Hugo Dixon, la Repubblica 13/2/2007, 13 febbraio 2007
FRANCO MARCOALDI
E´ difficile immaginare un modo altrettanto "letterario" di venire al mondo, e di congedarsene, quale quello di Bohumil Hrabal. Sei mesi prima di nascere - siamo nel 1914 - sua madre comunica ai genitori che sta aspettando un figlio, ma il suo compagno non vuole saperne. Il padre della ragazza non ci pensa due volte e le punta addosso lo schioppo con fare minaccioso, proprio nel momento in cui, se dio vuole, compare in scena la nonna del futuro Bohumil, la quale rampogna con vigore i due contendenti: non è questo il momento di discutere, in tavola c´è la minestra di fagioli, corre il rischio di raffreddarsi.
Quanto alla morte, siamo nel 1997 e lo scrittore è ricoverato nel reparto di ortopedia dell´ospedale, anche se sono le sue condizioni psichiche a destare maggiore preoccupazione. E difatti, in un gelido giorno di febbraio, Hrabal si lancia dalla propria stanza, al quinto piano dell´edificio, schiantandosi al suolo.
Nella versione ufficiale, però, la parola suicidio viene sostituita con la parola incidente, causato - si dirà - dal maldestro tentativo di offrire del cibo ai piccioni affollatisi sul davanzale della finestra.
Se da questo inizio e da questa fine volessimo trarre una qualche morale, dovremmo dire che Hrabal arriva al mondo di straforo e di straforo ne esce, visto che la scelta volontaria di abbandonare il campo gli viene espropriata da una versione contraffatta del tragico evento. Del resto, anche nelle vesti di scrittore, sarà sempre un inclassificabile: privo di una formazione letteraria canonica, gli anni giovanili sono improntati all´eclettismo (all´università ha studiato Giurisprudenza, senza peraltro esercitare mai la professione); una volta diventato famoso, non coltiverà mai il culto della solenne figura dell´auctor; e da ultimo, tutta la sua opera - estranea a qualunque genere codificato - lo rende costitutivamente refrattario a ogni tipo di incasellamento.
A rappresentare la sua vera cifra esistenziale è semmai il picarismo, come dimostra una vita zingaresca e l´infinita successione di mestieri che via via lo videro impegnato: magazziniere, minutante notarile, operaio di acciaieria, rappresentante di commercio, assicuratore, imballatore di carta, macchinista ferroviario, comparsa teatrale. Ma su questo punto bisogna essere chiari, a dispetto di certi cliché che si sono imposti, fors´anche per responsabilità dello stesso autore.
Intendo dire: non siamo in presenza di una vita tumultuosamente varia al fine di accumulare il più vario materiale letterario (come avviene con certi scrittori americani, a cui lo stesso Hrabal fa a un certo punto riferimento); tutto al contrario, siamo di fronte a un uomo che scrive perché glielo impongono le esperienze attraversate. Per questo nel saggio introduttivo al Meridiano Mondadori dedicato alle Opere scelte di Hrabal (2003), Sergio Corduas scarta non soltanto l´ipotesi dello scrittore di professione, ma anche quella del bohémien dal disordine creativo, affacciando invece l´ipotesi dell´artigiano, del «maniscalco della parola».
E´ un´intuizione critica da tenere in conto, ora che il decennale della morte del grande scrittore di Brno ci offre l´occasione per tornare a ragionare sulla sua vita e sulla sua opera (indissolubilmente legate tra loro); un´occasione che va colta al volo, perché l´amnesia è una malattia (dilagante) che non concerne solo la storia o la politica, ma anche la letteratura.
Morto l´autore, corre il rischio di morire anche la sua opera.
Ecco perché, se anche soltanto un lettore, dopo aver letto questo articolo, andasse a cercarsi uno o più dei tanti libri di Hrabal (Una solitudine troppo rumorosa, Ho servito il re d´Inghilterra, Treni strettamente sorvegliati...), sentirei di aver fatto una cosa buona e giusta.
Tra l´altro, come ben sanno le folte e robuste schiere dei fan hrabaliani, il Nostro vanta alcune qualità nient´affatto comuni, che giustificherebbero di per sé una più estesa diffusione della sua produzione letteraria: Hrabal racconta storie crude e visionarie di gente ordinaria, tratte dalla realtà e che alla realtà ritornano; ha il dono naturale dell´ironia e dello humour (senza contare che per lui comico e tragico sono due facce della stessa medaglia); la sua lingua è terragna, "fisica" dice Corduas, nasce dai sensi e li restituisce puntualmente sulla pagina. Quasi che il lettore riuscisse a vedere, toccare, annusare quello che lo scrittore ha narrato.
