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 2007  febbraio 12 Lunedì calendario

Caro direttore, è toccato a me, un anno e mezzo fa, scrivere quelle parti del programma politico-elettorale dell’Unione, dedicate ai «nuovi diritti»: temi assai delicati, e controversi, come il testamento biologico, la tutela delle persone private della libertà e, appunto, la questione – che solo in Italia assume una così alta intensità emotiva e simbolica – del riconoscimento giuridico delle coppie di fatto

Caro direttore, è toccato a me, un anno e mezzo fa, scrivere quelle parti del programma politico-elettorale dell’Unione, dedicate ai «nuovi diritti»: temi assai delicati, e controversi, come il testamento biologico, la tutela delle persone private della libertà e, appunto, la questione – che solo in Italia assume una così alta intensità emotiva e simbolica – del riconoscimento giuridico delle coppie di fatto. Dopo una tribolata discussione, all’interno della commissione per il programma, questo è il testo che ne risultò: «Le unioni civili come riconoscimento giuridico di una forma di relazione capace di assicurare prerogative e facoltà e di garantire reciprocità nei diritti e nei doveri. (...) Al fine di definire natura e qualità di tale forma di unione, non è dirimente il genere dei contraenti e il loro orientamento sessuale; va considerato, piuttosto, il sistema di relazioni (amicali, sentimentali, assistenziali, di mutualità e di reciprocità) – la sua stabilità e la sua intenzionalità – quale criterio qualificante la scelta dell’unione». Questo testo venne fatto proprio (nel corso del seminario di San Martino del 5 e 6 dicembre 2005) da Romano Prodi e dai segretari dei partiti del centrosinistra. Ma, evidentemente, quella formulazione sembrò eccessivamente audace e venne sottoposta a revisione: così che, nel programma definitivo dell’Unione, si parlava del «riconoscimento giuridico di diritti, prerogative e facoltà alle persone che fanno parte delle coppie di fatto», e si dichiarava che «al fine di definire natura e qualità di una unione di fatto, non è dirimente il genere dei conviventi né il loro orientamento sessuale». Pertanto, il disegno di legge sui Dico, appena approvato dal Consiglio dei ministri, corrisponde puntualmente – va detto – a quanto previsto dal programma definitivo del centrosinistra. Contiene, già nella prima riga, una clausola – giuridicamente formalizzata e tutelata – contro la discriminazione di natura sessuale (e questo, nel nostro ordinamento e nella nostra società, non è poco: anzi, è tantissimo). E riconosce, poi, diritti e facoltà e attribuisce doveri ai membri di una coppia convivente. Certo, la differenza rispetto al primo testo (quello del dicembre del 2005), e alla proposta di legge che presentammo dodici anni fa, è assai significativa. Diritti e doveri, nel disegno di legge del governo, fanno capo ai singoli individui e non alla coppia, non più considerata – in questo testo – come autonoma forma di relazione. Personalmente, lo ritengo un grave limite. Riconoscerli alla coppia, quei diritti e quei doveri, non avrebbe significato, in alcun modo, «equiparare» ogni tipo di convivenza al matrimonio (religioso o civile): e nemmeno istituire una sorta di «nozze di serie B» (come, in un tripudio di strepitoso analfabetismo politico-giuridico, si sente dire a proposito dei Dico, in queste ore). Avrebbe significato, invece, il riconoscimento di forme di convivenza non coincidenti con il matrimonio e, tuttavia, degne di tutela pubblica. Tali perché, quelle coppie di fatto, possono essere connotate da vincoli affettivi e solidali, reciprocità e mutualità, intenti comuni e progetti condivisi. E, dunque, da un’ istanza anche morale. Questo, i rapporti di forza (ideali e ideologici) oggi vigenti in Italia, non consentono di riconoscerlo e formalizzarlo in una legge. In questo quadro, i Dico rappresentano un realistico punto di partenza. Un buon punto di partenza. Luigi Manconi