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 2007  febbraio 14 Mercoledì calendario

GIOVANNI DE LUNA

Non ci si riesce. Quale che sia l’approccio che si sceglie, diventa sempre più difficile imprigionare gli anni Settanta in una definizione univoca e consolidata. Maledetto o rimpianto, quel decennio si offre alla comprensione dello storico in un groviglio di contraddizioni difficilmente riassumibili nella lettura «a una dimensione», esasperatamente politica, che affiora dalle memorie dei protagonisti che cominciano ad affollare il mercato editoriale.
Da questo punto di vista l’ultimo libro di Mimmo Franzinelli (Rock Music 2. Gli anni 70 in 250 lp, in uscita da Mondadori) percorre sentieri inediti, seguendo la traccia di una interpretazione meno scontata e carica di suggestioni. Franzinelli è uno storico affermato; questa volta però veste i panni di una sorta di d. j. affrontando un viaggio dentro la produzione musicale degli Anni Settanta che, sulla scia di un suo precedente volume dedicato agli Anni Sessanta (Rock Music), del quale qui ripropone i criteri di scelta, seleziona e scheda i 250 lp che hanno più significativamente segnato lo spirito di quel decennio.
Imagine, di John Lennon, è del 1971; The Wall, dei Pink Floyd, è del 1979. Due album che letteralmente hanno fatto la storia; la canzone di John Lennon è stata espulsa dalle radio statunitensi dopo l’attacco terroristico dell’11 settembre 2001 e, nella primavera del 2003, fu intonata da un milione di pacifisti a Londra, in una manifestazione contro la guerra in Iraq. The Wall fu riproposto in uno straordinario concerto a Berlino, il 21 luglio 1990, a Postdamer Platz, in una memorabile performance live che ebbe come protagonista Roger Waters, ormai ex leader della band.
In mezzo a questi due colossi un intero decennio, tanta, tanta musica italiana e, soprattutto, un’Italia che non ti aspetti. Certo, c’è un nocciolo duro di canzoni militanti che allora costituirono la colonna sonora del conflitto sociale e che ci restituiscono per intera quella stagione di straripante mobilitazione politica: gli accenti anarchici della Locomotiva di Guccini (1972), ma soprattutto Un biglietto del tram degli Stormy Six (1975), Arbeit Macht Frei degli Area (1973), Ho visto anche degli zingari felici di Claudio Lolli (1976).
Gli Stormy Six facevano riferimento al Movimento Studentesco della Statale, cantarono Stalingrado per celebrare la strenua resistenza contro il nazismo e misero in musica gli scioperi milanesi del 1943 (La fabbrica); gli Area proposero testi politicamente impegnati su temi dirompenti come la questione palestinese, Luglio, agosto, settembre (nero). La musica si accampò allora definitivamente al centro dell’universo giovanile e ne intercettò gli umori, ne accese le mode, ne influenzò i comportamenti, ne scatenò le passioni: una grandinata di lattine cacciò dal palco Alan Sorrenti; un grottesco processo mise sotto accusa Francesco De Gregori (Rimmel, 1975), al Palalido di Milano, rimproverandogli il successo come una colpa e forse anche la «mitezza» dei versi di Buona notte fiorellino.
Ma ci fu spazio anche per la militanza soft, velata di ironia, di Edoardo Bennato (I buoni e i cattivi, 1974) e anche per un’esplicita, precoce scelta di disimpegno come quella di Claudio Rocchi che già nel 1971 (Volo magico n. 1) proponeva a chi era stato deluso dalla politica un punto di riferimento individuato nella profondità del canone buddista e nel mondo del misticismo orientale. Pure, in quelli che sembravano i «tempi del ferro e del fuoco», affiorarono le aperture su un mondo esotico e affascinante che segnavano la Samarcanda di Roberto Vecchioni (1977) e la poesia dolcissima di un Lucio Dalla che accompagnò i testi di Roberto Roversi con una musica che entrava nello spirito dei versi, restituendo all’ascoltatore il senso di storie amare e disperate. Senza dimenticare le atmosfere romantiche evocate dal rock classicheggiante, mescolato a melodie mediterranee, della Premiata Forneria Marconi (Storia di un minuto, 1972)
Toccò poi a Gianfranco Manfredi (Zombie di tutto il mondo unitevi, 1977), interpretare la fine di quella stagione, leggendo malinconicamente nella degenerazione dei raduni musicali (Un tranquillo festival pop di paura), nei carnai caotici dei concerti al Parco Lambro e al Lido di Ostia, il tramonto di un’epoca: « l’ultimo spettacolo / non solo della festa / la mia generazione che svuota la sua testa / vuole vederne i pezzi / e non li vuole vedere / vuole leggersi nel corpo, ma anche sul giornale».