Piero Bianucci, La Stampa 11/2/2007, 11 febbraio 2007
PIERO BIANUCCI
DOMANI è il Darwin Day: migliaia di conferenze, dibattiti e convegni in tutto il mondo per il compleanno del padre dell’evoluzionismo, nato, appunto, il 12 febbraio (del 1809). Il primo Darwin Day risale al 1995 e si limitò a una conferenza dell’antropologo Donald Johanson promossa dalla Humanist Community, un’associazione di Paolo Alto, California. Poi le iniziative si sono moltiplicate a valanga dagli Stati Uniti all’Europa - in Italia quest’anno sono un centinaio - e il 12 febbraio è diventato una specie di festività laica.
Perché non abbiamo un Galileo Day o un Newton Day? Uno dei motivi è che, mentre nessuno mette in discussione il moto della Terra e la legge di gravità, esistono religioni che contestano l’evoluzione biologica, ben supportate da politici come Bush che vedono in quelle fedi un serbatoio di voti. Caduta l’interpretazione letterale della Bibbia che fissava la creazione alle 9 del mattino del 26 ottobre del 4004 avanti Cristo, il partito anti-Darwin ammette l’evoluzione, ma solo nella cornice di un «disegno intelligente», un progetto divino. Di qui una polemica senza fine, perché non c’è confronto tra una teoria scientifica fondata sull’esperimento e una pur rispettabile affermazione di fede. Proviamo a uscirne allargando l’orizzonte. Con Darwin la Storia irrompe nella biologia, le specie viventi non sono più qualcosa di immutabile, il tempo entra da protagonista nella natura. Ma la cosa più interessante e meno nota è che dopo Darwin il paradigma dell’evoluzione è diventato sempre più essenziale non solo per la biologia, ma anche per le scienze della Terra, la cosmologia, la fisica, la chimica, l’astronomia, e oggi ispira persino la ricerca di forme di vita su altri pianeti.
C’è evoluzione, c’è storia, nella geologia. L’orologio radioattivo data la Terra a 4,5 miliardi di anni fa, età che coincide con quella delle meteoriti e del Sole. I continenti si muovono: 250 milioni di anni fa erano riuniti nel supercontinente Pangea, che poi si è diviso in Gondwana e Laurasia. Africa e Americhe si sono separate 120 milioni di anni fa, l’India è andata a scontrarsi con l’Asia e ha sollevato la catena dell’Himalaya, l’Antartide è migrata dai tropici al polo sud. A ipotizzare l’evoluzione della Terra fu Alfred Wegener nel 1915 con la teoria della «deriva dei continenti». Dal 1960 ad oggi la sua intuizione è diventata la «tettonica a placche». Consolidata da prove schiaccianti, spiega in modo coerente fenomeni molto diversi: la formazione delle montagne, i terremoti, i vulcani, le dorsali oceaniche.
Verso il 1930 Edwin Hubble scopre che le galassie si allontanano con velocità tanto più alta quanto maggiore è la loro distanza, come schegge di una bomba esplosa. Dalla velocità di allontanamento gli astronomi hanno calcolato che tutta la materia dell’universo doveva essere concentrata in un punto circa 14 miliardi di anni fa. Dunque l’universo si evolve, la Storia è un paradigma inevitabile anche per la cosmologia. Lo prova la radiazione fossile che pervade il cosmo, residuo del calore del Big Bang scoperto nel 1965 da Penzias e Wilson, poi premiati con il Nobel. Le ultime teorie fisiche, basate sulle «stringhe», fanno pensare a fisici come Gabriele Veneziano (Cern, Ginevra) che lo stesso Big Bang non sia un magico istante primordiale ma una semplice transizione tra un «prima» e un «dopo». L’abisso del tempo diventa ancora più vertiginoso.
Anche la fisica nucleare è evoluzione. Lo scoprirono Fred Hoyle e William Fowler negli Anni 50. Dal Big Bang uscirono solo gli elementi chimici più semplici e leggeri: idrogeno, elio e un po’ di litio. Gli elementi pesanti, dal carbonio al ferro, li hanno formati milioni di anni dopo le reazioni termonucleari che avvengono dentro le stelle. Elementi ancora più pesanti, come il piombo e l’oro, derivano dall’esplosione di stelle massicce, le famose supernove. Noi siamo fatti di quegli elementi: l’evoluzione biologica è iniziata con la fabbricazione della materia prima nel cuore di astri simili al Sole e con paurose deflagrazioni stellari. In un organismo umano, solo 5 o 6 chilogrammi di idrogeno vengono dal Big Bang: i 35 kg di ossigeno, i 14 di carbonio, il chilo e mezzo di calcio, fino ai 3,5 grammi di ferro, li hanno cucinati le stelle nelle loro fornaci. La crescita del nostro corpo dipende da un decimillesimo di grammo di vanadio sintetizzato nelle supernove: regola enzimi coinvolti nella nutrizione, negli ormoni e nelle ossa.
C’è evoluzione nella chimica. Nello spazio atomi solitari si associano in molecole. Gli astronomi ne hanno già scoperte più di cento, e tra queste c’è la glicina, il più semplice degli amminoacidi, un mattone delle proteine, che a loro volta sono i mattoni delle cellule. C’è evoluzione nelle stelle: nascono, vivono e muoiono secondo tempi scanditi dalla loro massa. Stelle di piccola massa con sistemi planetari hanno un’esistenza più lunga, permettendo così la comparsa e l’evoluzione della vita.
Darwin ha visto la punta di un iceberg. L’evoluzione biologica è l’aspetto emergente di una evoluzione più vasta, che la comprende in sé come un breve capitolo in un romanzo lunghissimo. L’unità del DNA in tutte le forme viventi, le mutazioni casuali, lo scambio di materiale genetico, la selezione esercitata dagli antibiotici sui batteri, sono alcune scoperte recenti che si inseriscono nel paradigma darwiniano traendone spiegazione e insieme rafforzandolo. Quale sarà il prossimo capitolo? Dal 1995 gli astronomi hanno incominciato a scoprire pianeti di altre stelle. Probabilmente sono miliardi quelli simili alla Terra, adatti alla vita. Sarà eccitante sapere se l’evoluzione, lassù, ha escogitato percorsi alternativi.