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 2007  febbraio 13 Martedì calendario

VINCENZO TESSANDORI

Questi gruppi che si richiamano alle Brigate rosse, dice, sono «un’altra cosa, un fenomeno diverso». Da Padova, da un osservatorio per molti versi privilegiato, il sociologo Sabino Acquaviva ha le idee più chiare. «Questi gruppi non sono socialmente pericolosi. Lo sono per chi, purtroppo, ci finisce di mezzo: D’Antona, Biagi. Un attentato ogni due anni, o un progetto di attentato, non equivalgono a quanto accadeva al tempo delle Br. In un certo senso, questi sono gruppi elitari, non un fenomeno di massa». Da un punto di vista politico? «Le origini sono riconducibili al dopoguerra e passano attraverso la convinzione della sinistra di essersi, allora, guadagnata un ruolo poi negato, la crisi della Chiesa, l’autonomia extraparlamentare, fino alle Brigate rosse. Le quali erano radicate nel sociale, contavano sull’appoggio di giornali e un consistente numero di persone di spiccata levatura intellettuale, in più possedevano una notevole capacità di fuoco. Oggi il discorso è diverso, la spinta rivoluzionaria marx-leninista è finita, il terrorismo di massa estinto. Questi gruppi sono espressione di una cultura che, allora, in un certo senso, era viva, ma oggi è defunta. Ed è un po’ quello che è accaduto per la destra estrema che si ispirava alla repubblica di Salò e viveva di mille nostalgie. Per fortuna, non possiamo dire tornano le Br: torna il nome delle Br. Ma fra gli anni ottanta e oggi c’è un abisso».
Per la manifestazione di Vicenza c’è il rischio che qualcuno di costoro possa trovarsi lì? «La protesta ha origini socio-politiche assolutamente diverse. Certo, qualcuno può infiltrarsi, perché gli serve, potrebbe servire al ”marchio”».
La paura dei fascisti

Figlie del vento del Sessantotto? Della paura di una presa di potere dei fascisti, piuttosto. Era l’ossessione, soprattutto dopo la bomba in piazza Fontana, a Milano, 12 dicembre 1969. L’editore Giangiacomo Feltrinelli vagheggiava una Cuba in pieno Mediterraneo, studenti e operai la rivoluzione, all’università di Trento, alla casa del popolo di Reggio Emilia, nelle fabbriche a Milano. Nacque il Comitato politico metropolitano, poi Sinistra proletaria. I nomi non dicevano molto: Renato Curcio, Margherita Cagol, Alberto Franceschini, Fabrizio Pelli, Giorgio Semeria. Quando fu decisa la clandestinità, nacquero le Brigate rosse. Si entrava negli Anni Settanta, presto li avrebbero chiamati «di piombo». Già si viveva il prologo di una tragedia collettiva. In principio, comizi volanti di fronte alle fabbriche, soprattutto a Milano, auto di capireparto incendiate.
I primi sequestri, seguiti da «processi proletari» conclusi con «condanna» e liberazione. Idalgo Maccharini, dirigente della Sit Siemens, lo presero il 3 marzo 1972. Ma l’obiettivo privilegiato era Torino, con la sua grande fabbrica, la Fiat, e alle 9,30 del 12 febbraio 1973 rapirono Bruno Labate, della Cisnal, cinque ore più tardi rilasciato incatenato a un palo della segnaletica, di fronte al cancello 1 di Mirafiori,. Poi, a Milano, il 28 giugno, Michele Mincuzzi, dirigente dell’Alfa Romeo. Fra il 10 e il 18 dicembre, ancora a Torino, tocca a Ettore Amerio, capo del personale Fiat Auto, rapito il 10 dicembre viene rilasciato il 18. Il tempo par bruciarsi più in fretta. Il sostituto procuratore Mario Sossi rapito per strada a Genova il 18 aprile ”74 rimarrà ostaggio 35 giorni e sarà rilasciato senza contropartita. Le bierre sostengono di aver «attaccato il cuore dello Stato». Ormai è chiaro che i futuri capitoli saranno tremendi. E il 17 giugno, a Padova, nella sede del movimento sociale, vengono uccisi a pistolettate Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci. «Un incidente», racconteranno le Br.
La cattura di Curcio

La violenza è ormai una slavina che nessuno riesce a fermare. L’idea, sbagliata, che il problema sia risolto la danno, l’8 settembre a Pinerolo, la cattura di Curcio e Franceschini, e il 14 ottobre la scoperta di una grande base a Robbiano della Mediglia. Ma c’è ancora sangue: sotto i colpi di un brigatista cade Felice Maritano, maresciallo dei carabinieri, medaglia d’argento della Resistenza. Curcio viene liberato dal carcere di Casale Monferrato il 18 febbraio da un commando guidato dalla moglie, Margherita Cagol. A Milano feriscono alle gambe l’esponente dc Massimo De Carolis: saranno dozzine i «gambizzati». «Mara» Cagol rimane uccisa il 4 giugno in un feroce scontro in una cascina ad Arzello d’Acqui, dove le bierre avevano rinchiuso Vallarino Gancia per ottenerne riscatto. Morto anche un appuntato dei carabinieri e gravemente ferito un tenente.
A Torino il 17 maggio ”76 si apre il processo ai brigatisti del così detto nucleo storico: subito rinviato per la revoca dei difensori, riprenderà il 3 maggio ”77. E l’8 giugno ”76, a Genova, agguato mortale contro il procuratore generale Francesco Coco e i due uomini della scorta. I giorni sembrano scanditi dagli attentati. Fulvio Croce, presidente dell’Ordine degli avvocati di Torino, che ha preso carco di costituire una difesa ai Br, è ammazzato a pistolettate. E il 16 novembre, nell’androne di casa, sparano a Carlo Casalegno, vice-direttore de «La Stampa»: scriveva ciò che pensava, un peccato mortale, agli occhi dei brigatisti. Tredici giorni di agonia. «Ancora!», ha esclamato ieri la vedova, la signora Dedi, alla notizia dei nuovi arresti. Il 10 marzo ”78, a Torino, ammazzano il maresciallo Rosario Berardi, il 16, in via Fani, a Roma, trucidati i cinque della scorta di Aldo Moro, presidente della democrazia cristiana. Che viene rapito: 55 giorni di prigionia, «processo proletario», la decisione di respingere le richieste dei brigatisti, l’uccisione dell’ostaggio. Alcuni protagonisti hanno nomi conosciuti: Mario Moretti, Barbara Balzerani, Prospero Gallinari.
I morti di via Fracchia

Ancora morti, a Genova l’operaio comunista Guido Rossa, 24 gennaio 1979; quattro brigatisti sorpresi in una base in via Fracchia, il 28 marzo ”80. E non soltanto Brigate rosse, ci sono Prima linea, ci sono gli imitatori in cerca di «titoli» come gli assassini di Walter Tobagi, giornalista del «Corriere della Sera», abbattuto il 28 maggio 1980. Esecuzioni, sequestri per autofinanziamento, come quello di Ciro Cirillo, preso a Napoli il 27 aprile ”81 e rilasciato il 24 luglio, dopo pagamento del riscatto; e per vendetta, come quello di Roberto Peci, fratello di Patrizio, il «pentito», rapito e assassinato il 3 agosto ”81. Ezio Tarantelli, Lando Conti, Guido Rossa: l’elenco degli uccisi si allunga, sono 124, finora, compresi Massimo D’Antona, Marco Biagi ed Emanuele Petri, abbattuti dai nuovi, da «questi gruppi».