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 2007  febbraio 14 Mercoledì calendario

BORTOLATO

BORTOLATO Davide Treviso 7 novembre 1970. Terrorista, leader della cellula padovana delle Nuove Brigate Rosse, fu arrestato il 12 febbraio 2007. Accusato di aver preparato il delitto del giuslavorista Pietro Ichino, nel giugno 2009 fu condannato a 15 anni, pena ridotta a 14 anni e sette mesi nel giugno 2010 • «Il centralinista della Fin. Al. di Vanzago, centodieci operai e due aspiranti terroristi alla catena di montaggio, non è l’unico a cadere dalle nuvole: ” stato un duro colpo anche per noi. Chi poteva immaginare che potessero essere qui dentro?”. Lì dentro e pure qui fuori, almeno a guardare la scritta apparsa nella notte e che i dirigenti della fabbrica hanno fatto coprire con una mano di vernice bianca prima che iniziasse il turno delle sei. Una scritta sul muro a fianco del cancello, spray rosso e frasi di rito seguite da una falce e martello più stella a cinque punte: ”Terrorista è lo stato che si frega anche la pensione, non i compagni che lottano per la rivoluzione! Davide, Ale, Max, Andrea liberi”. Davide è Bortolato, 37 anni, nome di battaglia ”Roberto”, turnista a 1400 euro al mese, faccia lunga, un filo di barbetta, bassissimo profilo le poche volte che in fabbrica prendeva la parola come delegato sindacale con tessera Cgil, nel direttivo della Fiom dal 1997. ”Uno che alle riunioni stava sempre zitto. Non l’ho sentito parlare nemmeno dopo gli omicidi di D’Antona e Biagi”, ricorda bene Leonardo Mazzotta alla testa della Fiom di Padova. ”Al massimo l’avrò sentito criticare qualche volta la legge 30 sulla flessibilità nel lavoro”. [...] Che Davide Bortolato fosse stato perquisito dai magistrati di Bologna che indagavano sull’omicidio di Marco Biagi non lo sa nessuno. Figuriamoci del kalashnikov, della tentata rapina in banca e della lotta armata prossima ventura. [...] ”Da noi Davide era tra quelli che si impegnava di più come sindacato”, giura un altro che ha condiviso la catena di montaggio [...]» (Fabio Poletti, ”La Stampa” 14/2/2007) • «Suona presto la sveglia al secondo piano di via Volturno 23/1. Un quarto d’ora dopo le cinque bisogna essere in piedi. Appena il tempo per lavarsi la faccia poi giù dalle scale, cercando di non fare rumore, perché nell’appartamento di sotto c’è la signora Sriyanikontha, arrivata dal Pakistan, che ha i bambini piccoli. Un caffè veloce al Rosy’s bar proprio di fronte a casa (a quell’ora i giornali ancora non sono arrivati) e via in macchina, dieci chilometri verso Vigonza. Alla ”Fin. Al”, lavorazione trafilati di alluminio, il turno del mattino inizia alle sei. Ma è bello entrare in fabbrica assieme ai compagni che hanno gli occhi ancora pieni di sonno. ”Ciao Davide”, ”Davide, ci vediamo in mensa?”. bello perché qui Davide non è solo un operaio e nemmeno solo un sindacalista. il vero leader della fabbrica e quando c’è l’assemblea tutti l’ascoltano in silenzio e gli danno ragione. Ha fatto il pieno di voti anche nell’ultima elezione per la Rsu, la Rappresentanza sindacale di base. ”Solo tu sei capace di strappare qualcosa ai padroni. Davide, tu sì che conosci le leggi”. Davide Bortolato, trentasei anni compiuti il 7 novembre, quando entra alla ”Fin. Al” è ”il compagno della Fiom”, quello che ha finito il liceo scientifico Curiel a pieni voti e poi è andato a lavorare perché ”non serve essere i primi della classe a scuola, bisogna esserlo in fabbrica”. Ma Davide Bortolato è un uomo che unisce molte vite. il ”compagno Davide”, e basta, quando entra al Gramigna, il ”collettivo politico autogestito” dove da più di vent’anni si sogna la rivoluzione e si organizzano cortei con passamontagna in testa e manici di piccone in mano. E nell’ultimo anno Davide Bortolato è diventato anche ”il compagno Roberto”, capo clandestino del nucleo padovano delle nuove Brigate rosse. Ha cercato di vivere queste tre vite - operaio sindacalista, compagno antagonista nel collettivo, sergente dell’esercito rosso - cercando di non farle incontrare mai. Ha dormito poco, ha macinato migliaia di chilometri, ha raccontato molte bugie. Anche alla donna che sta con lui, Manuela Musolla, che è una funzionaria dirigente della Fiom provinciale. I Nocs hanno preso Davide a casa della donna, alle cinque di lunedì. Lo hanno ammanettato, incappucciato e portato via. Solo in quel momento la signora ha scoperto che Davide, ”affettuoso, sempre gentile”, era un capo delle nuove Br. riuscita a dire soltanto: ”Sono sconvolta”. Adesso che