per scioperare, è il ragionamento, ma non mi risulta sia reato. La sensazione, l’unica che emerge da questa mattinata ai cancelli della Ergom, è che il compagno Sisi faccia già parte del passato e non abbia mai rappresentato il futuro, per nessuno di quelli che entrano ed escono dai cancelli. ”Se approvo le sue scelte? Mi sembra una cosa da piciu, da cretini. Sembrava così intelligente, invece era cretino”. Pasquale, quello delle marche per la pensione, è uno dei più anziani con i suoi 56 anni, e anche lui, come Sisi, è un ex della Fiat. ”Vuoi mettere Mirafiori con questo capannone? E gli anni Settanta con il nuovo millennio? La rivoluzione nelle fabbriche l’ho sognata anch’io, ammetto. Adesso, se Vincenzo mi avesse chiesto, gli avrei detto spiacente, ho mio figlio piccolo che mi fa una testa così che vuole la Playstation, di tempo per la lotta armata non me ne rimane”. Eccoli, gli operai. I colleghi che Sisi e il suo amico Alfredo Davanzo, entrambi reduci degli anni brutti alla Fiat, sognavano di sollevare. Le masse, le lotte di classe e i testi gramsciani sono spariti anche dal gergo. Si vola molto più basso, e per fortuna si fanno dei distinguo belli grossi. Mentre sale sulla sua auto dopo aver finito le otto ore cominciate all’alba, la comunista Marina dice che se avesse saputo, non avrebbe avuto dubbi: ”Dalla polizia, di corsa. A me spiace averlo perso, perché era bravo. Ma ho sentito il telegiornale, e quel che stava facendo non è bello per niente”. In due ore davanti ai cancelli, non c’è mai la solidarietà, ma neppure la presunzione di innocenza. L’unica voce fuori dal coro, ma appena appena, è anche fuori dalla fabbrica. Lucia Saglia, consigliere comunale di Rifondazione comunista a Borgaro, racconta di aver condiviso tanta battaglie con Sisi, la principale è stata quella per l’articolo 18, e spiega che il suo licenziamento dalla Ergom, storia di cinque anni fa, fu una ritorsione dell’azienda per la sua attività sindacale. ”Io continuo ad essere convinta che sia innocente. Non credo possibile che uno solido come lui si sia fatto abbindolare dalle illusioni della lotta armata”. Eppure la Ergom non è paradiso. un gruppo fondato nel 1972, che dal 1992 ad oggi si è internazionalizzato, cinquemila dipendenti sparsi in 25 siti nel mondo. A Borgaro, la casa madre, negli ultimi cinque anni ci sono state altrettante cause per mobbing, con i capireparto che insultavano chi chiedeva di mollare il settore dello schiumaggio, con le sue esalazioni uno dei più tossici per i polmoni. una fabbrica con le sue tensioni, dove la questione della salute sul posto di lavoro è sempre all’ordine del giorno. Sono quelli che ci vivono dentro ad essere cambiati. Dice Antonio, figlio d’arte di 25 anni, che a lui queste storie non interessano, neppure quelle che gli raccontava il padre. ”La democrazia è il fucile in spalle agli operai? Non l’ho mai sentita, però mi sembra una bella stupidata”. E il padrone? Franco Ciminelli dice che le sue preoccupazioni cominciano adesso: ”Perché Sisi era molto stimato dai suoi compagni, adesso che è stato scoperto non vorrei che scattassero meccanismi di solidarietà”. A giudicare da questo cambio turno, non dovrebbero esserci problemi. Nell’ufficio del presidente suona il telefono, e per un disguido la conversazione va in viva voce con l’interfono, è la direzione del personale. ”Com’è andata stamattina?” chiede Ciminelli. ”Niente di particolare, dottore. Il consiglio di fabbrica si è riunito a Torino in Cgil, poi sono rimasti lì a leccarsi le ferite e non si sono fatti vedere”. Il tono di voce è soddisfatto, come la risata che segue. Grazie al compagno Sisi, la lotta di classe, se c’è ancora, oggi ha fatto segnare un punto al padrone» (Marco Imarisio, ”Corriere della Sera” 14/2/2007).