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 2007  febbraio 12 Lunedì calendario

Raffaello. Una vita felice. Diletti. "Ritrasse Beatrice Ferrarese et altre donne, e particularmente quella sua, et altre infinite

Raffaello. Una vita felice. Diletti. "Ritrasse Beatrice Ferrarese et altre donne, e particularmente quella sua, et altre infinite. Era Raffaello persona molto amorosa et affezzionata alle donne, e di continuo presto ai servigi loro. La qual cosa era cagione che, continuando egli i diletti carnali, era con rispetto da’suoi grandissimi amici osservato per essere egli persona molto sicura" (Giorgio Vasari, Le vite). Amici. Per documentarsi sulla vita di Raffaello, Vasari consultò l’allievo più amato dall’artista, Giulio Romano, autore, tra l’altro, di una serie di soggetti erotici raffiguranti sedici modi diversi di fare l’amore. Le autorità ecclesiastiche avrebbero chiuso un occhio se Marcantonio Raimondi, anche lui amico di Raffaello, non avesse inciso delle stampe che riproducevano quei soggetti, corredate da sonetti lussuriosi composti da Pietro Aretino. Comunque si risolse tutto in pochi giorni di prigione, grazie a qualche raccomandazione, e le stampe furono destinate a una diffusione clandestina. Eccessi. Raffaello Sanzio nacque, nel 1483, e morì, nel 1520, di venerdì santo, pare per una febbre altissima causata dagli eccessi amorosi: "Ultimamente, per continovare fuor modo i suoi amori, se ne morì in età di 37 anni l’istesso dì che nacque" (Orlando Ferrari, 1549-50). Madonne. Secondo una leggenda Raffaello, nella Madonna della seggiola avrebbe ritratto una ragazza che aveva salvato un eremita, lì lì per cadere da una quercia dove si era arrampicato per fuggire a un branco di lupi, e che subito dopo aveva predetto fama eterna a lei e alla quercia. Infatti Raffaello, passando per caso da casa della ragazza (che intanto aveva messo al mondo due figli), e incantato dalla vista di lei che teneva in braccio uno dei bambini, non resistendo al desiderio di ritrarla, senza tele né tavole, avrebbe usato come fondo la prima botte di vino che gli era capitata tra le mani, ricavata dalle assi proprio di quella quercia. Agostino. Tra i committenti di Raffaello, Agostino Chigi. Banchiere figlio di banchieri, era in trattative per le sue seconde nozze con Margherita, figlia illegittima di Francesco Gonzaga, quando si innamorò di una bellissima cortigiana e giovane, Francesca Ordeaschi, tanto da alloggiarla in un convento di monache, che dietro lauta remunerazione, gli garantivano di entrare e uscire quando voleva per incontrarla. Ma a forza di incontrarla, e visto che Margherita faceva la sostenuta, Agostino cambiò idea e sposò Francesca, addirittura ottenendo che a celebrare le nozze fosse il papa Leone X, nell’agosto del 1519. Dal matrimonio nacquero cinque figli in sette anni e per immortalare il suo amore Agostino commissionò a Raffaello un affresco sulla parete della Loggia d’inverno della Villa della Farnesina, la sua residenza chiamata ”palazzo d’amore” e concepita come una casa degli ozi. Secondo Vasari, mentre dipingeva il Trionfo di Galatea, Raffaello non volle mai separarsi dalla sua amante, che poi avrebbe ritratto ne La Fornarina. Tovaglioli. Prima di scomodarsi per andare alla Villa della Farnesina a celebrare il matrimonio di Agostino, Leone X si era già recato lì, il 27 aprile 1513, sei settimane dopo essere stato eletto, per un pranzo organizzato in suo onore. Per l’occasione la tavola era stata apparecchiata con tovaglioli di lino di Reims, arrotolati in modo da nascondere degli uccelletti vivi, che volarono per la sala non appena i convitati li dischiusero. Dopo antipasti a base di marzapane e Malvasia, erano seguite venticinque portate, e alla fine del pranzo erano tutti così ubriachi che dalle finestre lanciarono polli arrosto e quant’altro al popolo. Per rinfrescare l’aria erano arrivate anche neve e ghiaccio mentre i buffoni facevano da animatori. Dispute. Per evidenziare la discontinuità col suo predecessore Alessandro Borgia, papa Giulio II decise di trasferirsi in un nuovo appartamento e commissionò la sua decorazione a diversi artisti arrivati da tutta Italia, tra cui il più giovane era Raffaello, di appena venticinque anni. Ma quando vide la Disputa del Sacramento ultimata, il papa decise che bisognava distruggere tutte le pitture già realizzate e che solo Raffaello doveva dipingere le sue stanze. E così sarebbe stato senza la mediazione di Raffaello, che comunque era abituato alla pittura da cavalletto, e adesso avrebbe dovuto affrontare affreschi che per vicinanza dell’osservatore e ottime condizioni di luce richiedevano più esperienza. Ottenuta la conservazione di alcuni lavori, riuscì a convincere i maestri più vecchi a collaborare con lui e riformò la struttura quattrocentesca della bottega gerarchizzata in un atelier che valorizzava le qualità specifiche di tutti. Anzi, Raffaello finì per affezionarsi tanto ai suoi collaboratori, che li inserì perfino nel suo testamento. Baglioni. La Deposizione Baglioni fu commissionata a Raffaello da Atalanta Baglioni, nobile perugina rimasta vedova giovane, che dopo dedicò tutto il suo amore al figlio Grifonetto. Questi, a diciott’anni, aveva sposato, amandola, la bellissima Zenobia Sforza, e tutto stava andando per il meglio, quando i parenti che gli contendevano la guida della casata gli insinuarono il dubbio che la moglie l’avesse tradito col cugino Gian Paolo, fratello di Astorre, che a sua volta era appena convolato a nozze con una bella nobile romana, Lavinia Colonna (i festeggiamenti erano ancora in corso). Grifonetto non ci vide più, e piombò nella camera nuziale di Astorre con altri congiurati, tra cui lo zio Filippo, che in presenza di Lavinia squarciò il suo torace per estrarne il cuore e mangiarselo (mentre Gian Paolo riusciva a scappare). Ripensandoci Grifonetto andò a implorare il perdono dalla madre, che neanche gli aprì la porta, pentendosi a sua volta poco dopo, quando il figlio, risparmiato da Gian Paolo, fu trucidato da altri cavalieri. Per rievocare quei fatti commissionò a Raffaello la rappresentazione del compianto sul Cristo morto, nella cappella di famiglia nella chiesa di San Francesco al Prato a Perugia. Noia. "L’opera mi annoia, ma dietro c’è questa visione singolare dell’uomo riconciliato" (Giudizio di André Malraux su Raffaello). Nero. A quei tempi solo i ricchi potevano permettersi di vestirsi di nero, per la laboriosità della tintura delle stoffe, che andavano scurite gradualmente sovrapponendo diverse tinte, e Leonardo da Vinci, che quando si trattava di vestiti non badava a spese, vestiva sempre di nero. Anche per questo gli andava particolarmente a genio Raffaello, che portava un cappello nero e basso e un giubbone nero, da cui lasciava uscire intorno al collo un filo di lino abbagliante per smorzare il contrasto della blusa con l’incarnato pallido. Invece non poteva vedere Michelangelo, trasandato e rozzo, e non si sa come riusciva a conferire quella grazia ai volti di marmo.