Varie, 14 febbraio 2007
Tags : David Fincher
Fincher David
• Denver (Stati Uniti) 28 agosto 1962. Regista. Golden globe 2010 per The Social network, nel 2008 The curious case of Benjamin Button gli valse la nomination per Oscar e Golden Globe • «Dopo Seven, dopo l’esperienza di avere diretto Brad Pitt e Morgan Freeman alle prese con un assassino che disegnava i suoi crimini attorno ai sette peccati capitali, David Fincher era stato molto chiaro con i suoi agenti e con i suoi manager: di quel mondo oscuro non avrebbe più voluto sentirne parlare, per il resto della sua carriera. Poi [...] gli è arrivata la sceneggiatura di Zodiac, la storia di un serial killer mai identificato che si era appunto dato quel nome e che negli anni tra il ’69 e il ’70 seminò terrore e morte a San Francisco, lasciandosi dietro sette vittime accertate che, stando alle sue rivendicazioni, erano in realtà tredici. [...] Per Fincher, che in quei giorni di terrore aveva sette anni e andava a scuola sotto la scorta della polizia perché Zodiac aveva fatto sapere che “i bambini sono un bell’obiettivo”, questa è una storia molto personale che riecheggia ancora nella sua memoria. Ha accettato di dirigere, dunque, rompendo la sua promessa. E rompendo anche con il suo passato di film-maker. Con Seven e poi con The Fight Club e ’Panic Room’, Fincher si è creato la reputazione di essere un regista dallo stile visivo molto elegante e innovativo e che usa un montaggio dal ritmo molto serrato. [...]» (Lorenzo Soria, “L’Espresso” 22/3/2007) • «Mi interessano le ossessioni, le zone dark della natura umana e volevo da sempre dirigere la storia vera del “killer dello zodiaco” che sconvolse la California tra gli anni Sessanta e Settanta. Tutta la criminologia moderna ruota intorno al problema della caccia compulsiva dei serial killer e l’attrazione-repulsione della gente, che scopre la vulnerabilità della natura umana leggendo le storie di questi criminali seriali, la dice lunga sull’angoscia di poter essere una possibile preda e... un cacciatore [...]» (Giovanna Grassi, “Corriere della Sera” 14/2/2007).