Mario Sensini, Corriere della Sera 14/02/2007 Roberto Bagnli, sd, 14 febbraio 2007
«ROMA
Sorpresa: l’economia italiana è tornata a correre. E molto più veloce di quanto si aspettassero gli osservatori più ottimisti. Nel 2006 il prodotto interno lordo è aumentato del 2% a fronte dell’1,6% stimato dal governo. Un tasso di crescita che non si registrava da sette anni e che, insieme al buon andamento delle entrate e del fabbisogno nel 2006, potrebbe portare il rapporto deficit/pil ben al di sotto del 3,6% ipotizzato dall’esecutivo, alleggerendo lo sforzo necessario nel 2007 per rientrare sotto il 3% di Maastricht. Tanto che Romano Prodi, pur mantenendo molta prudenza «perché dobbiamo dimostrare che siamo un paese serio», non esclude che se il buon andamento dell’economia si consolidasse, si possa arrivare ad una prima riduzione delle tasse già con la nuova Finanziaria.
Determinante per il risultato ancora preliminare diffuso ieri dall’Istat è stata la performance nell’ultimo trimestre dell’anno. Dal più 0,3% del terzo trimestre, l’accelerazione del pil è stata fortissima: più 1,1% nel periodo settembre- dicembre, nel pieno della discussione di una Finanziaria molto rigorosa. Alla quale, oggi, il governo attribuisce gran parte del merito del risultato» (Mario Sensini).
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MILANO – E’ stato il settore più colpito dalla crisi e dalla concorrenza cinese, tanto da essere considerato da molti ormai «perso»: un comparto sul quale non si doveva scommettere più. Ed è anche per questo che gli imprenditori del tessile-abbigliamento ora rivendicano orgogliosi le proprie capacità. Il sistema moda italiano ha ripreso a marciare. Lo dicono i dati diffusi ieri da Paolo Zegna, presidente di Smi-Ati, l’organizzazione confindustriale del settore, in occasione dell’inaugurazione di Milanounica, il salone del tessile italiano che si è aperto a Milano: dopo cinque anni di discesa, il fatturato del tessile ha ripreso a crescere, +1,4% nel 2006; e gli italiani sono stati gli unici, tra i 10 maggiori esportatori mondiali, ad aver mantenuto mediamente in crescita le propri vendite estere.
Grazie, soprattutto, alla Cina, che oggi è il terzo mercato di sbocco per le imprese italiane, ma nel 2010 diventerà il primo secondo le proiezioni di Smi-Ati. Se oggi la situazione è tornata positiva, però – così ha voluto sottolineare Zegna – lo si deve «esclusivamente all’iniziativa imprenditoriale, che ha saputo affrontare la nuova fase di globalizzazione spingendo la propria attività verso produzioni più qualificate e concentrate nell’alta gamma».
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L’industriale del Nord-Est: ora serve un sistema bancario più forte all’estero
DAL NOSTRO INVIATO
MUMBAI - «Il protagonista della ripresa economica è l’impresa, magari i governi potessero incidere senza nulla togliere agli effetti positivi del cuneo fiscale». Mario Carraro, 76 anni, presidente e fondatore di un gruppo che fabbrica trattori con 2.800 dipendenti e un fatturato da 650 milioni di euro, è abituato a dire le cose come stanno. Nella hall dell’Hotel Taj Mahal di Mumbai, Carraro riflette sull’inaspettato sprint del nostro Pil, e su questa missione in India per recuperare il tempo perduto, come ha detto il premier Romano Prodi.
E’ giusto questo dispiego di forze da parte dei governo, Confindustria, Abi e Ice?
«Sì è giusto venire in India e tentare di sfondare in una terra così promettente, ma il problema per noi imprenditori è la totale assenza del sistema bancario italiano. Qualcosa ne so, visto la grande fatica che ha fatto nel 1998, dopo una missione in India proprio con il primo governo Prodi, per installare a 150 chilometri da Mumbai una fabbrica di trasmissioni e ingranaggi per trattori che oggi ha 400 dipendenti di cui 40 ingegneri».
Perché tutta questa fatica?
«L’India dieci anni fa era un mercato molto complesso e l’assenza di istituti di credito italiani ha reso la mia avventura ancora più difficile. E così è finita che mi sono dovuto rivolgere alla Abn Ambro. Ma anche adesso le cose non mi sembra siano migliorate. Ho fatto il viaggio in aereo con un manager di una delle più importanti banche italiane e mi ha confessato che in India hanno 5 dipendenti e un autista. Credo che così tanto lontano non si vada».
Lei però ce l’ha fatta...
«La spinta principale, infatti, deve venire da noi industriali che dobbiamo sforzarci di avere un passo in più. Montezemolo ha capito questa realtà e ha affidato a un personaggio di forte spessore come l’ambasciatore Vincenzo Petrone la responsabilità dell’area internazionale. Ma, ripeto, la spinta deve venire da noi. Sono gli imprenditori che devono portarsi in casa manager che conoscono i mercati emergenti».
Servono secondo lei queste missioni? Tutti questi B2B? «Sicuramente non è tempo perso, magari qualche affare viene fuori e i contatti servono sempre. Però, per le piccole imprese la strada è troppo in salita: per loro è meglio mettersi al traino delle grandi aziende come la Fiat, l’Eni, la Finmeccanica che fanno da battistrada. Detto questo è importante essere qui perché l’India è un Paese giovane. Lo sa che solo il 4% della popolazione ha oltre 65 anni mentre in Europa siamo al 20%?».
Però c’è l’Ice, l’Istituto del commercio con l’estero... «Non vorrei emettere un giudizio troppo tranchant
ma secondo me non serve a molto, soprattutto l’Ice dovrebbe essere integrato con le ambasciate che, invece, fanno un servizio utilissimo».
Lo sa che l’Ice ha rapporti fortissimi con Confindustria, la quale nomina la maggior parte dei consiglieri?
«Mantengo il mio giudizio. Ricordo che anni fa, presidente di Confindustria era Luigi Abete e io ero in giunta, proposi la cancellazione dell’Ice. D’altra parte, in tutte le mie avventure all’estero, non ho mai trattato con gli uomini dell’Ice. Mi sono sempre arrangiato da solo o, eventualmente, mi sono rivolto alle ambasciate».
Non è un giudizio troppo duro?
«L’Ice va benissimo per organizzare qualche convegno ma se occorre veramente un contatto con il governo locale, con i ministri competenti, devi rivolgerti alle ambasciate. Questa è la verità. Così come vanno benissimo le missioni di Prodi all’estero, ma poi occorre che ci sia una struttura stabile sul territorio, che faccia sistema».
Lei continuerà a investire in India?
«E’ una scelta obbligata. Questo è il mercato del futuro. Nel 1998 sono entrato con un partner- sponsor locale al 51%. L’anno scorso finalmente sono riuscito a rilevare il 100% e ora ho le mani libere per fare molto di più» (Roberto Bagnoli)