Giuseppe Marino, Il Giornale 11/2/2007, 11 febbraio 2007
DUE ARTICOLI
Gli Stati Uniti si affannano ancora nella Grande depressione, a Roma si fonda l’Iri per salvare le banche italiane. A Berlino c’è un nuovo cancelliere: Adolf Hitler. il 1933 e il Führer, ottenuti i pieni poteri dal Parlamento, lancia la Germania in un poderoso sforzo di riarmo e di potenziamento dell’industria. Hitler confida molto in quella automobilistica, vuole rilanciarne l’immagine. Lancia la sua idea: creare una macchina che sbaragli le concorrenti nei Gran premi, per dimostrare la superiorità della tecnologia tedesca.
Offre un finanziamento, per la verità piuttosto modesto, più che altro un incentivo: 500mila Reichmarks. Ne parla con un celebre pilota, Hanz Stuck, e un abile progettista, Ferdinand Porsche (lo stesso a cui il dittatore consegnerà i suoi disegni per una nuova auto: il Maggiolino). Sono le origini della D-Type, la «Porsche del Führer», l’auto che Christie’s metterà all’asta il 16 febbraio a Parigi, in occasione di Retromobile, una delle più importanti esposizioni d’auto d’epoca del mondo. E se gli esperti della casa d’aste inglese hanno fiutato bene il mercato, la D-Type potrebbe battere ogni record. Si punta a sfondare il tetto dei 9 milioni di euro, polverizzando gli 8,2 milioni del primato attuale, detenuto dalla Bugatti Type 41 del 1931. Proprio come la D-Type polverizzò i record di velocità delle avversarie sui circuiti di tutta Europa. Il professor Porsche, padre dell’azienda automobilistica oggi famosa nel mondo, creò un bolide dalle prestazioni incredibili, e non solo per l’epoca. Il prototipo, a 16 cilindri, si chiama P-Wagen. La D-Type è la sua evoluzione, a 12 cilindri, con la potenza esplosiva di oltre 600 cavalli. A costruirlo è Auto Union, un consorzio formato da quattro aziende: Horch, Audi, Dkw e Wanderer. Il simbolo del gruppo è formato da quattro cerchi in linea, a simboleggiare i quattro marchi (quel simbolo esiste ancora: guardate una qualunque Audi in circolazione). La D-Type permetterà a Hitler di levarsi parecchie soddisfazioni. A luglio del ”35 i gerarchi tedeschi subiscono l’ultima umiliazione. Al Gran premio del Nürburgring sperano di poter premiare un pilota tedesco su un’auto tedesca e invece gli tocca stringere la mano al signor Nuvolari Tazio Giorgio da Castel d’Ario, provincia di Mantova, al volante di una Alfa Romeo. Un affronto che non dimenticheranno. Sarà l’ultima vittoria della casa di Arese. Da quel momento in poi il Gran premio sarà un affare tedesco. Anche l’asso Nuvolari finirà a correre per le scuderie germaniche, Auto Union inclusa. Il campione lombardo, dicono da Christie’s, ha tagliato per primo il traguardo del Gran premio di Belgrado del ”39, proprio alla guida della D-Type ora all’asta a Parigi.
Dopo quella vittoria arriva l’oblio della guerra e l’esilio: gli stabilimenti dell’Auto Union sono a Zwickau, nella fetta di Germania che resta chiusa dietro la cortina di ferro. I russi metteranno le mani su tutto, compresa quella splendida auto, che viene portata in Unione sovietica e studiata come una cavia da laboratorio. Un fortunato collezionista l’ha ritrovata 15 anni fa sezionata come un’anguria e con i pezzi in attesa di finire sotto una pressa. L’ha portata in Inghilterra alla Rod Jolley Coachbuilding, dove due specialisti l’hanno riassemblata con cura meticolosa, riportandola allo splendore originale. Uno di loro, Dick Crosthwaite, ha provato nell’ottobre del 1994 l’emozione di rimetterla in moto: il primo giro di pista dopo 54 anni. E dove poteva farlo se non a casa. Al Nürburgring.
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«Era costruita con tecnologie incredibilmente avanzate: la D-Type sprigionava 6-700 cavalli. Bisogna aspettare le Formula uno degli anni ”80 per veder correre auto con altrettanta potenza». S’illumina Stefano Pasini, forse il massimo esperto di storia della Porsche in Italia, quando parla della vettura di Ferdinand Porsche. «Le aziende tedesche come Auto Union e Mercedes - spiega - lavoravano anche per l’industria bellica. Dunque avevano a disposizione i migliori materiali. I componenti di quell’auto sono un capolavoro di ingegneria, a partire dall’albero motore, assemblato con chiavi speciali, senza le quali era impossibile smontarlo, o le gomme realizzate su misura dalla Continental». E nonostante la modernità di quella tecnologia, per guidare quell’auto ci voleva un pilota dalle capacità speciali. «Basti pensare che a fronte di quella potenza incredibile l’auto aveva pneumatici grandi come quelli di una Bravo». Dopo tante vittorie, rievoca Pasini, a queste vetture spettò una triste fine. «Mentre la Mercedes rimase all’Ovest, sull’Auto Union misero le mani i russi. Che non andavano tanto per il sottile. Motori così non ne avevano mai visti e alcune auto, per studiarle, furono sezionate in modo non proprio ortodosso: aprendo il motore in due con una sega circolare».