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 2007  febbraio 14 Mercoledì calendario

GIUSEPPE ZACCARIA

INVIATO A CAPODISTRIA
A ben vedere tutta la differenza di percezione sta nella distanza fra «esule dall’Istria» e «isbeglice iz Istre» che poi significano la stessa cosa. Solo che per noi gli esuli furono quelli costretti a fuggire oppure infoibati dopo il 1943, mentre per i croati sono le persone che gli italiani obbligarono a fuggire oppure internarono negli anni precedenti.
Adesso questa distanza torna di colpo ad allargarsi come accade per tutti i problemi troppo a lungo rimossi. Stipe Mesic non rinfocola la polemica ma neppure arretra. Come al solito a Capodistria (Koper per i locali) qualche giovanotto dell «Hdz» ha scritto sui bianchi muri veneziani "italiani di merda" e altri hanno cancellato le dizioni italiane dei cartelli stradali. Però perfino il portiere d’albergo che per anni ha visto comparire lo scrivente oggi appare meno cordiale del solito e a un certo punto quasi parlando a un amico, chiede: «Ma insomma, cos’è che volete ancora?».
Eccoci subito al punto: cosa vogliano dai croati e cosa la Croazia vuole da noi? Parliamo d’Europa e sembra di ritrovarsi in una sequenza di «No man’s land», quel meraviglioso film di Tanovic in cui il serbo-bosniaco e il bosniaco-musulmano prigionieri della medesima trincea passano il tempo a dire «avete cominciato voi», «no siete stati voi a cominciare».
In attesa di stabilire chi abbia cominciato, le agenzie registrano dichiarazioni distensive del portavoce del governo che ribadisce la volontà croata a rispettare il trattato di Osimo e «pagare la parte di debito lasciato in eredità dalla dissoluzione della Jugoslavia». Qui si parla di appoggio o meno alle trattative per l’ingresso croato in Europa, di trattati sulle aree di pesca, risarcimenti attesi da decenni ma anche di sensibilità più profonde che scattano alla minima occasione. Chi per primo cederà sul versante storico dovrà cedere sul resto.
Intanto il fossato che si è riaperto segna fra Italia e Croazia una distanza molto più ampia di una linea di frontiera larga un metro e una Slovenia. «Dopo la fine del governo Berlusconi- dice Franco Dota, storico e autore di saggi sull’occupazione italiana durante la seconda guerra mondiale - molti di noi si aspettavano un atteggiamento diverso da parte italiana mentre invece le parole del presidente Napolitano hanno creato forte disappunto».
Un osservatore superficiale potrebbe soffermarsi sulla scritta scolorita che nel pieno centro di Zagabria si distigue ancora non lontano dalla statua del Ban Jelacic e continua a ripetere «italjani stare varalitze», ovvero vecchie mignotte, però si tratta appunto di un messaggio stinto e anche quella scritta, quella polemica, risalgono a quando la Croazia voleva essere indipendente e l’ Msi dell’epoca mandava strani ambasciatori che con i serbi di improbabili repubblichette trattavano impossibili restituzioni della Dalmazia.
«Da voi - continua Dota - nessuno ha mai esaminato la storia dei campi di concentramento italiani di Gonars, dell’isola di Molat o di quella di Rab, che non erro in italiano di chiama Arba. Per i croati la vicenda delle foibe rimane una reazione, certo deprecabile, a violenze subìte per anni da decine di migliaia di persone in Slovenia e Croazia».
L’incidente per ora resta limitato a uno scambio di dichiarazioni fra presidenti. Mesic, vecchio navigatore, prima esponente della Jugoslavia comunista, poi oppositore incarcerato, dunque presidente della Federazione e poi ancora nazionalista con Franjo Tudjman e socialista di fronte a un governo di centro destra, in vista delle elezioni fa il padre della Patria e interpreta sentimenti diffusi. Il governo di Ivo Sanader, molto più preoccupato per le difficili trattative d’ingresso in Europa, tenta invece di stemperare le polemiche pur evitando di criticare le parole del presidente, come invece fanno alcuni giornali del mattino.
Insomma la diatriba sarebbe nata essenzialmente da una questione di speranze frustrate, e come tale dovrebbe concludersi. Resta però il fatto che una distanza storica non si è mai colmata, anche una commissione mista che avrebbe dovuto cercare di stabilire «chi ha cominciato per primo» ha smesso subito di riunirsi per mancanza di fondi. Le differenze parrebbero minime eppure restano incommensurabili e di questa separazione la lingua è specchio fedele. Provate per esempio a considerare l’opposizione fra slavo e «jabar», «Krajna» e Carnia, curva e «kurva», distanze lessicali che a esplorarle hanno del grottesco.
«Slavo» è il termine con cui la nostra ignoranza raggruppa una quindicina di popoli differenti, mentre «jabar» è il modo in cui l’ignoranza di Oriente definisce noi: significa mangiatori di rane. La stessa incolmabile vicinanza si esprime in scarti lessicali che tramutano in baratri le piccole differenze, com’è quella fra «Krajna», ovvero landa di confine, e «Carnia», bastione montano di una friulanità di confine che si ostina a ritenersi pura. La questione di curva e kurva invece appartiene da sempre al novero dei giochi da osteria: ciò che per noi è semplice percorso stradale dall’altra parte del confine indica il mestiere più antico del mondo, che ove esercitato sulla strada si svolge ai bordi della «put». Qualche genio malefico deve’essersi divertito a mischiare le carte,e chissà se ha cominciato prima sul versante italiano o su quello dei croati.