è stato arrestato, Davide Bortolato ha perso anche il suo vero nome. Nel ”comunicato sindacale” approvato dai centodieci lavoratori della ”Fin. Al” di lui si dice soltanto che è ”un componente della Rsu coinvolto nei fatti contestati dalla magistratura di Milano” e si esprimono ovviamente ”rabbia, amarezza e sorpresa”. Eppure qui in fabbrica - era entrato quindici anni fa - Davide Bortolato ha passato le sue giornate più belle. I turni iniziano alle sei del mattino, alle due del pomeriggio e alle dieci di sera. Un altro caffè alla macchinetta, prima di timbrare il cartellino, poi il lavoro di taglio e di assemblaggio dell’alluminio per gli infissi. ”Nel pre-contratto del 2004 Davide ha organizzato settanta ore di sciopero ma è riuscito a conquistare un aumento di centoventi euro, trenta in più di quelli ottenuti da Cisl e Uil che avevano fatto l’accordo separato con il governo Berlusconi”. Sono importanti, trenta euro al mese. Con i turni, se hai più di dieci anni di anzianità, porti a casa millecentocinquanta euro. Se non fai i turni, arrivi appena a mille. Per chi inizia alle sei, alle undici c’è la pausa di mezz’ora per la mensa. Con un euro, pasta al ragù, pollo e verdure. Nel documento del Comitato politico per la ricostruzione del Partito comunista, trovato dietro l’armadio nell’appartamento di via Volturno, c’è scritto che si può entrare nel sindacato ma senza sostenerlo davvero. L’iscrizione serve solo a reclutare i militanti più frustrati o rabbiosi. Davide non obbedisce, non segue la linea. Per la Fiom si impegna davvero e i risultati delle elezioni in fabbrica, a voto segreto, lo dimostrano. ”Lui era il leader con cui parlavi di piattaforma e contratto ma anche della strage di Erba, degli operai giovani che quando finisce il turno scappano come se uscissero di galera, di questo Tfr che chissà come andrà a finire”. La fabbrica sta cambiando, ma unisce ancora. E soprattutto in mensa parli di tutto. ”Uno come Davide aveva successo perché era preparato su tutto, tranquillo e sempre pronto a darti una mano”. Anche quando diventa ”Roberto” e si incontra con ”Prof., Sberla e Tyson” che stanno reclutando l’esercito rosso, Davide Bortolato cerca di essere preparato e tranquillo. Ma non è facile diventare brigatista, si subiscono anche umiliazioni. Ci sono i ragazzi più giovani, ma anche quelli più anziani di lui. Come Claudio Latino detto Gallinella, cinquant’anni e Bruno Ghirardi, cinquantuno anni, che a Milano fanno i capi e guardano un po’ dall’alto in basso quelli che arrivano da Padova. Sono già stati clandestini, hanno assaggiato la lotta armata, hanno provato la galera. Durante un incontro con Bortolato, parlano di un attentato contro una casa di Berlusconi, discutono di cosa si debba fare contro Pietro Ichino, docente di diritto del lavoro. ”Non è che gli puoi fare nient’altro che farlo fuori”. A ”Roberto” invece si limitano a chiedere di trovare un posto dove provare le armi, e soprattutto di organizzare un furto ad un bancomat, per finanziare l’organizzazione. Dovrà fare sopralluoghi continui, prima di avere l’ok dei milanesi. Senza soldi non si fa la rivoluzione e Bortolato si dà da fare, come se organizzasse il versamento delle quote sindacali alla Fiom. ”Noi di Padova possiamo contare su un giro di una ventina di compagni che possono contribuire a livello economico. Un compagno a mille euro al mese secondo me ce la può fare… Bisogna cominciare ad essere più regolari nel pagamento delle quote. Bisogna essere più stabili… e risparmiare. Mobilito tutti: servono i sghei”. Porta millecinquecento euro ad Alfredo Davanzo, clandestino all’estero. Altri mille euro per ”finanziare il suo rientro in Italia”. Bortolato non si lamenta mai. Non è come Vincenzo Sisi, cinquantaquattro anni, che quando riceve un rimborso di mille euro è tutto felice. ”Così metto a tacere i familiari. Loro non capiscono che la rivoluzione ha un costo”. Si fa il colpo al bancomat, finalmente. Ma questi apprendisti del terrore, che si infilano in bicicletta contromano e cambiano strada decine di volte quando hanno un appuntamento, non sanno che sulla Ford Kia di Bortolato, e non solo su quella, la Digos ha messo un Gps satellitare e controlla ogni movimento. Così, quando si trovano davanti al bancomat di Albignasego e si mettono a siliconare la macchina dei soldi per farla saltare con il gas, i poliziotti fanno suonare l’allarme e mettono tutti in fuga. Per una volta, il compagno ”Roberto” perde la calma. ”Porca puttana, tutta sta fatica per fare un cazzo. Mi