Giacomo Galeazzi, La Stampa 12/2/2007, 12 febbraio 2007
GIACOMO GALEAZZI
Uno sterminato fiume di denaro esce dall’Italia disperdendosi in mille rivoli. Un universo in larga parte sconosciuto che si espande sotto traccia, dando nell’occhio il meno possibile. Ci sono i circuiti internazionali come «Western Union» e «MoneyGram», i «phone center» etnici, gli uffici-cargo per ciascuna nazionalità. Ma anche la capillare e discreta raccolta porta a porta degli «spalloni», i punti di raccolta spontanei, le riunioni domenicali nelle piazze.
Nulla di scritto, solo una stretta di mano per far circolare denaro sulla fiducia con bassi costi di transazione e percentuali su ogni invio ridotte al 5% rispetto all’8-9% delle agenzie ufficiali. Venerdì la denuncia del viceministro dell’Economia Vincenzo Visco ha alzato il velo su un mondo segreto, mai monitorato nei suoi confini e misterioso nei codici interni che lo regolano. Dietro lo sviluppo del «money transfer» e cioè le rimesse degli immigrati nei loro paesi d’origine «può nascondersi il riciclaggio del denaro sporco il finanziamento del terrorismo».
Denaro sporco
Nelle grandi città i «money transfer» si sono moltiplicati in ogni quartiere, soprattutto in periferia. Quasi nessuno ci fa caso ma nelle zone meno centrali delle metropoli sono così diffusi da far parte del paesaggio urbano alla pari dei bar e delle edicole.
«Ma siamo solo la punta di un iceberg, gli extracomunitari usano molti altri metodi per far arrivare in patria i loro soldi - spiega Maurizio Brandi, 51 anni, titolare di un’agenzia ”Western Union” nella borgata romana di Pineta Sacchetti - Il governo farebbe bene a controllare quali itinerari seguono questi flussi di denaro».
E in effetti Visco punta l’indice proprio sul fatto nelle nostre città «lavorano diverse decine di migliaia di operatori ”money transfer”, in assenza di qualsiasi attività di controllo, monitoraggio e repressione». Secondo il viceministro è da escludere che «un’articolazione così complessa risponda soltanto alla legittima necessità di recapitare le rimesse degli immigrati nei loro paesi». Si tratta, quindi, di una colossale catena di «lavanderie» per riciclare denaro sporco, proventi illeciti, evasioni fiscali. «E anche il finanziamento del terrorismo segue con ogni probabilità gli stessi canali», avverte Visco.
Nomi esotici
«Non è vero - protesta l’egiziano Sherif, 38 anni, proprietario di un phone center con annesso ufficio ”MoneyGram” a Boccea -.I miei clienti sono lavoratori onesti che mandano piccole cifre alle famiglie. Muratori rumeni, colf sudamericane, camerieri marocchini inviano 100-150 euro al mese. In due anni che faccio questo lavoro solo una volta un extracomunitario ha spedito più di duemila euro».
Soldi «frutto di terribili sacrifici, registrati, controllabili, messi da parte a stento per mantenere i figli e gli anziani genitori in patria, non certo per finanziare il terrorismo». L’ultimo rapporto dell’Osservatorio Ismu sui migranti, realizzato su dati dei ministeri del Lavoro e dell’Interno, svela che gli immigrati che spediscono più soldi a casa sono gli autisti, i muratori e gli operai, quelli cioè con una busta-paga di circa mille euro mensili. A inviare di meno, invece, sono le badanti e le collaboratrici domestiche, che guadagnano in media 500 euro al mese.
Da Primavalle a Selva Candida è tutto un fiorire di piccoli «money transfer» dai nomi esotici: «Le Piramidi», «Tam tam service», «Il Faraone», «Brasil», «Tele-center Colombia», «Touch of phone», «Gethome service», «Global planet», «World communication». Intorno sono sbocciati mini-distretti per ciascun gruppo nazionale: la bottega peruviana, l’import-export coreano, l’alimentari con le specialità rumene. «Più che altro sono gli zingari a inviare grosse somme per ripulire i guadagni di traffici illeciti - si schermisce Ivan, gestore cileno di un ”money transfer” a Casalotti -.Gli egiziani non si fidano delle agenzie e fanno arrivare i soldi a casa attraverso buste recapitate a turno da chi torna in patria. Gli arabi prima si servivano solo delle loro banche come l’istituto di credito Arabo-africano di piazza Venezia, adesso raccolgono soldi negli uffici-cargo come fanno da sempre i filippini». Anche i dati dell’Ufficio Italiano Cambi, ente statistico di Bankitalia, fotografano un boom delle rimesse.
Evasione fiscale
«Ma noi - precisano i dirigenti - calcoliamo solo i transfer effettuati per vie bancarie. E non sappiamo quanto pesano sul totale gli altri canali alternativi». A rendere ancora più complessa la mappa dei trasferimenti di denaro sono le raccolte «fai da te» su base etnica.
«Gli ucraini si danno appuntamento la domenica mattina a Rebibbia, gli slavi aspettano a piazza della Repubblica i pulmini che fanno avanti e indietro con l’est europeo, i filippini si incontrano all’Aurelio», puntualizza Brandi. Non solo pacchetti di soldi da recapitare in Romania o in Ucraina, ma anche merce da rivendere. Tutto in nero: l’evasione fiscale come unica regola, al riparo da ogni tassazione. «Alle autorità sfuggono completamente questi circuiti paralleli e lo Stato ignora il business sotterraneo delle carte telefoniche internazionali - racconta Sherif -.La trattativa avviene all’ingrosso, fuori da qualunque legge e controllo. E nessuno sa dove e come i ”colletti bianchi” smistano i proventi».
I guadagni
Il reddito pro capite degli extracomunitari è di gran lunga superiore a quello dei rispettivi Paesi di origine. E’ pari a 4 volte il reddito pro capite della Russia, 5 della Romania, 6 dell’Algeria, 8 del Marocco, dell’Albania e dell’Egitto, 9 della Bosnia, 10 della Cina, 20 dell’India e 25 del Sudan.
Per i colossi del «money transfer» il guadagno specifico è sulle rimesse degli immigrati. Un mercato dominato dalla Western Union, la cui quota è di circa 3 miliardi di euro. La consistenza di questi flussi di denaro ha colto di sorpresa anche il Tesoro. Neanche i tecnici del ministero immaginavamo un ammontare di denaro così ingente, che supera per entità sia gli investimenti diretti nei Paesi di origine sia gli aiuti ufficiali.