Mara Gergolet, Corriere della Sera 13/2/2007, 13 febbraio 2007
Professor Manin, da storico croato può spiegare le parole del presidenteMesic? «Non entro in questioni di politica
Professor Manin, da storico croato può spiegare le parole del presidenteMesic? «Non entro in questioni di politica. Ma, se vuole, possiamo parlare del periodo fascista in Croazia». Marino Manin, studioso del Hrvatski Institut za povijest (Istituto croato per la storia) di Zagabria è uno dei massimi esperti di relazioni tra Italia e Croazia, nonché storico del periodo tra le due guerre. Allora parliamo dell’occupazione italiana in Croazia. Occorre partire da lì per capire le foibe? «Storicamente, questo periodo va diviso in tre fasi: il primo è quello dell’occupazione italiana della Venezia Giulia, dal 1918 al ’41. caratterizzato dalla discriminazione delle élite croata e slovena: maestri espulsi dalle scuole, funzionari dall’amministrazione pubblica. la storia, ben nota, degli internamenti, della chiusura dei luoghi di cultura, delle sale di lettura croate. contro queste misure che scoppiano le prime rivolte. Siamo al primo livello della spirale dell’odio, che mette fine alle regole della coesistenza etnica austroungariche. E finisce anche l’epoca della legalità dell’ordine politico». Molti croati e sloveni emigrarono in quel periodo. Si parla di 100 mila persone. «Sì, è la cifra che risulta da varie ricerche demografiche». Poi arriva la guerra. «La guerra d’occupazione, dal ’41 al ’43. E mentre la storiografia italiana tiene conto del primo periodo, si tende invece a sottovalutare il secondo. Nel ’42 cominciano gli sfollamenti di interi villaggi dove operano partigiani, vengono incendiate le case, la popolazione viene deportata nei campi di concentramento a Gonars, ad Arbe (gli sloveni, ndr). Vengono compiuti crimini di massa come a Grobnik, fucilazioni sommarie. Più di recente si è indagato sull’aiuto dato dagli italiani ai cetnici (milizie anti-comuniste serbe, ndr). Insomma, va ripetuto che l’occupazione italiana contro i croati è stata molto dura». Il terzo è caratterizzato dalle foibe. «Sì, esistono anche qui due momenti. Il primo, nell’autunno del ’43 dopo la capitolazione italiana: una rivolta che ebbe tutti i caratteri dell’insurrezione. Ci furono vittime italiane ed esecuzioni, dettate da vari motivi, ma limitate. La seconda ebbe i tratti del sistema organizzato». Può dirci i numeri? Lei sta lavorando a questo. «Sto completando un’ampia ricerca storica, la più esaustiva finora, finanziata anche dal Comune di Fiume e dalla comunità italiana. Non posso ancora parlare di cifre, anche se quelle che si sentono in Italia sono un po’ esagerate. Posso dire due dati interessanti: i morti italiani nei primi comuni croati esaminati sono quattro volte superiori ai morti sul resto del territorio italiano. Però, sono anche tre volte inferiori alla media nazionale croata». Le ritorsioni nel 1945 che colpirono gli italiani, secondo lei, avevano un carattere etnico o invece vanno, prevalentemente, inquadrate in una reazione e ritorsione antifascista e anticomunista? « curioso che di pulizia etnica, nella storiografia italiana, si comincia a parlare solo negli anni 90, quando in queste terre le pulizie etniche – (con Milosevic e Tudjman, ndr) c’erano davvero. Si sono applicati schemi a ritroso: non dico certo che episodi non ci siano stati, che qualcuno non abbia agito mosso da questi istinti antitaliani. Ma chi ha studiato questi temi sa che, nel dopoguerra, la nuova polizia segreta comunista, le cosiddette Knoj e l’Osna, hanno applicato in Istria e Dalmazia metodi usati anche altrove». Si può parlare, a proposito dell’esodo degli italiani, di un piano politico preciso del governo jugoslavo? «Una questione molto dibattuta. Di certo c’è che non è stato trovato nessun documento che lo provi». Napolitano ha parlato di mire annessionistiche slave, riguardo al dopoguerra... «Andrei piano. Perché ci vuole niente che qualche croato ricambi, parlando di mire annessionistiche italiane. Non scordiamoci di Fiume, la Venezia Giulia ha una mappa etnica complicata. E poi, ciò che un popolo considera annessione, l’altro magari lo chiama liberazione». Mara Gergolet