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 2007  febbraio 11 Domenica calendario

Non c’è istriano, dalmata, fiumano o quarnerino che non sia stato toccato dalle parole di verità e umanità pronunciate da Giorgio Napolitano per commemorare il supplizio di molti italiani dell’altra sponda e ricordare il calvario dei sopravvissuti in una patria smemorata e infedele

Non c’è istriano, dalmata, fiumano o quarnerino che non sia stato toccato dalle parole di verità e umanità pronunciate da Giorgio Napolitano per commemorare il supplizio di molti italiani dell’altra sponda e ricordare il calvario dei sopravvissuti in una patria smemorata e infedele. Per la maggioranza di essi, o sfracellati nelle foibe o umiliati nel «salir per l’altrui scale», l’inferno iniziò con lo scoppio della pace. Sovente ai profughi dall’Est adriatico tutto ciò che si fa oggi per ricompensarli, con medaglie e atti di contrizione «condivisa», appare, alla fin fine, tardivo, talvolta strumentale e da ultimo piuttosto falso. A cominciare dalla data commemorativa del «Giorno del ricordo». Storicamente la ricorrenza avrebbe dovuto coincidere con la violenta estate del 1945, non con la resa dei conti diplomatica del 10 febbraio 1947: anno che, con il Trattato imposto dai vincitori all’Italia vinta, sanciva l’ambigua trasformazione dell’enclave triestina in «Territorio libero» e legittimava, come ha fatto capire Napolitano, il disegno annessionistico jugoslavo la cui virulenza era stata già da un pezzo preannunciata dalle primissime «pulizie etniche» a Trieste e a Gorizia. Istria, Fiume e Zara sarebbero venute subito dopo. Cioè in massima parte prima del 1947. Meglio tardi che mai, dicono e pensano comunque i figli e i nipoti delle vittime, apprezzando se non altro l’ampiezza e la recita del rimorso che da qualche anno pervadono il mondo politico romano. A suo tempo, Ciampi aveva già anticipato con energia il dovere dell’Italia di riparare al torto di memoria perpetrato ai danni dei compatrioti che, talora per impropria comodità lessicale, vengono definiti tutti «giuliani». Ma per la prima volta, riferendosi in particolare al nucleo più colpito dai comunisti di Tito, quello istriano, il presidente Napolitano ha usato giudizi di revisione storica netta e senza equivoci. Egli ha parlato dell’esodo come di «una tragedia collettiva»; ha detto che è ora di restaurare «una memoria cancellata»; ha bollato la «cieca violenza» inflitta a quelle terre da «un giustizialismo sommario e tumultuoso». Infine, penetrando nel fulcro della delusione e dello stupore amaro che da decenni tormenta i protagonisti dell’«odissea dell’esodo», Napolitano è giunto al punto essenziale. Ha voluto ricordare la vergogna della «congiura del silenzio», il sudario «amaro e demoralizzante dell’oblio», la nebbia del negazionismo all’italiana che per più di mezzo secolo ha continuato ad avvolgere questi esuli colti, scolarizzati, silenziosi, poliglotti, rispettosi della legge, invaghiti nonostante tutto dell’Italia, riducendoli a persone non grate o, peggio ancora, a non persone: «Anche di questo non dobbiamo tacere, assumendoci la responsabilità dell’aver negato, o teso a ignorare, la verità per pregiudiziali ideologiche e cecità politica». Sono parole chiarissime, appunto perché durissime, sillabate al Quirinale dal capo di uno Stato che nel 1948, per coprire la Jugoslavia titoista spostatasi verso Occidente, decretò una sorta di silenzio stampa sugli eccidi e le fughe dall’Istria. Al tempo stesso esse sono chiare e dure perché uscite dalla bocca di un ex leader di un partito comunista complice attivo, nei tempi andati, dell’espansionismo jugoslavo sui confini orientali: basterà ricordare l’eliminazione notturna dei partigiani non comunisti a Porzüs, la raccomandazione di Togliatti ai lavoratori triestini di accogliere i soldati di Tito come liberatori, poi il prolungato silenzio sul massacro di antifascisti italiani e sloveni in Istria, infine il trattamento riservato alla massa degli esuli affamati e assetati, ma «tutti fascisti», ai quali i ferrovieri comunisti di Bologna negavano perfino un bicchier d’acqua. L’omertà accordata a un certo comunismo imperialistico jugoslavo si prolungherà, quindi, fino all’epoca nazicomunista di Milosevic. La sfilata degli italiani che andranno a stringere la mano al massacratore sarà quanto mai eterogenea; non solo rifondatori cossuttiani; ma missini, leghisti, divi e predicatori televisivi. Parte di costoro, quando s’incomincerà a scoperchiare l’orrore delle foibe, attribuirà l’ecatombe soltanto agli sloveni e ai croati, dimenticando che quasi tutti i comandanti del famigerato IX Corpus titoista erano serbi o montenegrini. Fu questo famigerato Corpus, pilotato da Belgrado, a confiscare sul finire della guerra l’Istria, Trieste, Gorizia, e furono i suoi comandanti a ordinare ai comunisti italiani lo sterminio dei partigiani italiani nel Friuli. Ovviamente il fascismo, evocato opportunamente da Napolitano, soprattutto il fascismo di frontiera aggressivo e razzista, ebbe le sue colpe germinali nell’incastro a domino di cause ed effetti che ogni grande guerra porta con sé. L’aggressione fascista alla Jugoslavia monarchica e le dure persecuzioni fasciste nei Balcani, già iniziate vent’anni prima nel retroterra istriano, furono in parte anch’esse all’origine dell’odio per gli italiani autoctoni di quelle regioni. A guerra compiuta, la vendetta dei comunisti balcanici fu però eccessiva e totale. In una parola brutale: genocida. Colpì indiscriminatamente istriani e dalmati italiani, tedeschi e ungheresi del Banato, ma anche croati, serbi e sloveni anticomunisti o acomunisti. A questo punto, però, la questione non riguarda più la complessa biografia ideologica di Napolitano, o il passato dell’Italia democristiana umiliata nella sconfitta, né l’arcipassato della Jugoslavia comunista precipitata dalla spada di Tito negli artigli di Milosevic. Riguarda le sventurate e generalizzate guerre civili europee.