girano i coglioni. Adesso facciamo qualcosa di politico”. La strada verso il terrorismo è tutta in discesa. Si provano le armi nelle campagne di San Martino di Venezze. Bortolato accompagna in auto quelli che sparano e poi controlla che non arrivino ”gli sbirri”. Ma non si accorge che i poliziotti sono già lì: ”Dalle ore 17,50 alle 18 del 19 novembre 2006 si sono sentite brevi e ripetute raffiche di mitra”. Bortolato si esalta. Al ristorante cinese Song He di Milano, in una delle tante ”riunioni strategiche” fatte a portata di microfono direzionale o di microspie della polizia, dirà a compagni: ”Gli strumenti suonano bene”. Ora anche i milanesi si fidano dei padovani. Si possono decidere gli obiettivi ”strategici”, fra i tanti di cui si è discusso per mesi. Ma arriva l’ora dei reparti speciali. Porte sfondate, ”bombe” che assordano e abbagliano, pistole puntate. Alla stessa ora, tutti i nuovi soldati dell’esercito rosso si trovano buttati giù dal letto e ammanettati prima che riescano a capire cosa stia succedendo. Per comprendere perché il ”compagno della Fiom” diventi anche il ”compagno Roberto” bisogna andare nel capannone del Gramigna (’l’erba cattiva non muore mai”). Davide Bortolato entra qui quando è ancora al liceo e non si è mai allontanato. Questo è il posto dove ”il Proletariato non dimentica” e anche adesso che sono stati trovati i kalashnikov si continua a dire che ”il vero terrorismo è costruire basi di guerra”. Si fanno anche feste, ogni tanto. Per la Befana, ”Bruxemo ea vecia”, bruciamo la vecchia, che naturalmente è Romano Prodi. Un paio di cinquantenni ricordano a ragazze e ragazzi i bei tempi antichi, quando Padova voleva dire rivolta e ogni notte bruciavano i fuochi dell’Autonomia. Ma i ”miti” non sono Toni Negri e soci. Tutti invece conoscono la storia di Walter Maria Greco detto Pedro, autonomo padovano ucciso a Trieste il 9 marzo 1985 dalla polizia. ”Hanno detto che era armato ma quando è caduto a terra hanno visto che in mano aveva solo un ombrello”. Tutti conoscono Nicola Pasian, ”che ha vissuto una vita intensissima in pochi anni”. Prima autonomo, poi latitante, sempre ribelle. Morto in un incidente nel 1997. ”Guidava l’auto senza patente, non accettava nessuna regola”. qui, nel capannone con Che Guevara sulla facciata, che ”si tramanda l’amore vero, quello per la rivoluzione”. Davide Bortolato - famiglia di ceto medio, genitori separati, tre fratelli, madre segretaria di scuola media e consigliere comunale a Vigonza - rinuncia all’università per andare in fabbrica perché così avevano fatto, quasi vent’anni prima di lui, i brigatisti rossi come Roberto Ognibene. E Bortolato passa il testimone ad altri ragazzi che hanno poco più di vent’anni e come lui hanno lasciato il liceo per ”indossare la tuta da operaio”. ”Li vedi lì fuori dal centro, tengono addosso la tuta anche quando vanno a una riunione o a bere birra. La tuta è un simbolo, per qualcuno una divisa”. Sono una cinquantina, i militanti. A comandare è ”il collettivo”. La militanza è la ragione di vita. Occupazioni di case, manifestazioni a volto coperto. Vanno anche all’estero: sono andati a Praga a sfasciare un Mc Donald’s. Ragazzi di vent’anni che vivono per la politica, per il comunismo. L’amore arriva solo dopo. ”Il collettivo decide se la ragazza scelta è quella giusta. Certo, puoi sempre andartene, ma se vuoi essere del Gramigna devi sapere che l’individuo non può decidere da solo”. Tredici sfratti, a volte con le ruspe, con amministrazioni di destra e di sinistra, ”ma noi risorgiamo dalle nostre ceneri”. L’importante è trovarsi, dopo la fabbrica, a discutere del Chapas o dell’imperialismo americano e annunciare a tutti che ”la guerra non è solo in Afghanistan, in Iraq o in Libano ma è anche a casa nostra”. Davide Bortolato eredita dai ”vecchi” un testimone che scotta le mani e brucia la vita. Senza rimorsi, lo passa a chi ha vent’anni adesso. Ai fratelli Alessandro e Massimiliano Toschi (sono fra quelli che hanno lasciato la scuola) che ora come tutti gli altri si trovano accusati di ”partecipazione a banda armata con finalità terroristiche e di eversione dell’ordine democratico”. Testimone passato anche ad Amarilli Caprio, studentessa poi operaia che a ventisette anni viene mandata all’università statale di Milano ma solo per cercare ”nuove reclute”. Con lei il fidanzato Alfredo Mazzamauro. Per loro, davanti ai milanesi, garantisce Davide Bortolato. ”Sono fra i più fervidi militanti del Gramigna”. [...]» (Jenner Meletti, ”la Repubblica” 18/2/2007).