Alberto Mattioli, La Stampa 12/2/2007 (Lettere), 12 febbraio 2007
Sulla buona educazione
Quei sublimi pettegoli dei fratelli Goncourt raccontano che la principessa Matilde Bonaparte, cugina ed eminenza grigia di Napoleone III (anche perché era molto più intelligente di lui), un giorno si arrabbiò con il padre Gerolamo, fratello minore del Napoleone «vero» e già Re di Westfalia, quello il cui sconsiderato comportamento a Waterloo tanti lutti addusse ai francesi. La colpa di papà era quella di mangiare l’insalata con le mani, ma Gerolamo, scervellato da vecchio com’era stato da giovane, non si fece smontare: «Ai miei tempi, se non l’avessimo fatto, saremmo stati rimproverati, perché ci avrebbero detto che avevamo le mani sporche». Non è semplicemente la gaffe di un parvenu come, alla fine, erano tutti questi napoleonidi, ma la testimonianza che le maniere non sono sempre state «buone» allo stesso modo. Gli «usi di mondo», il «saper vivere», l’«educazione» sono cambiati spesso e talvolta in maniera sorprendente.
Lo ricorda un libro appena uscito in Francia, davvero consigliabile benché a tratti eccessivamente verboso: Histoire de la politesse de 1789 à nos jours (Flammarion, pagg. 552, euro 25). L’autore è Frédéric Rouvillois, un professore di diritto pubblico colpito dal virus della bibliofilia in una forma assai bizzarra: colleziona trattati di «savoir vivre», insomma è un incrocio fra un costituzionalista e Donna Letizia. La sua raccolta di regole e regolette «copre» gli ultimi due secoli, in sostanza quelli della società borghese: dalla ghigliottina al telefonino (entrambi disastrosi per le buone maniere), dalla vecchia etichetta alla nuova «netiquette» per chi vuol maneggiare l’e-mail con stile. E, appunto, si scopre che regole che si credevano immutabili sono invece mutate, e molto. Per esempio, il baciamano, che pure, secondo Rouvillois, «sta al savoir vivre francese come la Torre Eiffel a Parigi». Questo omaggio alla femminilità così appagante per chi lo riceve e così difficile per chi lo fa (certe genuflessioni sarebbero eccessive anche per una presentazione al Sommo Pontefice), in realtà arrivò in Francia soltanto all’inizio del Novecento, tanto che è ignorato dal Larousse del 1896. E ancora sotto il Secondo Impero era normale servire alla fine della cena un «rince-bouche», in pratica una tazza d’acqua calda con la quale praticare un vigoroso gargarismo e poi sputare, un’usanza che apparirebbe disgustosa oggi, quando pure certi pasti assomigliano sinistramente alla profetica descrizione del principe di Salina: «un uragano di rumori masticatori e di macchie d’unto».
Ma il pregio del libro è anche quello di essere opera di un giurista. Un approccio del genere alla materia permette infatti di costruire una vera e propria teoria delle buone maniere come «codice» parallelo a quelli delle leggi. Nel secolo borghese, nell’Ottocento rigido come i colletti dei suoi gentiluomini e i corsetti delle sue dame, la «politesse» disegna regole di comportamento ferree: trasgredire significa la morte sociale, anche se il massimo insulto è espresso nella più elegante delle forme. Per rompere l’amicizia con il grande storico Hippolyte Taine, colpevole di aver parlato male dello zio Napoleone, alla sullodata principessa Matilde bastò fargli recapitare un biglietto bianco, senza stemmi né titoli né nomi, ma con acronimo piccolo, gelido e definitivo: p.p.c., «pour prendre congé», che i soliti ficcanaso chiosarono come «Princesse Pas Contente». Naturalmente, come spesso avviene, l’uso diventa abuso, e modi e mode che avevano un senso e una giustificazione pratica li persero trasformandosi in sofisticati bizantinismi del tutto autoreferenziali. Vedi le molte pagine consacrate all’uso del guanto (nel 1841 ancora esotico, come dimostra una Physiologie du gant di tale G. Guénot-Lecointe, che dedica la sua opera «all’interessante porzione del genere umano che mette i guanti», i dandy, gli snob, gli eccentrici), al cerimoniale delle visite (di condoglianze, di auguri e perfino «di digestione», per ringraziare di una cena), al rituale della consegna del biglietto da visita, con i reconditi significati dell’angolo piegato oppure no (e se sì, quale?) e la casistica di abbreviazioni quasi esoteriche come p.r. («pour remercier»), p.f.c. («pour faire connaissance»), p.p.n. («pour prendre nouvelles», in caso di malati) e additirrura p.f.n.a. («pour fêter le nouvel an»).
Questo eden cortese si evolve, ma talvolta si stravolge. La prima grande frattura è la Rivoluzione. L’Ancien régime aveva portato la cortesia a livelli di spettacolosa squisitezza, tanto che Luigi XV si scopriva passando davanti alle lavandaie di Versailles, perché lui era sì il Re di Francia e di Navarra, ma loro erano, in primo luogo, delle donne. Su questo mondo di zucchero filato esplose come una bomba atomica la brutalità sanculotta, e durante i saturnali giacobini si abolì il «Monsieur» e perfino il «Vous», in nome della Perfetta Eguaglianza, ovvero il Tu, come dal titolo di una commedia del 1793 del cittadino Dorvigny: un’educazione alla maleducazione. Però le rivoluzioni passano, le belle maniere restano. Ci vorrà lo choc di due guerre mondiali e poi del Sessantotto per distruggerle. Ma forse non del tutto.
Rouvillois registra la voglia di buone maniere che risorge col riflusso, dagli anni Ottanta in avanti. E che oggi, pur nella prevalenza del cafone, cerca di aggiornare le vecchie regole a Internet e, qui casca davvero il bifolco, ai cellulari. Senza trascurare il sesso facile (ma non è una novità: secondo il Maupassant della Maison Tellier la tenutaria di un bordello «si arrabbiava quando un maleducato chiamava con il suo nome lo stabilimento»). Come scrive Hermine de Clermont-Tonnerre in Politesse oblige, savoir vivre au XXI siècle: «Non è perché si è in posizione orizzontale che si è dispensati dal mostrarsi cortesi».