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 2007  febbraio 14 Mercoledì calendario

Qualche dubbio sui «giorni della memoria» Tra non molto il calendario avrà una sola grande «giornata del ricordo»

Qualche dubbio sui «giorni della memoria» Tra non molto il calendario avrà una sola grande «giornata del ricordo». Dobbiamo commemorare l’11 settembre, il 7 luglio inglese, l’11 marzo spagnolo, le foibe, i partigiani, gli eccidi, l’olocausto, gli armeni. Mancano ancora gli indios sudamericani, sterminati dagli spagnoli, i pellerossa, gli aborigeni, i gulag, i cambogiani, le vittime di Mao. Ormai tutto appartiene al passato, è diventata una festa tutto l’anno tra ricordi, commemorazioni, feste religiose e feste locali. Non se ne può più. Vogliamo ricordare anche i massacri degli antichi romani? Più si cerca di educare e persuadere con la politica della memoria, più si ottiene il contrario. Occorrerebbe far capire a chi organizza queste commemorazioni che il mondo è andato avanti. Magari ci saranno altri massacri, ma per ragioni future, non per ragioni passate. Giorgio Ferraresi Livorno Caro Ferraresi, le giornate della memoria, inizialmente dedicate al genocidio ebraico, sono un fenomeno europeo. Quando il parlamento italiano cominciò a discuterne, qualche anno fa, io pensai, come Lucio Colletti, che non fosse una buona idea. Le organizzazioni che rappresentano le vittime e i loro discendenti obbediscono alle leggi di tutte le associazioni che rappresentano un gruppo sociale. Hanno un vertice eletto o burocratico che deve, per motivazioni ideali e personali, giustificare la propria esistenza, dare prova di dinamismo, consolidare il proprio potere e perpetuare le proprie funzioni. Pensavo che l’istituzione di una giornata della memoria per le vittime dell’Olocausto avrebbe suscitato l’invidia e le aspettative di tutti coloro che temevano di essere ignorati o dimenticati. Pensavo che si sarebbe aperta una corsa alla quale avrebbero partecipato tutte le nomenklature dei gruppi etnici, sociali o religiosi che furono vittime di ingiustizie, discriminazioni, persecuzioni nel corso di uno dei secoli più sanguinosi della storia umana. Pensavo che i partiti avrebbero aderito a questa tendenza per ragioni di convenienza elettorale, con manifestazioni formali di commozione e cordoglio che avrebbero fatto salire vertiginosamente il tasso di ipocrisia della classe politica. E temevo infine che questi continui atti di contrizione, recitati da persone che non hanno in quelle vicende alcuna responsabilità personale, avrebbero creato sentimenti di assuefazione, di indifferenza, se non addirittura di stanchezza e rigetto. Avevo inoltre l’impressione che dietro queste richieste si nascondessero spesso altre motivazioni: richieste di indennizzi (di cui avrebbe approfittato principalmente una folla di avvocati) e negoziati diplomatici per la riapertura di vecchie questioni territoriali o patrimoniali. E poiché ogni contenzioso comporta inevitabilmente vincenti e perdenti, mi chiedevo quali sarebbero state le ricadute di queste iniziative. Sarebbero servite a promuovere la riconciliazione o a suscitare nuovi risentimenti e nuovi conflitti? Le giornate della memoria dovrebbero servire a migliorare l’uomo, a esorcizzare lo spettro dell’odio etnico o razziale, a impedire nuove persecuzioni e nuovi massacri. Se avessero davvero questo potere terapeutico, ne sarei felice. Ma credo che lei abbia ragione, caro Ferraresi, quando osserva implicitamente (mi sembra questo il senso della sua lettera) che le tragedie del futuro avranno altre cause, del tutto diverse da quelle che hanno provocato le stragi del passato. I peggiori massacri (penso a quello di Srebrenica in Bosnia, nel 1995) avvengono quando un gruppo sociale o nazionale si considera minacciato e reagisce con una sorta di guerra preventiva. Il carnefice, in altre parole, crede quasi sempre di essere vittima.