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 2007  febbraio 13 Martedì calendario

La cronaca, le notizie, i fatti, i personaggi arrestati e quelli che li hanno arrestati non lasciano dubbi: l’operazione contro le nuove Brigate rosse (nuove ma con radici antiche) è una cosa seria

La cronaca, le notizie, i fatti, i personaggi arrestati e quelli che li hanno arrestati non lasciano dubbi: l’operazione contro le nuove Brigate rosse (nuove ma con radici antiche) è una cosa seria. Tanto seria e grave che non può non provocare preoccupazione e allarme, visto che ci troviamo di fronte a un fenomeno - quello appunto del terrorismo brigatista - che sembra non voler morire mai. Che scompare per anni, magari dieci, ma poi ricompare. Così fu con l’omicidio di Massimo D’Antona, così per quello di Marco Biagi, così è oggi. E per fortuna che, a differenza di dieci anni fa, oggi i magistrati, la polizia e il Sisde sono arrivati prima. Prima cioè che questi personaggi mettessero in pratica ciò che stavano preparando. Un attentato contro Pietro Ichino, giuslavorista riformista e moderato come tanti suoi colleghi caduti sotto il fuoco dei terroristi (l’uccisione di Ezio Tarantelli risale ormai a 22 anni fa), una bomba contro la casa di Berlusconi, altri agguati in giro per l’Italia, omicidi, gambizzazioni, esplosioni nella sede di Libero, contro Mediaset, Sky, l’Eni. E chissà quali e quante altre cose avevano in mente i quindici brigatisti finiti ieri in carcere, loro e quelli che ancora sono liberi (speriamo per poco e speriamo siano pochi). Aspettando nuovi particolari, certamente una cosa si può dire subito: non si tratta di un fenomeno spuntato dal nulla, improvvisamente, come un fungo d’autunno. C’è una storia dietro alcuni degli arrestati che comincia parecchi anni fa, quando nelle vecchie Brigate rosse, quelle di Curcio, Moretti, Gallinari, ci fu una scissione. Nacquero le Ucc (Unità comuniste combattenti), l’ala cosiddetta movimentista. Che teorizzava e praticava una nuova strategia politica: in parte clandestini, in parte interni ai movimenti sociali e conflittuali dell’epoca. E almeno un paio dei terroristi di oggi erano già operativi allora. Dunque un filo rosso c’è, e anche robusto perché formato non solo da idee ma da persone fisiche, che lega le Br di oggi a quelle di ieri. Diversamente invece da quanto accadde con le Br che uccisero D’Antona e Biagi: lì il legame, se c’era, era solo ideologico. E infatti c’è il metodo con cui questi ultimi terroristi operavano: nell’ombra studiavano a preparavano attentati, al sole lavoravano nelle fabbriche, si facevano eleggere delegati sindacali, erano iscritti alla Cgil (7 su 15). Oppure si mischiavano agli abitanti No Tav della Val Susa, oppure si infilavano nei movimenti più radicali, magari avrebbero pure partecipato alla manifestazione di sabato prossimo a Vicenza. Da un certo punto di vista, è ovvio che sia così: è ovvio cioè che gente che teorizza e pratica la lotta armata, avendo in testa un’ideologia «di sinistra», cerchi di nuotare nel mare in cui si trova più a suo agio. Dove si discute e si sollevano gli stessi loro problemi (ma non le soluzioni), e dove magari - chissà - qualche nuova leva si può sempre conquistare. Da un altro punto di vista però dovrebbe essere altrettanto ovvio che le organizzazioni e i movimenti infiltrati alzassero il livello di guardia. In fondo, che gli inquirenti stessero indagando su questa organizzazione, a cominciare dalla rivista clandestina Aurora che ogni tanto spuntava qua e là, lo sapevano in molti e da diversi anni. molto probabile, anzi è sicuro fino a prova contraria, che nessun dirigente locale e tantomeno nazionale della Cgil, e nessun leader dei movimenti, sapesse niente di questi personaggi, nemmeno l’ombra del sospetto. Altrimenti li avrebbero denunciati o quantomeno isolati, espulsi, cacciati. Resta però il problema della troppo facile infiltrazione di persone del genere in luoghi importanti e delicati, che devono essere assolutamente aperti e democratici (altrimenti cessano di essere) ma che dovrebbero anche azionare qualche forma di autodifesa supplementare. In altre parole, aprire due occhi invece di uno, o tre invece di due. Il che non significa assolutamente che bisogna smettere di polemizzare con chi la pensa diversamente (Ichino non gradirebbe affatto una sorta di silenzio stampa causato dal terrore), non vuol dire che si deve smettere di protestare nelle piazze, opporsi alla Tav se lo si ritiene giusto, manifestare contro la base di Vicenza per paura di venire contaminati da qualche brigatista. Rinunciare significherebbe darla vinta a chi fa finta di fare politica ma in realtà fa un altro mestiere: il criminale.