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 2007  febbraio 11 Domenica calendario

Prendono il via oggi, con una serie di conferenze all’Auditorium Parco della Musica, le celebrazioni per il Darwin Day, la manifestazione organizzata ogni anno da varie istituzioni in quasi tutti i paesi del mondo per commemorare il grande naturalista che due secoli fa ha elaborato la teoria dell’evoluzione della specie

Prendono il via oggi, con una serie di conferenze all’Auditorium Parco della Musica, le celebrazioni per il Darwin Day, la manifestazione organizzata ogni anno da varie istituzioni in quasi tutti i paesi del mondo per commemorare il grande naturalista che due secoli fa ha elaborato la teoria dell’evoluzione della specie. Secondo questa teoria la selezione naturale funziona sulla regola che in una specie vince l’individuo che vive più a lungo e fa più figli. Sarà lui quindi a trasmettere il proprio patrimonio genetico ai suoi discendenti propagando nella popolazione le proprie mutazioni. Charles Darwin, che era nato il 12 febbraio del 1809 a Shrewsbury, una tranquilla cittadina nelle Midlands occidentali (Inghilterra), elaborò la sua teoria viaggiando per cinque anni, dal 1831 al 1836, a bordo della nave da ricerca Beagle che arrivò fino alle Galapagos. La storia che tutti ricordano, a questo proposito, è che le considerazioni di Darwin sulla sopravvivenza dell’individuo più adatto all’ambiente furono ispirate dalla constatazione, proprio durante il soggiorno alle Galapagos, di una interessante diversità nel becco dei fringuelli. L’episodio raccontato di solito è che Darwin, spostandosi da un’isola all’altra, avesse notato il perfetto adattamento del becco dei fringuelli allo sfruttamento delle risorse alimentari caratteristiche di ciascuna isola. Su una, essi avevano un becco corto e robusto adatto a rompere le noci; su un’altra, lo avevano lungo e sottile, ottimo per estrarre il cibo dalle fessure. Tutto ciò avrebbe indotto Darwin a riflettere sul fatto che forse gli uccelli non erano stati creati così ma, in un certo senso, si erano «creati» da soli. Il divulgatore inglese Bill Bryson nel suo libro «Breve storia di (quasi) tutto» (ed. Guanda) ricorda che non fu Darwin ad accorgersene, bensì un suo amico, l’ornitologo John Gould. Purtroppo Darwin, ancora giovane e inesperto, non prese nota dell’isola da cui proveniva ciascun uccello. Ripeté l’errore anche con le testuggini e gli ci vollero anni per sbrogliare la matassa. Tornato in Inghilterra, nel 1842 il naturalista cominciò a tracciare un abbozzo della sua nuova teoria. Due anni dopo (1844), questo abbozzo era diventato un’esposizione «concisa» di duecentotrenta pagine. A quel punto Darwin, consapevole della tempesta che la teoria avrebbe provocato, chiuse a chiave i suoi appunti e per quindici anni si occupò di tutt’altro. Ebbe dieci figli, dedicò otto anni alla stesura di un’opera esaustiva sui cirripedi (una specie di crostacei) e infine cadde vittima di strani disturbi che comprendevano nausea, tremori, disturbi visivi, respiro corto, palpitazioni, emicrania, vertigini e depressione. La causa della malattia (forse di tipo psicosomatico) non fu mai identificata. Il naturalista non era più in grado di lavorare, si trascinava tra bagni nell’acqua ghiacciata, tuffi nell’aceto e una terapia a base di piccole scosse elettriche, finchè una mattina del 1858 gli arrivò dall’Oriente un plico allarmante: conteneva la lettera dell’amico Alfred Russel Wallace e la bozza di un suo articolo: On the Tnedency of Varieties to Depart Indefinitely from the Original Type, in cui il giovane scienziato andava delineando una teoria della selezione naturale simile a quanto Darwin aveva scritto nei suoi appunti segreti. Così decise di svelare al mondo la propria scoperta, ma citando anche quella di Wallace. Quest’ultimo, tuttavia, si riferì sempre alla teoria adoperando il termine di «darwinismo». Darwin ha aperto la strada agli studi scientifici sulle origini dell’uomo. Le più recenti scoperte, argomento delle relazioni che verranno presentate oggi all’Auditorium, riguardano il genoma dell’Homo Sapiens e quello dell’uomo di Neanderthal. Richard E.Green, biologo del Max-Planck Institute di Lipsia, illustrerà l’analisi del Dna nucleare di Neanderthal, irrealizzabile fino a pochi anni fa. Oggi il primo milione di basi è già stato decifrato ed è all’orizzonte il sequenziamento dell’intero genoma che, confrontato con il genoma dei Sapiens permetterà di individuare le novità genetiche che hanno reso questi ultimi uomini moderni. L’archeologo Francesco d’Errico, che lavora al Cnr francese, spiega come gli ultimi ritrovamenti in Africa abbiano messo in crisi il classico modello secondo il quale la modernità culturale sarebbe sorta in Europa con la nostra specie. Invece anche i Neanderthal avrebbero acquisito il linguaggio, l’uso di simboli, l’arte e la religione. L’antropologo Carlos Lalueza Fox racconta come le sequenze del Dna mitocondriale ricavate dal sito spagnolo di El Sidròn continuano a far luce sull’evoluzione e sulla demografia di Neanderthal. Il paleoantropologo Guido Barbujani rivela come le simulazioni al computer permettono di verificare se gli individui moderni discendano o no da popolazioni antiche sulle quali si hanno dati genetici. Lauretta Colonnelli