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 2007  febbraio 14 Mercoledì calendario

L’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe era un cinico, un sempliciotto oppure una specie di eroe? Il dubbio sorge scorrendo lettere, biglietti, appunti che durante tutta la sua lunga vita, conclusa a 86 anni nel 1916, continuò a scrivere a sottoposti e parenti, genitori e figli, amiche e uomini di governo, soldati e baronesse, in quello stile inimitabile che si potrebbe definire soltanto "alla Francesco Giuseppe"

L’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe era un cinico, un sempliciotto oppure una specie di eroe? Il dubbio sorge scorrendo lettere, biglietti, appunti che durante tutta la sua lunga vita, conclusa a 86 anni nel 1916, continuò a scrivere a sottoposti e parenti, genitori e figli, amiche e uomini di governo, soldati e baronesse, in quello stile inimitabile che si potrebbe definire soltanto "alla Francesco Giuseppe". Migliaia di questi bigliettini, con i quali l’imperatore si appuntava anche gli eventi più insignificanti della giornata, erano rimasti a dormire negli archivi imperiali. Troppo personali per essere giudicati di autentico interesse storico, e troppo ghiotti perché venissero concessi ai cacciatori di pettegolezzi coronati; eppure, sufficienti da soli a fotografare un’epoca. Proprio a causa della sua eccessiva memoria, accompagnata da pochissima fantasia, o anche per il fatto che – come aveva annotato suo nonno Francesco – «sembravano scritti sotto dettatura», già da bambino il Kaiser possedeva il singolare potere di ricreare su carta ministeriale tutta Vienna: «un carosello di babbuini, cavalli, colonnelli, generali, governanti, torte, giocolieri, cavalieri». Ogni cosa annotata e ordinata fino al giorno in cui, come un turbine affascinante, fece irruzione nella sua vita l’imperatrice Sissi (così soprannominata nella versione italiana, Sisi in quella originale). Il grande amore che rappresentava l’opposto del suo carattere, il sud del suo nord, il polo negativo della sua lineare positività, l’attrazione fatale dalla quale non riuscirà mai del tutto a riaversi, sarà per sempre incarnato da una "fuggitiva", desiderosa di frapporre la maggior distanza possibile fra sé e il marito. Di qui la loro fittissima corrispondenza, proseguita anche nei momenti bui delle rispettive esistenze, e destinata a esorcizzare la lontananza. Ma che avrà comunque il potere di trasformare l’uomo senza qualità Francesco Giuseppe (salvo il sangue reale) in essere strano ed enigmatico: quello che oggi viene alla luce infatti è una via di mezzo fra il protagonista di una telenovela e un Cyrano de Bergerac schiacciato dal peso del governo e della corona. Basti leggere la chiusa della sua lettera inviata a Sisi nel giugno del 1859, all’indomani di quella battaglia di Solferino risoltasi in un massacro: «Mia unica consolazione e raggio di luce, ora a te, puoi immaginare quale sia la mia gioia... Ora devo chiudere per andare a dormire. Adieu mio angelo, ad un presto arrivederci». Naturale, certo, che non volesse impressionare la moglie con particolari troppo crudi sulla guerra; singolare, a dir poco, il suo modo di «non manifestare» i sentimenti profondi, e il ricorso a una terminologia che oggi definiremmo da romanzo rosa. Il merito di aver riportato alla luce un Francesco Giuseppe finora ignoto è di una studiosa, Romana De Carli Szabados, che ha avuto accesso ai documenti segreti conservati negli archivi della Casa d’Austria, e in particolare a quelle lettere da cui emerge il profilo inedito dell’imperatore innamorato. Senza concedersi malignità, anzi manifestando una certa pietas verso il protagonista di quelle pagine, accentuata dalla costante metafora musicale che le scandisce (si passa dal "maestoso" dedicato al sovrano soldato alla "sinfonia" per Sisi alla "appassionata" per l’idillio imperiale fino al "walzer lento" del carteggio e al "notturno" che accompagna la fine dell’impero), l’autrice ci presenta il Francesco Giuseppe che già conoscevamo, eppure diverso. E’ lui, certo, nell’icona che lo ha reso inconfondibile attraverso il tempo: il sigaro Virginia, l’inseparabile e chiacchierata amica Katharina Schratt, la