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 2007  febbraio 11 Domenica calendario

DUE ARTICOLI

Contessa Emanuela di Castelbarco, l’Italia è affezionata a suo nonno Arturo Toscanini?
«Assolutamente no. In Italia si parla soltanto del suo cattivo carattere o delle innumerevoli donne che ha avuto. Invece è stato un grande personaggio, un rivoluzionario, un uomo con principi molto profondi».
Che carattere aveva?
«Era molto schivo. A 81 anni disse a un giornalista della Gazzetta di Parma: "Non vorrei dare a questa età la prima intervista della mia vita". Il Presidente della Repubblica Luigi Einaudi gli chiese di diventare il primo senatore a vita della Repubblica Italiana e lui rispose di no, perché desiderava continuare la sua vita nella musica. Era figlio di un garibaldino e non amava molto la monarchia. Un autodidatta molto colto, studiava il tedesco per poter leggere i classici nella lingua originale».
Come lo ricorda?
«Ho vaghi ricordi. La prima volta credo a Lucerna, dove lui dirigeva un festival. Con me era molto affettuoso. Se ad esempio io avevo un bel vestito, lo notava subito e me lo diceva. Con lui si poteva parlare di tutto, dalla pittura alla poesia. Ricordo che adorava Shakespeare. Il maestro Muti mi ha suggerito di leggere la sua corrispondenza e io inizialmente ero reticente. Poi ho capito che era molto importante. Lui aveva una sola moglie, una sola religione».
Che rapporto avevano suo nonno e suo zio, il grande pianista Horowitz?
«Si stimavano molto. Ricordo che il primo concerto che sentii di Tchaikovsky a Lucerna era diretto dal nonno e Horowitz suonava il piano. Ma era un rapporto abbastanza difficile tra un uomo del popolo di Parma e un intellettuale russo. Mio nonno era severo, burbero e affettuoso, anteponeva la musica a tutto. Le vere collere le aveva per il dispiacere di non riuscire a riprodurre quello che i grandi compositori avevano scritto».
In casa urlava?
«No, soltanto con gli orchestrali. Quando lui si arrabbiava parlava in parmigiano».
La Scala che cosa rappresentava per lui?
«E’ stato il suo grande amore. Ma anche Torino è stata importante. Diresse la prima mondiale della Bohème al Teatro Regio e fu anche la prima città dove diresse in Italia. Aveva soltanto 19 anni e il teatro era il Carignano. Sarei molto felice che il Regio venisse intitolato ad Arturo Toscanini. Sarebbe un grande onore per me vedere quel teatro portare il nome di mio nonno».
Che altri ricordi conserva?
«Durante la guerra era molto preoccupato per noi. Mia madre e lui erano molto affezionati. Ricordo quando è morto, il 16 gennaio del ”57: era lo stesso giorno del compleanno di mia madre. Ogni fine anno si festeggiava l’ultimo dell’anno a casa sua a Riverdale con musicisti, amici, la famiglia. L’ultimo anno ricordo che salendo in camera vidi la luce nella sua stanza e gli dissi: "Sei ancora sveglio?" e lui ripose, a me che ero incinta: "Ma tu non sei stanca con quel pancione?". Il primo gennaio ebbe un versamento cerebrale e poi morì il 16 gennaio. Siamo poi tornati in Italia a febbraio per il funerale».
Chi ha conosciuto degli amici di suo nonno?
«Ne ho conosciuti tantissimi: ricordo di aver visto Einstein, quando ero ragazzina. Era gentile, affabile, aveva una grande criniera bianca, aveva scritto al nonno una lettera molto commovente che oggi è conservata a Parma nella sua casa natale che è un Museo. I tre figli hanno donato la casa alla città, per i 150 anni dell’anniversario di Maria Luigia, mia madre ha regalato a Parma lo studio di casa del nonno in via Durini a Milano al Conservatorio di Parma».
Che rapporti aveva con suo zio Horowitz?
«Rapporti meravigliosi, era un incantatore. Si esercitava un’ora al giorno, la sera era un piacere sentirlo parlare. Aveva una cultura mostruosa. L’ho seguito in una tournée: suonava solo con il suo pianoforte, che lo precedeva ovunque. Era un uomo particolare: mangiava soltanto pesce e voleva che fosse cucinato dalla sua persona di servizio anche in albergo. E teneva i concerti la domenica pomeriggio. Diceva che se la gente veniva anche la domenica voleva dire che aveva veramente voglia di ascoltarlo».
Suo nonno parlava di politica?
«Sì, ne parlava, soprattutto la sera. Ricordo che mangiava pochissimo. Gli piaceva conversare con il maestro Gavazzeni, aveva una memoria prodigiosa e raccontava tante storie mentre io, che ero giovane, avevo voglia di scappare e raggiungere i miei amici. Mia madre gli parlava molto e quando mio nonno seppe, da una lettera anonima, che lei stava per sposarsi, disse: "Mia figlia finire con un aristocratico biondo?". Non amava molto gli aristocratici».
Come era fisicamente?
«Perfetto, usava un’acqua di colonia tedesca. Era sempre impeccabile anche con la vestaglia, portava un foulard di seta attorno al collo, baffi impeccabili e la barba sempre fatta».

***

La Stampa, 13/2/2007
Arbasino e il fiuto
di Horowitz
Vorrei aggiungere una simpatica nota alla bella intervista di Alain Elkann con la carissima amica Emanuela di Castelbarco. Forse non era tedesco il profumo preferito da suo nonno, Arturo Toscanini. Quando si andava con lei e la sua mamma, la straordinaria Wally, ai concerti di suo zio, Vladimir Horowitz, con un odorato eccezionale per un ottantenne lui riconobbe che il mio dopobarba era «Knize 10». Famoso negozio viennese disegnato addirittura da Adolf Loos, e attualmente celebrato alla romana Galleria d’Arte Moderna. «Mi facevo lì i primi frac da concerto», ci confidò il sommo pianista.
ALBERTO ARBASINO