«L´essenza della buona letteratura», afferma «lo spaccone dell´infinito» con fare provocatorio, «è che non c´è bisogno della letteratura». Intendendo, con questo, che non c´è bisogno di bellettristica, di pagine levigate, di un sapere libresco; c´è invece assoluta necessità di parole vive, palpitanti, che scuotano il lettore, lo divertano, lo commuovano, lo inquietino, se necessario lo spaventino. «Un uomo che ritenga di essere nato per diventare scrittore, deve imparare a diventare un occhietto di diamante in movimento, deve imparare a montarsi un nastro di registratore nel cervello e deve imparare a lavorare con la bacchetta di salice dei rabdomanti».
Quanto a lui, preferisce definirsi un «trascrittore», ovvero un tale che ascolta, assimila e restituisce nei libri le mille storie "rubate" quotidianamente in birrerie praghesi trasformatesi dopo il suo passaggio in tappe obbligate del turismo letterario.
Infine eccoci alla lingua, alla specialissima lingua hrabaliana, assieme sorgiva e sorvegliata. Essa muove dall´assunto che proprio la parola - come ha intuito Giuseppe Dierna - offre ai suoi personaggi (ma prima ancora agli anonimi narratori di birreria) «l´unica possibilità per realizzarsi». Da qui la montagna di fole, ciarle, fantasmagorie verbali, discorsi sconclusionati e tutta «l´irrefrenabile loquacità» di chi deve combattere contro il grigiore (o addirittura l´orrore) quotidiano.
E da qui anche la centralità, per Hrabal, della figura dello «stramparlone»; di chi, mosso da eccessiva passione, è portato a esagerare e perciò rischia a ogni momento di apparire ridicolo, svolgendo però la decisiva funzione di «contrappeso del personaggio civilizzato e intellettuale», «uno strumento del linguaggio» che «vede la realtà attraverso il diamante dell´ispirazione».
Ancora una volta, come sempre accade con Hrabal, non si tratta di teorie astratte e fumose; il riferimento va a persone concrete, in carne ed ossa. Più precisamente a una, lo zio Pepin, che nel 1924 compare nel birrificio di Nymburk, dove il padre del piccolo Bohumil svolge la funzione di amministratore. «Lo zio Pepin aveva in sé qualcosa di veggenti e streghe, con le sue grida sapeva curare e guarire, rimuovere ombre e preoccupazioni dalla fronte delle persone (.) Era lo stramparlone numero uno, la mia musa, un narratore superiore non solo a me, ma a anche a tutto ciò che io abbia mai sentito, dice tuttora la stessa cosa chi l´ha ascoltato, chi era suo amico, e soprattutto le sue grandi amiche, le donne, le giovani donne con cui parlava senza malizia anche di questioni molto delicate, perché lo zio Pepin non sapeva mentire e fingere e il sesso era per lui un evento enorme quanto il cervello di Newton. Non si curava di distinguere con chi stesse parlando perché seguiva innanzitutto le immagini che scorrevano, che si trasformavano rapidamente da forme e colori in parole, aveva fretta e quindi doveva gridare per raggiungerle, non poteva gridare né con la punteggiatura né in bello stile, era puro richiamo di belle immagini che sostituiva con immagini ancora più belle».
Utilizzando la silhouette di questo Chaplin in salsa ceca, Hrabal ci sta offrendo in filigrana una sorta di autoritratto. O quantomeno una dichiarazione di poetica che perseguirà con inesausta tenacia. Prima attraverso il passaggio dal surrealismo al «neopoetismo» (l´autenticità non deve riguardare solo l´opera ma la vita stessa), poi dall´umanesimo all´»hominismo», che alla proclamazione dei grandi ideali antepone la vita ordinaria della gente comune, la quale magari compie anche azioni importanti, «ma senza grandi gesti, senza grandi euforie».
Così procede «il maniscalco della parola», sempre attento alla "materia" dell´esperienza incarnata, e a questo allude la sua idea di «realismo totale». L´uomo che ha usato la tecnica del "dribbling stretto" per affrontare i mille ostacoli dell´esistenza, così diceva di sé in una intervista dell´86.
«Dovrei essere uno spaccone, dovrei essere un ganzo, ma io la vita la guardo negli occhi proprio come una bella donna, la guardo solo dopo che mi è passata accanto, dopo che si è allontanata. Sempre, tutto quello che viene verso di me mi stordisce, mi sgomenta, quasi mi devasta con la sua bellezza, tanto che non sono capace di guardarlo negli occhi (.) Il mio primo desiderio è fiondarmi lontano dalla fonte della mia commozione, fuggire e portare con me quella sensazione che mi inonda di amore a prima vista (.) Dovrei essere uno spaccone, dovrei essere un ganzo, ma sono un umile amante, impaurito dalla bellezza di qualsiasi cosa mi sia venuta incontro. Per questo gusto tutto quando è tardi, soltanto dopo, soltanto quando le immagini tremanti si fanno quiete. Proprio così, del tutto spaurito, mi guardo allo specchio che invecchia con me e in cui non trovo traccia di quello che mi potrebbe autorizzare a dire di me che dovrei essere almeno un po´ spaccone e un po´ ganzo, se non altro per me stesso. Docta ignorantia... «.