barba spartida, il boccale da birra Pilsen e il Bretzel (un panino secco con il kümmel che vi si accompagna), lo strudel di mele e la convinzione d’essere in simultanea sovrano per grazia di Dio e re borghese per amore del popolo. Non è lui, invece, quando incomincia a firmarsi «il tuo Piccolo» oppure «Männchen», il tuo ometto, nelle lettere imploranti alla sua sempre più distante ed eterea Sisi. Comunque le si interpretino, esse costituiscono il cuore di un epistolario dedicato agli appassionati italiani di mitologia, aneddotica, iconografia asburgiche. Già, ma com’era insomma questo stile inconfondibile "alla Francesco Giuseppe"? Dà il meglio di sè nelle lettere a Sisi, durante la seconda guerra italiana d’indipendenza che culminerà con l’armistizio di Villafranca. Così conclude, con una rimozione che sfiora quasi la scissione di personalità, il messaggio inviatole il 9 giugno 1859: «Che cosa mangia dunque nostro figlio da che Marianka è via? Io penso moltissimo a te e ai bambini. Viviamo tempi gravissimi, ed io devo ora pensare alla ricostituzione dell’armata che si ritira. Adieu!». Quattro giorni più tardi, mentre tuonano i cannoni, l’imperatore si decide a parlare chiaro alla moglie, non però nel senso che ci si aspetterebbe: «Ora arriviamo al punto dolente: ho riflettuto per quanto riguarda le tue passeggiate a cavallo. Sola con Holmes non ti posso lasciare... perché non sta bene, io non so con chi potresti farlo». Dove traspare non tanto la gelosia, quanto il presagio della malattia nervosa di Sissi, quel suo sfibrarsi nell’attività fisica accompagnato dai digiuni che sarebbero sfociati nell’anoressia. E mentre proseguono i combattimenti, lui le dichiara d’essere «di ottimo umore» e trova il tempo per le annotazioni turistiche: «Il tragitto in prossimità del lago di Garda, che era completamente blu per il tempo splendido, fu esaltante». E alla vigilia del fatale armistizio di Villafranca che avrebbe tolto la Lombardia all’impero per congiungerla al regno del Piemonte, quali riflessioni sottoponeva il comandante in capo delle forze asburgiche alla consorte? Eccole: «Che tu salti la barriera non mi rallegra affatto, questa angoscia avresti potuto davvero risparmiarmela! Anche la tua paura che noi veniamo tagliati fuori a Verona è infondata. Ma io ti scongiuro risparmiati, non andare a cavallo così a lungo... tu ti stanchi troppo altrimenti e mi diventi troppo magra. Quando ritornerò dovremo almeno per i primi tempi abitare in città». E continua così, alternando brevi cenni su tragedie e massacri bellici a invocazioni da marito premuroso e un po’ querulo: «Il tuo vino è giunto; che tu istituisca un ospedale a Laxenburg è stupendo... il mio più profondo grazie per le due cose. Tu sei il mio buon angelo... 17.000 sono i morti per la battaglia di Solferino... nella speranza di poterti stringere prestissimo tra le mie braccia ti bacio Franz». E nemmeno in piena trattativa diplomatica sul futuro delle frontiere italiane dell’Austria- Ungheria può trattenersi dal rimproverarla: «L’assurda vita che hai preso la consuetudine di condurre, e che non può che rovinare la tua preziosa salute, mi riduce alla disperazione. Ti scongiuro, cessa subito questa vita; dormi la notte, che è di natura fatta per dormire e non per leggere e scrivere». Naturalmente i due poli psicologici della coppia imperiale, l’uno solare e l’altro notturno, erano destinati a non incontrarsi. Oggi, a leggerli, i rimproveri zuccherosi di lui, anziché banali, suonano carichi di pathos, una testimonianza dello sforzo che compieva per cercare di arginare il caos che minacciava di travolgere, oltre al suo matrimonio, tutto l’impero. La chiusa ideale di questo carteggio è affidata a due messaggi. Il primo, datato 10 settembre 1898, si apre con un tenero «Mia dolce e amata anima», ma non potrà mai essere recapitato a Sisi perché quello stesso giorno lei verrà assassinata da un anarchico a Ginevra. Il secondo, posteriore di poche ore, e pronunciato davanti al messaggero di morte, verrà trascritto molti anni più tardi: «Non mi è stato risparmiato nulla in questo mondo». A sinistra, la cartolina celebrativa per i venticinque anni di regno di Francesco Giuseppe e Sissi (1854-1879).