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 2007  febbraio 14 Mercoledì calendario

Guglielmo Epifani e Carol Beebe Tarantelli sono stati intervistati a proposito delle Brigate Rosse, appena arrestate in Piemonte, in Lombardia e nel Veneto

Guglielmo Epifani e Carol Beebe Tarantelli sono stati intervistati a proposito delle Brigate Rosse, appena arrestate in Piemonte, in Lombardia e nel Veneto. Come accade sempre in questi casi, hanno risposto: «follia», «delirio collettivo». Mi dispiace. Guglielmo Epifani e Carol Tarantelli hanno torto. Non si tratta affatto di follia o di delirio collettivo: ma di qualcosa di molto più grave; ripetizione, sclerosi mentale, parole ricevute. Noi abbiamo dei giudizi completamente errati sugli italiani di oggi. Li giudichiamo mobili, capricciosi, cangianti, pieni di fantasia, bugiardi, divertenti, come li immaginavano i francesi trent´anni fa, quando esaltavano les italiens. E´ un giudizio falso: almeno per la maggior parte di noi. Il cosiddetto sessantotto è stato inventato in Francia e in Germania: ha prodotto scemenze, qualche trovata spiritosa, barricate, insulti ai borghesi e ai poliziotti, alcuni delitti (in Germania). Poi il sessantotto è stato dimenticato; e gli scrittori francesi che allora esaltavano Mao e Khomeini ora leggono con lo stesso entusiasmo Agostino, Pascal, i taoisti, i buddhisti, i gesuiti, e guardano Monet e Bonnard. Secondo quanto si crede, francesi e tedeschi dovrebbero essere popoli rigidi: in realtà hanno cambiato e cambiano opinioni, idee, fantasie. Persino i cinesi, che venerano Confucio da venticinque secoli, si sono trasformati in pochi anni. Gli italiani di oggi amano in primo luogo la materna ripetizione, la funebre sclerosi, la sinistra parola ricevuta. Le parole che ascolto dagli sciocchi di sinistra del 2007 sono quasi le stesse che ascoltavo nel 1948, cinquantanove anni fa: sono le stesse blaterate nei cortei degli anni sessanta e nei cosiddetti scritti teorici delle antiche Brigate Rosse. C´è stata soltanto qualche piccola variante di stile e di psicologia. Un uomo cambia molte volte nella propria vita: così ha fatto, per esempio, Pietro Ichino, che osserva e capisce le cose che mutano. Possibile che il linguaggio di un terrorista italiano non cambi mai? Che la loro mente persino quella di un giovane sia completamente pietrificata? Che restino incessantemente eguali a sé stessi, mentre le immodificabili stagioni si allungano, si scaldano, si raffreddano, si intiepidiscono, si adombrano, esplodono? Non parlo soltanto di problemi politici. La malattia dei terroristi è la stessa che, da venti o trent´anni, contamina l´intera vita pubblica e privata italiana: industriali, politici, scrittori, giornalisti, avvocati, economisti, sindacalisti, professori. Oggi l´Italia è diventata un tediosissimo paese di burocrati: mentre dalla metà degli anni cinquanta alla metà degli anni sessanta era un paese vivace e divertente. Ignoro la causa di questo disastro. Si sente dappertutto un profumo di morte: soprattutto nelle parole, che non hanno più nessun rapporto con le cose, ma sono ogni giorno più cifrate, convenzionali, astratte, incomprensibili, insignificanti. Forse c´è solo un rimedio: che la scuola insegni ai ragazzi a parlare (e dunque a pensare) chiaramente, lucidamente, rapidamente. Ma l´Università è il cuore della sclerosi italiana. Temo che non ci sia nessuna speranza. Temo che morirò con le orecchie piene delle parole che ho ascoltato per tutta la vita.